Consigli di lettura #10. Rivoluzione d’ottobre e dintorni. Prima parte: gli anticomunisti.

L’approssimarsi del centenario della rivoluzione russa mi suggerisce di proporvi una succinta rassegna di quel che è venuto fuori nei 25 anni che ci separano dalla fine dell’Urss e delle democrazie popolari. Nulla di esaustivo, intendiamoci, ma solo un rapido riassunto per orientarsi nella prevedibile ondata di saggi in uscita.

Per facilitare la lettura, ho raggruppato i diversi testi per correnti e tipo di testo (ideologico, scientifico-accademico ecc.)  iniziando con quelli della destra anticomunista di ispirazione neo liberista:

–    Stephane COURTOIS ( a cura di) “Il libro nero del comunismo” Mondadori, Milano  1998
–    Stephane COURTOIS (a cura di) “Il libro nero del comunismo europeo” Mondadori, Milano  2006
–    Richard PIPES “Il Regime bolscevico” Mondadori Milano 1999
–    Robert CONQUEST “Il secolo delle idee assassine” Milano, Mondadori 2002

E’ stato questo, sicuramente il filone che ha avuto il maggior successo editoriale a livello internazionale: quasi tutti questi libri sono stati tradotti nelle principali lingue europee ed in particolare il “Libro nero del comunismo” ha avuto edizioni in almeno 18 lingue. Tuttora, è questa la base più condivisa della vulgata anticomunista corrente, spesso ripetuta anche inconsapevolmente da molti, come sempre accade quando un testo ha una particolare fortuna. Il che, non sempre dice della particolare qualità culturale e scientifica dell’opera. Il libro raccoglie saggi di diversi studiosi prevalentemente francesi, ma non solo (francesi Nicolas Wert, Jean Louis Pannè, Remi Kauffer, Karel Bartosek, Andrzej Pacziwski, Jean Loius Margolin, Pierre Rigoulot, Pascal Fontaine, Yves Santamaria Sylvain Boulouque, oltre che lo stesso Courtois).

Il suo principale autore, Courtois in gioventù ebbe una breve stagione maoista, ma ben presto passò dall’altra parte della barricata mantenendo, peraltro lo stesso approccio iper ideologico. Fu inizialmente allievo di Fraçois Furet (della cui opera diremo, ma abbiamo già accenato qui) e collaborò con Annie Kriegel da giovane militante della Resistenza e del Pcf da cui uscì nel 1956, per schierarsi su posizioni di anticomunismo democratico.  D’altro canto anche Furet fu militante del Pcf e Conquest fu prima militante del Pc inglese: la storiografia sul Pci è stata in gran parte opera di ex militanti comunisti che ruppero successivamente con il rispettivo partito e questo ha un significato. Alla morte della Kriegel venne fondata una associazione di studi storici intitolata a suo nome e presieduta da Emmanuel Le Roy Ladurie di cui Courtois fu segretario generale. Egli  è sempre stato molto ben inserito negli ambienti più autorevoli della storiografia francese, e questo spiega in parte il suo successo, dovuto molto di più all’interesse dell’editoria di orientamento liberale–liberista a dare spazio alla sua opera la cui tesi di fondo è che il comunismo è peggiore del nazismo perché ha fatto più morti.

In Courtois si sente l’influenza del pensiero di Furet e della Kriegel, ma con una sensibile “virata a destra” ed una più secca ispirazione iper ideologica dovuta all’influenza di un autore come Robert Conquest che, già nel 1973 aveva pubblicato  “il  costo umano del comunismo” insieme a  Richard L. Walker, Hosmer e James O. Eastland (tradotto in italiano dalle edizioni Il Borghese).

Conquest è stato autore parecchi libri sul comunismo, sempre presentato come ideologia perversa, sostenendo che le atrocità del periodo staliniano non potevano essere spiegate solo con la personale crudeltà del dittatore, ma con il carattere naturalmente criminale dell’ideologia. In Conques, non di rado, si riscontrano non poche affinità con il pensiero di Carlo Schmitt, in particolare, il richiamo alla radice giacobina del bolscevismo è parte di una più generale condanna del pensiero rivoluzionario dal settecento in poi (pensiero condiviso anche da storici come Alfred Cobban e Jacob Talmon). Una radice più che liberale, prossima alle posizioni della Konzervative Revolution di Armin Mohler ed Ernst Junger, poi miscelata con gli umori neoliberisti.

