Capire la corruzione in Italia. 3. La “corruzione generalizzata”.

Terzo periodo: dalla fine anni sessanta alla metà settanta: corruzione generalizzata

Con l’affermarsi del centro sinistra, il Pci restava praticamente senza possibili alleati (salvo il piccolo Psiup) e condannato a crescere su sè stesso per guadagnare la prospettiva di possibile partito di governo.  Ne conseguiva un deciso sforzo organizzativo affiancato dalla ricerca di alleanze a livello periferico (negli enti locali) o in ambiti settoriali (come il sindacato). Allo sforzo del Pci corrispose un tentativo dei partiti di governo di contrastarne la forte avanzata elettorale, ma con difficoltà accentuate dal progressivo calo dei tassi di militanza prima nella Dc e poi nel Psi (in particolare dopo la scissione psiuppina).

Il canale più redditizio di raccolta dei consensi elettorali si dimostrò quello del voto di preferenza (che subiva una rapida impennata), con conseguente espansione delle pratiche clientelari prima concentrate nel sud.
Il costo delle campagne elettorali dei partiti restò relativamente stabile (salvo che per gli effetti della forte inflazione di quegli anni), ma crebbero molto rapidamente quelle dei singoli candidati. Una campagna elettorale individuale vincente alla Cemera poteva costare già qualche centinaio di milioni.
A questo si accompagnò il fenomeno dei tesseramenti gonfiati in vista dei congressi: la Dc denunciava un tesseramento di 2 milioni di iscritti ed il Psi di circa 500.000, ma in diversi centri i tesserati erano più dei voti ottenuti dal partito nelle elezioni politiche: In molti casi i congressi locali  furono annullati o finirono fisicamente in rissa.

E’ da notare che tutti i ricorsi in sede giurisdizionale per congressi truccati vennero respinti per “difetto di giurisdizione”: una giurisprudenza costante, infatti, ritenne che “per il pluralismo degli ordinamenti giuridici” questa materia fosse spettanza esclusiva degli organi di partito e che il giudice togato dovese astenersi da ogni intervento.
Il fenomeno investi tutti i partiti di governo (Dc, Psi, Psdi ed, in una certa misura anche il Pri) dove si affermarono potentati locali, ricchi di preferenze e di voti congressuali. Se nel Pci vigeva un sistema autoritario eufemisticamente definito “centralismo democratico”, i partiti di governo si trasformarono in rissose confederazioni di correnti organizzate a “centralismo democratico”.

Questo ebbe una serie di conseguenze che investirono il sistema politico.
In primo luogo crebbe una fitta schiera di manutengoli, galoppini e faccendieri vari che occupavano i posti di segretario di sezione, ovviamente a scapito dei tassi di militanza nei partiti governativi.
Ovviamente tutto questo aveva costi molto alti perchè le spese per il fitto delle sezioni, il costo delle tessere, i compensi a galoppini e faccendieri, l’attività delle sezioni ricaddero sul capocorrente di riferimento (normalmente uno dei parlamentari locali) e questo implicava spese per altre centinaia di milioni. La macchina organizzativa delle correnti esigeva finanziamenti sempre più cospicui, di qui la generalizzazione delle forme di finanziamento illegale o irregolare.
I partiti diventarono apparati di tipo neo feudale: il re-segretario era tale per volontà dei vassalli-capicorrente nazionali, la cui forza stava nel controllo di infidi valvassori capicorrente locali, pronti a passare armi e bagagli a qualche vassallo che offriva condizioni più convenienti. A loro volta i valvassori dovevano soddisfare gli appetiti dei valvassini-segretari di sezione e portatori di voti, pronti anche essi a fare il salto della quaglia verso un valvassore più ricco e potente.

