Capire la corruzione in Italia. 5. Il crollo del sistema e la metamorfosi del fenomeno.

Prima metà anni novanta- fine anni novanta. Nella seconda metà degli anni ottanta il sistema iniziò ad andare in crisi. L’eccessiva frammentazione correntizia dei partiti, la falsa democrazia della loro  vita interna, la produttività sempre più scarsa del sistema politico, l’incomprensibilità dei suoi riti  (in particolare in occasione delle crisi di governo), iniziarono a produrre un forte rigetto. A partire dal 1979, l’astensionismo elettorale iniziò a crescere sensibilmente, mentre i tassi reali di adesione ai partiti (iscrizioni, vendita della stampa di partito, sottoscrizioni, partecipazione a manifestazioni di partito ecc.)  crollarono  parallelamente.

Nello stesso periodo iniziò a profilarsi una tendenza al “leaderismo carismatico”: Pannella prima e Craxi subito dopo, tentarono di proporsi come leader che parlavano direttamente al corpo elettorale, senza la mediazione del proprio partito, ridotto ad appendice personale.
Il piccolo partito radicale fu, sin dagli inizi degli anni settanta, il supporto personale del suo leader e lo statuto adottato in quel periodo fu modellato esattamente in questa funzione.

Diversa la vicenda del Psi, dove Craxi doveva comunque fare i conti con i “boiardi” del partito, i cui seguiti clientelari rappresentavano una quota forse maggioritaria dell’elettorato socialista. A partire dal congresso di Palermo (1981) si stabilì una sorta di compromesso: al segretario la conduzione della linea politica in un clima di crescente unanimismo (la “maggioranza bulgara” di cui si dirà imbarazzato lo stesso Craxi -congresso di Verona, 1984), ai boiardi mano libera negli “affari”.
Una sorta di “leaderismo imperfetto” che, tuttavia rivitalizzò il Psi che dal 1963 in poi aveva conosciuto un costante declino elettorale.
Il momento in cui la crisi di sistema prese avvio definitivo fu, il 1987: mentre entrava per la prima volta in Parlamento la Lega di Umberto Bossi ed il sistema politico si chiudeva nelle sue alchimie di palazzo (patto della staffetta, accordi correntizi in vista del Quirinale, ecc.), entrò in vigore l’Atto Unico istitutivo del “grande mercato europeo”, la cui piena attuazione era prevista per il 1992.
Esso prevedeva, fra l’altro, la possibilità per qualsiasi azienda europea di partecipare a gare d’appalto per lavori pubblici, in ciascun paese dell’Unione. Ben difficilmente il sistema delle ”aziende fiduciarie di partito” avrebbe potuto continuare indisturbato senza provocare l’esclusione delle aziende italiane dalle gare negli altri paesi europei.

D’altra parte, la prospettiva della moneta unica (di cui già si iniziava a parlare) rendeva non più sostenibile la situazione del debito pubblico che minacciava di andare fuori controllo.
I ceti imprenditoriali iniziarono a considerare non più accettabile la prassi tangentizia, sino a quel punto era stata regola costante. In particolare i settori finanziari iniziarono a manifestare crescente insofferenza verso un ceto politico troppo avido, in particolare mentre iniziava a profilarsi la privatizzazione delle aziende a Ppss.
Nello stesso tempo si evidenziavano le difficoltà del progetto di rinnovamento gorbacioviano in Urss che declinava con velocità sempre maggiore sino al crollo.
In questo quadro (che si traduceva sul piano interno nel declino inarrestabile del Pci) la mediazione del ceto politico di governo non appariva più necessaria come nel passato e le sue pretese sempre meno accettabili.
Il meccanismo che aveva garantito ampia messe di consensi alla classe politica subiva una improvvisa  battuta d’arresto: “Mani pulite” fu l’ “infarto” del sistema, le cui premesse erano in quelle dinamiche.
A determinare il crollo fu la convergenza fra le inchieste giudiziarie e il referendum sulle leggi elettorali ed il passaggio dal proporzionale al maggioritario.
Il sistema dei partiti si disintegrò nel giro di pochi mesi e con esso, entrò in crisi anche quello della corruzione che vi si era sovrapposto ed identificato. Molti pensarono ad una sorta di catarsi nazionale che avrebbe messo fine alla piaga eterna della corruzione. Ma non fu questo,  si trattò solo di una sua metamorfosi, per quanto profonda.
Ci fu un reale battuta d’arresto nella corruzione per qualche anno, ma essa fu frutto da un lato del blocco delle opere pubbliche per oltre un lustro, dall’altro dal contraddittorio e lento processo di riorganizzazione del sistema politico. E, più di tutto, incise la particolare prassi giudiziaria che investì la classe politica.
Ma, come abbiamo già detto in queste pagine, l’intervento della magistratura penale può colpire i responsabili dei reati gia commessi, non prevenirne altri.
Peraltro, lo stesso intervento dell’Autorità giudiziaria non andò indenne da squilibri: i politici vennero trattati con molta più severità delle aziende (quasi si trattasse di casi di concussione e non di corruzione), alcuni partiti vennero passati al pettine fine, mentre per altri si usò un pettine a denti assai più larghi, il comportamento mutò da Procura a Procura, in particolare nel trattamento dei “collaboranti” ed i processi ebbero velocità differenziate. Soprattutto essa produsse una giurisprudenza assai discutibile. In particolare, sulla scia della giurisprudenza contro il terrorismo, che dilatava il reato associativo oltre ogni limite sino a ribaltare l’onere della prova (“se sei delle Br sei ipso facto ritenuto responsabile di ogni delitto loro ascritto, salvo dimostrazione di prova contraria”), che, nel caso di “Mani Pulite” assunse la forma apodittica del “non poteva non sapere”.