Tornando al  libro di Courtois, va detto che su un piano squisitamente scientifico vale molto poco: l’idea di valutare un fenomeno storico sulla base della contabilità dei morti che gli si possono ascrivere è ingenua e di grande rozzezza, anche se, ovviamente il tasso di sofferenze umane non è certo indifferente rispetto al giudizio complessivo su un determinato regime, movimento o fenomeno storico, ma non può essere il solo ed il metro non può essere quello della contabilità ragionieristica. Ad esempio un regime può produrre meno morti ma essere più invasivo nella vita privata dei suoi cittadini, oppure un regime può produrre più morti con scelte sbagliate nell’agricoltura o nella sanità che con la repressione o le guerre, oppure i morti di carestie ed epidemie possono dipendere dalla carenza di mezzi. Poi i morti andrebbero rapportati anche alla popolazione: fare 10.000 morti di repressione  su una popolazione di 200 milioni di abitanti non è come farne 5.000 su una di 30 milioni.

Poi, va considerato anche il fattore temporale: ammesso e non concesso che il nazismo ha fatto meno morti del comunismo, va considerato che il nazismo è durato solo 12 anni ed ha riguardato un’area di circa 300 milioni di persone (compresi i paesi occupati), mentre il solo periodo stalinista  è durato 25 anni, il maoismo in Cina 27 e il tutto ha riguardato popolazioni di oltre un miliardo di persone. Se la mettiamo sul piano dei numeri, anche questi dati hanno una loro importanza o no?

Insomma, il discorso è decisamente molto più complesso di una semplice addizione e peraltro, la Chiesa con le sue crociate e la sua Santa Inquisizione ed i regimi liberali con le stragi del colonialismo, non è che stiano messi molto meglio. Perchè il “liberale” Courtois non fa una comparazione anche con questi? Peraltro anche il modo di formare le “graduatorie”  Cortois ha una metodologia assai personale, ma non vogliamo infierire.

Per la verità i diversi saggi del libro curato da Courtois non si equivalgono e c’è chi cerca di considerare altri fattori come il livello delle libertà personali e politiche e l’assetto istituzionale (ad esempio il saggio iniziale di Werth o quello di Bartosek sull’Europa dell’Est), ma l’impianto resta fortemente libellistico ed “a tesi”. Soprattutto, non sfugge ad una certa “monocausalità” che spiega tutto con l’intima natura totalitaria del comunismo, sorvolando sui processi sociali, le dinamiche internazionali o quelle economiche, insomma quei processi reali  che hanno inciso nella trasformazione ideologica del comunismo in una cosa molto diversa da quella delle origini. E le stesse critiche possono esser fatte anche al libro successivo sul Comunismo in Europa.

Ma, allora, come spiegare lo straordinario successo della meno che mediocre opera di Courtois? Una delle cause l’abbiamo già indicata nel formidabile supporto dell’industria culturale occidentale che ha giocato molto sulla suggestione di “verità sconvolgenti” finalmente rivelate dall’apertura degli archivi sovietici (ma giustamente Montanelli osservò che non c’era una cosa che non si sapesse, al di là di pochi particolari e di qualche statistica). Certamente questo ha avuto un ruolo determinante, ma probabilmente non fu la causa principale del fenomeno. Questa va cercata piuttosto nella sinergia fra il particolare momento politico-culturale e la “cattiva coscienza” della storiografia di sinistra.