Ovviamente questo innescava una “corsa agli armamenti” per cui ciascuno cercava di accaparrarsi la maggior quantità possibile di risorse, per reggere il confronto con gli altri livelli. Per il segretario del partito era vitale controllare un flusso di risorse finanziarie per domare (o circoscrivere) l’ “anarchia dei feudatari”. I feudatari, a loro volta, cercavano di procurarsi il maggior numero di ricchezze possibile sia per reggere l’eventuale scontro con il re, sia per mantenere il controllo dei rispettivi valvassori e così a ricaduta da questi ai loro sottoposi ecc.
E questo dava luogo a diverse forme di finanziamento illecito: ai livelli più alti (segretari di partito, ministri, capicorrente nazionali ecc.) la corruzione toccò in particolare grandi opere pubbliche (ripetuti scandali del ministero dei Lavori Pubblici), rapporti con la finanza (caso Sindona: il più celebre ma non l’unico), tangenti su grandi decisioni politiche (primo scandalo petroli, questione della Tv a colori, ecc.).
Ai livelli intermedi (Regioni e grandi enti nazionali come  l’Onmi) la parte del leone nel finanziamento illegale la fece la tangente sulle opere pubbliche di relativo interesse o le grandi forniture.
Ai livelli periferici (comuni, province, enti nazionali minori) la stessa dinamica si ripeteva in riferimento ai piani regolatori, alle opere pubbliche ed alle forniture di relativo livello.

Tutto questo, a sua volta, metteva in moto un complicato scambio di denaro: in linea di massima, i livelli inferiori versavano una parte dei loro “guadagni” al livello immediatamente superiore mentre questo, in occasione delle elezioni, dava denaro a quello inferiore per la campagna.
Un rapporto di collaborazione-scontro nel quale i momenti di cooperazione si alternavano a quelli di conflitto, scandendo la dinamica della vita interna di ciascun partito.
In questa fase, iniziava a manifestarsi qualche intervento locale della magistratura e, se questo non valse a combattere realmente la corruzione (per l’intervento dei successivi livelli di giurisdizione ed in particolare della Cassazione o per l’intervento del Parlamento sempre pronto a negare l’autorizzazione a procedere o a votare compiacenti amnistie), ottenne, però, l’effetto di una prima presa di coscienza nazionale del fenomeno. L’esito fu quello di una primissima legislazione che avrebbe dovuto  contrastare la corruzione: il finanziamento pubblico dei partiti.
Nelle intenzioni dichiarate, il finanziamento pubblico avrebbe dovuto eliminare la necessità del finanziamento illegale, dando ai partiti la possibilità di avere un finanziamento aperto e pulito.

In realtà si trattò di una disinvolta manovra trasformistica che conteneva in sè le ragioni di una ulteriore degenerazione: la forma direttamente monetaria del finanziamento, l’assenza di una regolamentazione per legge dei partiti, le modalità tutte verticistiche di gestione, persino l’assenza di una reale pubblicità dei bilanci (sostituiti da una mero rendiconto del tutto inverificabile) non fecero che innestare un feed back positivo per il quale:
a. i partiti sconfitti alle elezioni, che vedevano decurtarsi il finanziamento pubblico, si proiettavano immediatamente a cercare fonti sostitutive di finanziamento per evitare di entrare in una spirale negativa di sconfitta-decurtazione-nuova sconfitta-nuova decurtazione…
b. l’immissione di denaro fresco nelle casse dei partiti non limitò i loro appetiti, ma spinse alla ricerca di nuovo denaro per reggere le sfide dei concorrenti. In un confronto basato più che sulla bontà delle proprie proposte politiche, sulla potenza organizzativa dell’apparato, questo il via ad una escalation per la quale denaro chiama denaro.
c. il finanziamento rafforzò sostanzialmente i segretari dei partiti e le rispettive correnti, spingendo gli altri a cercare denaro per riportare in equilibrio la situazione.

L’assenza di reali limiti e controlli e l’ampliamento dei partiti dediti alla raccolta illegale (con il passaggio del Psi all’area governativa) consentirono a queste tendenze di dispiegarsi pienamente: la corruzione
diffusa diveniva generalizzata e, quello che era patologia, diventava fisiologia del sistema.

Aldo Giannuli, 10 giugno ’10

1- tardi anni quaranta-primi cinquanta: corruzione endemica
2- metà anni cinquanta-metà sessanta: corruzione diffusa
3- fine anni sessanta-metà settanta: corruzione generalizzata
4- fine settanta-primissimi novanta: corruzione sistemica [prima parte | seconda parte]
5- prima metà anni novanta- fine anni novanta: disgregazione delle precedenti reti corruttive e metamorfosi del fenomeno
6- anni 2000: iper corruzione finanziaria.

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Aldo Giannuli

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