In realtà di processi giunti a sentenza definitiva con regolare dibattimento ce ne furono molto pochi. Una parte consistente (circa un quarto) si arenò in istruttoria con proscioglimento. Un’altra parte, più piccola, non superò l’udienza preliminare. Una piccola parte terminò con assoluzione definitiva degli imputati. Ma un po’ più della metà dei casi si risolse con il rito abbreviato o il patteggiamento e pene irrisorie. Dal punto di vista dell’esito finale, Mani Pulite non fu caratterizzata da nessun particolare rigore (salvo per singoli personaggi come Bettino Craxi) nè portò all’affermazione di verità processuali particolarmente chiare e sconvolgenti. Ma segnò la fine di una classe politica con le sole  notizie di avviso di garanzia. Ciò accadde per il circuito mediatico-giudiziario che si determinò.
Lo stesso accadde con il primo governo Berlusconi a seguito dell’avviso di garanzia non casualmente consegnato sul palcoscenico del G7.
Ma un metodo del genere può essere efficace nel breve periodo, mentre oltre una certa soglia provoca assuefazione e diventa un’arma spuntata.
Sul piano politico ci fu un tentativo di varare una legislazione di contrasto alla corruzione: abrogazione dell’immunità parlamentare –salvo che per l’arresto- nuova disciplina degli appalti, il passaggio al sistema uninominale che “eliminava” il voto di preferenza (individuato come una delle cause principali del malaffare), introduzione del reato di “voto di scambio” ecc, ma i risultati furono irrisori.
Infatti, una parte di queste misure era semplicemente incongrua o utilizzava il tema della corruzione come pretesto surrettizio in funzione di altri obiettivi politici. Ad esempio, l’abolizione del voto di preferenza fu solo una illusione ottica: anche il candidato del collegio uninominale ha il problema di raccogliere voti ed il fatto che il voto personale non sia disgiungibile da quello del partito ripropone le logiche precedenti, anzi le esaspera.
L’abrogazione dell’immunità parlamentare  ebbe effettivamente qualche effetto pratico, consentendo ai pm di indagare su un parlamentare senza dover chiedere l’autorizzazione alla Camera di pertinenza, ma aprì problemi di altro genere.

Tuttavia l’effetto maggiore fu essenzialmente di ordine simbolico ed ebbe una valenza “punitiva” nei confronti della classe politica come anche l’abrogazione del finanziamento pubblico dei partiti (peraltro, subito compensato da più lauti rimborsi elettorali e da una più robusta legislazione di finanziamento indiretto).
Molto timide furono le innovazioni in materia di riforma degli appalti che tuttavia ebbero qualche effetto provvisorio, così come lo ebbero l’introduzione del reato di “voto di scambio” e qualche norma in materia di concorsi pubblici. Ma, nel complesso la manovra non ebbe efficacia perchè mancò del minimo di organicità necessaria e perchè non toccò il nodo degli assetti di potere sociali e politici che erano alla base del fenomeno.
Mancò probabilmente la volontà di una seria azione di risanamento, sicuramente le misure furono dettate da una analisi assai superficiale del fenomeno di cui non si coglievano i tratti sistemici nella società e nel sistema politico. Nel complesso, passò l’idea che bastasse decapitare la classe politica del pentapartito per risanare il paese.

Aldo Giannuli

1- tardi anni quaranta-primi cinquanta: corruzione endemica
2- metà anni cinquanta-metà sessanta: corruzione diffusa
3- fine anni sessanta-metà settanta: corruzione generalizzata
4- fine settanta-primissimi novanta: corruzione sistemica [prima parte | seconda parte]
5- prima metà anni novanta- fine anni novanta: disgregazione delle precedenti reti corruttive e metamorfosi del fenomeno
6- anni 2000: iper corruzione finanziaria.

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Aldo Giannuli

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