Il neo liberismo trionfante aveva bisogno di una narrazione che radesse al suolo l’alternativa socialista al progetto capitalistico di modernizzazione e stabilisse il principio del “pensiero unico”. In questo senso stabilire che il comunismo era stato solo una momentanea deviazione dal  corso della modernizzazione e che si era rivelato peggiore del fascismo (il peggiore peccato da cui il capitalismo cerca di emendarsi creando un “totalitarismo” che è altro da sé) era quello che ci voleva sia per rimuovere il “fantasma del comunismo”, sia per delegittimare le “costituzioni antifasciste” ed il keynesismo letti come indebite concessioni alla pressione comunista che avevano turnabo l’ordine liberista proprio del capitalismo, introducendo inaccettabili contaminazioni stataliste (ed anche questo è parte del dogma del “pensiero unico”).

Dunque, il libro di Courtois fu la “provvidenziale” risposta a questi bisogni. A renderlo particolarmente credibile fu l’imbarazzo della storiografia di sinistra che non seppe articolare una risposta credibile, perché condizionata dalle precedenti rimozioni.

Va detto con molta chiarezza: anche se le tragedie del periodo staliniano in Urss e maoista in Cina (sorvolando sul resto) non furono quelle descritte da Courtois ed ebbero cause complesse, tuttavia furono certamente il prodotto di scelte totalitarie prodotte dall’involuzione del pensiero comunista già dalla metà degli anni venti. I crimini dello stalinismo ci furono e non possono essere spiegati solo con le responsabilità individuali di Stalin. Nel complesso, la storiografia di sinistra europea si accontentò della versione del “culto della personalità” fornita da Kruscev e ha costantemente scansato il problema ritenendo politicamente scorretto parlarne. Per il resto, anche il fenomeno del dissenso in Urss (in un’epoca in cui la repressione era già assai meno sanguinaria) fu costantemente tenuto ai margini del dibattito, preferendo accontentarsi del generico auspicio di una graduale democratizzazione del regime russo. Il che, in parte, avvenne con Gorbaciov, quando però era troppo tardi.

Il paradosso è che le minoranze comuniste (trotzkijsti in primo luogo, ma anche altre formazioni come il Manifesto in Italia o “Unir Debat” in Francia) furono assai più severe nella critica al “socialismo reale” di quanto non lo fossero tanto gli intellettuali raccolti intorno ai partiti comunisti, quanto quelli liberal democratici (come Bobbio) o cattolici (come Scoppola) che facevano riferimento alla sinistra. Basti ricordare la vicenda della biennale di Venezia dedicata al dissenso dell’Est ed all’atteggiamento indecoroso degli uni e degli altri. E della socialdemocrazia tedesca (legata dalla Ostpolitik)  non è neppure il caso di dire.

Nel complesso, la critica esplicita e diretta delle società dell’est nella sinistra fu solo patrimonio di piccole minoranze o singoli intellettuali. Ovviamente questo “peccato di origine” delegittimava la gran parte degli storici di sinistra che, soprattutto nei primi anni, abbozzarono una difesa assai poco convincente, fra abiure, ammissioni parziali e tortuosi giustificazionismi: la rimozione di ieri era diventata il punto di rottura del fronte su cui l’avversario operava il suo sfondamento. Il non aver mai accettato l’idea di una degenerazione del regime sovietico sin dagli anni venti, e, di conseguenza, non aver operato distinzioni fra la storia del socialismo reale e l’impianto rivoluzionario del comunismo –compreso Lenin- ha dissolto totalmente il comunismo nella tragica realtà dello stalinismo, delegittimandolo.

Rimuovere i problemi e non riconoscere le colpe della propria parte è sempre una pessima ricetta, che pone le premesse per le sconfitte future.

In questo quadro va inserito anche il libro di Pipes che, per la verità, ha un impianto documentale molto più serio degli altri. Pipes (che peraltro gode dell’attenuante di essere polacco: una nazionalità che ha particolarmente sofferto degli errori e dei crimini dello stalinismo e del regime sovietico, ricordiamo appena il colpo di stato di Jaruzelskj). Pipes documenta convincentemente la crisi di legittimazione del regime comunista già nel 1921, quando il gioverno, effettivamente, aveva contro si sé la grande maggioranza della popolazione. D’altra parte, quella dei bolscevichi fu una rivoluzione di minoranza, fatta senza l’appoggio delle masse rurali. Ancora dopo la prese del potere, quando si votò per l’Assemblea Costituente, i comunisti presero solo il 25% (prevalendo e di poco nelle città), ma i socialrivoluzionari il 52%. Poi l’area di consenso, dopo un momentaneo successo seguito alla fine della guerra con la pace di Brest Litowsk, iniziò a calare anche nelle città (e la rivolta di Krontadt ne fu il sintomo più noto ed importante ma non il solo), intaccando anche la base operaia e quella stessa del partito. La risposta di Lenin fu tutta di forza senza cercare alcun allargamento dell’alleanza di governo, anzi, man mano finirono fuori legge tutti i partiti liberali, poi i socialrivoluzionari e gli anarchici, poi i menscevichi, infine furono ridotte al silenzio le minoranze dell’Opposizione Operaia della Kollontaj e dei 2 decemisti di Sapronov. E qui anche Trotskij ci mise del suo. Superata la crisi, il consenso tornò a formarsi, ma il partitosi era trasformato in una macchina repressiva totalizzante di cui lo stalinismo  fu lo sbocco naturale. Va detto che Lenin pensava in termini di dittatura temporanea, “commissaria” e non certo “sovrana” per dirla con le espressioni di Carl Schmitt, e, ad un certo momento, si rese conto di quel che stava accadendo ed a cui tentò vanamente di opporsi con la sua celebre “lettera al Congresso”. Ma era troppo tardi e, soprattutto, il sopraggiungere della sua morte rese irreversibili quelle dinamiche.

Tutto questo Pipes lo ricostruisce con grande acribia documentale, ma con piglio decisamente ideologizzante e, tutto sommato, con molta ingenerosità nei confronti di Lenin. Anche per questo autore vale una certa preminenza del dato ideologico rispetto ai processi reali che ebbero la loro influenza nel determinare le scelte di Lenin, anche se questo può valere come attenuante e non come scriminante generale di quelle che furono errori ma non crimini.

Aldo Giannuli

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Aldo Giannuli

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Comments (24)

  • Ogni epoca si sceglie il suo nucleo metafisico e così l’intera diatriba pare ruotare attorno alla religione dei diritti umani. Con sette miliardi di capi di bestiame umano al mondo la sua carne è la mercanzia più a buon mercato del pianeta.

    Argomento comunque interessante. Leggevo proprio l’altro giorno “Socialism betrayed” di Keeran. Attendo approfondimenti sulla bibliografia scientifica e spero che ci sia un articolo sulle interpretazioni revisioniste di parte filobolscevica.

    • Si consiglia la visione dei film di John Wayne insieme ad un adulto: può nuocere gravemente alla salute, non fosse altro per le radiazioni dello schermo.
      Non altrettanto si può dire dell’ascolto dell’Estate di John Wayne di Raphael Gualazzi.
      Viva la frisona, ma anche la valdaostana e perchè no la maremmana.

  • E tuttavia restano almeno due problemi da affrontare, se una rivoluzione violenta non sedimenti comunque almeno una burocrazia da cui non riesce più a liberarsi e che condiziona irreversibilmente il suo futuro, cioè la famosa armata rossa o verde-oliva, e poi una analisi economica, almeno alla maniera di Colin Crouch, sui motivi del naufragio economico del socialismo reale, che come insegna la Cina non dipende certo, di per sé, dallo stalinismo. Infine il famoso dualismo dei poteri, che precede l’esito dello scontro a sinistra o a destra nella fase montante, resta qualcosa di necessariamente breve e provvisorio o qualcosa che in alcuni casi sarebbe meglio tenere in vita a garanzia di quel pluralismo, cui un esito rapido metterebbe comunque fine, vedi gli attuali casi latino-americani di Ecuador, Venezuela e Bolivia?

  • Professore buongiorno.

    La ricostruzione storica degli anni seguenti alla Rivoluzione d’Ottobre è inoppugnabile. Esisteva, va ricordato, una minaccia enorme data da due anni di Guerra civile e di assedio da ogni lato e su ogni fronte da parte delle potenze imperialistiche, intervenute direttamente nel conflitto, dei loro lacché (polacchi e non solo) e della cosiddetta Guardia bianca (Denikin, Kolchak, Wrangel). Il cosiddetto “comunismo di guerra” impose misure draconiane in termini economici (requisizioni), di mobilitazione (i sabati comunisti) e di verticale del potere (la cosiddetta edinonachalie). Senza queste misure estreme, che imponevano una disciplina ferrea, i bolscevichi non sarebbero durati “non due anni, ma nemmeno due mesi” (Тут нужна железная дисциплина, железный строй, без которого мы не продержались бы не только два с лишком года, — даже и двух месяцев. V.I. Lenin, “XI Congresso del PCR(B), Rapporto del CC”, in PSS, Vol 40, p. 250).
    Partita la NEP, ictus e …, purtroppo, “gioco, set, partita”.
    Con questo non voglio dire che una certa inclinazione alla “direzione unica” sia mai esistita: dopo secoli di zarismo, tuttavia, la democrazia sovietica, fatta DI delegati operai e contadini e DA delegati operai e contadini che, fino a poco tempo prima, erano semplici servi della gleba, doveva apparire come il “non plus ultra”, e di fatto era così. Boffa nella sua Storia dell’URSS parla di fallimento dell’intellighenzia, con qualche spintarella di troppo da parte di Trotckij, Stalin e Bucharin.
    Io, più modestamente, parlo di processi lunghi, che non nascono dall’oggi al domani: senza andare troppo lontano, e in piena “par condicio” fra settentrione e meridione del nostro belpaese, basti pensare a intere regioni prima “comuniste” e poi pidiessine, così, dall’oggi al domani, o di comuni che cambiano colore politico con il cambio di colore del capoclan di riferimento. In altre parole, rapporti sociali preesistenti, fondati su un substrato culturale diffuso, più innesto di “pensieri nuovi, moderni”, provenienti da fuori, e che rimandano a nuovi rapporti sociali, uguale risultati diversi. Lenin e Mao si dicevano comunisti, ma fra il primo e il secondo intercorre un abisso. Metterli insieme, equivale a mettere insieme Leonardo Boff e Tomas de Torquemada o, per restare in ambito cinese, il comunismo da caserma di Mao e il socialismo del xxi secolo di Xi. Tuttavia, da una destra che chiamava “comunisti” i diessini, c’era da aspettarsi questo e altro.
    Un caro saluto.
    Paolo

  • se ammettiamo che il fine giustifica il mezzo, dobbiamo dire che Stalin e’ stato uno dei piu’ grandi politici della storia, perche’ non c’e’ dubbio che ha salvato la Russia dal fare la fine del continente africano. Tale pericolo, non solo provenne dalla Germania nazista, ma prima ancora dagli stati capitalisti (una coalizione di ben 14 paesi tra cui anche l’Italia) che mandarono i loro eserciti in aiuto all’armata bianca perche’ come disse Churchill “il comunismo andava strozzato nella culla”. E nonostante questi attacchi l’ URSS sotto la guida di Stalin, non solo ne usci vincitrice, ma divenne una grande potenza, risultato assolutamente eccezionale.
    Il terrore ci fu sicuramente , come ci fu con la rivoluzione francese e ancora prima con quella di Cromwell , e piu’ o meno in tutte le rivoluzioni, ma poiche’ non fu possibile “strozzare il comunismo nella culla” vollero screditarlo con le bugie. Ed ecco una ridda di cifre iperboliche, chi dice che ci furono 20 milioni di morti, chi addirittura dice 60 milioni, pensate, 60milioni su una popolazione di 140milioni, quindi secondo questi buffoni, Stalin avrebbe sterminato quasi la meta’ della sua popolazione, ma a chi la vogliono dare da bere? E comunque ricordiamoci bene che nessuno tra i grandi statisti e’ mai stato un filantropo, quanti avversari hanno fatto uccidere, e quanta gente hanno fatto morire Giulio Cesare, Napoleone, Bismark, Pietro il Grande, Cavour, Vittorio Emanuele etc.. etc.. ????
    Di questi ultimi due abbiamo le piazze piene di statue perche’ vengono celebrati come i padri nobili della patria, ma retorica a parte, amavano l’autoritarismo e la guerra, in 16 anni il Piemonte fece ben 5 guerre compresa quella contro il cosiddetto brigantaggio che in realta fu la rivolta dei contadini del sud schiacciati dalle tasse imposte dal nuovo stato in crisi per le guerre fatte. Fu allora che Cavour ordino’ ai suoi generali di non fare prigionieri ed esercitare la legge di rappresaglia come fecero i nazisti piu’ tardi. Fu la guerra al brigantaggio una repressione particolarmente crudele e sanguinosa, ma occorre dire che Vittorio Emanuele era il re galantuomo, e Cavour il benefattore degli italiani.
    Ecco quello che puo’ valere il “giudizio della storia”

      • @ allora ditelo

        il fine giustifica i mezzi lo ha detto Machiavelli, non la pravda. Poi guarda che nessuno sostiene che l’URSS fosse un paradiso terrestre, semplicemente non era l’impero del male come vorrebbero far credere. In quanto al tuo whataboutism, qui in occidente spesso in occasione di contestazioni ci si sentiva ripetere le solite menate sull’arcipelago gulag, e nessuno sa’ che in realta’ tale sistema carcerario era stato istituito dagli zar e non dai comunisti. E poi non e’ vero forse quello che ho detto sui grandi della storia? E allora se e’ vero come e’ vero che i piu grandi politici della storia hanno avuto un metro di pelo sullo stomaco (non puoi negarlo se conosci la storia), e se si pensa che il fine non giustifica i mezzi, perche’ prendersela solo con uno di loro?

        • Lasciamo pure Machiavelli a dare il nome -in modo poco lusinghiero- ad uno dei tratti della personalità della “triade oscura”.

          Non mi sembra il caso di “avverare” un copione antagonista e passare in rassegna gulag e quant’altro perché ciò distoglierebbe l’attenzione dai “mezzi psicologici” che poterono e possono accompagnare certi “mezzi/verità” (sic).

          Non ci dovrebbero essere dubbi che si possano esecrare i comportamenti antisociali di qualsiasi personaggio storico.

          • @ allora ditelo

            “…Non ci dovrebbero essere dubbi che si possano esecrare i comportamenti antisociali di qualsiasi personaggio storico.”

            lo penso anche io, il problema pero’ e’ che il metro di giudizio e’ diverso a secondo di chi si parla. Dovrai convenire anche tu (se sei obbiettivo) che ci hanno massacrato i coglioni a lungo con l’invasione dell’Ungheria e della Cecoslovacchia quando le invasioni di Panama e di Grenada sono state rimosse dalla storia e dalla memoria di tutti. E nessuno puo’ negare che nei suoi 70 anni di vita l’URSS ha fatto molte meno guerre di quante ne abbiano fatte negli ultimi 70 anni gli USA. Si tratta per chi ancora non lo avesse capito, di affermare per deduzione da fatti oggettivi, che il comunismo nonostante i suoi difetti e’ stato sotto vari aspetti migliore del capitalismo, altro che impero del male. Chi non ha in testa idee preconcette non fara’ fatica a rendersene conto.

          • Obiettivamente confido che ogni persona a cui potrebbe chiedere effettivamente un parere portando esempi possa avere un’opinione diversa dal “pensiero unico” che lamenta, ammesso che abbia la pazienza di scoprirlo.

            Per tornare ai giorni nostri non di rado avrà letto o sentito invocare l’art 11 Cost. contro le “missioni di pace” che per un motivo o per l’altro si materializzano.

            Quando vengono “ricostruite” certe necessità per “alti fini” c’è sempre qualche altro povero cristo che ne ha fatto le spese: sfido chiunque a fare gli stessi ragionamento pensando che a rimettere le penne ci sia egli stesso ed i suoi congiunti (che presumibilmente non deumanizza).

            Senza entrare nel merito (come anticipato) ricordi comunque nel bias di conferma (l’attitudine a dare salienza agli aspetti positivi) non ci sia nulla di oggettivo ma appaia solamente tale individualmente.

            La invito però a non confondere “capitalismo” e “comunismo” con questo o quello.

            Si parlava di persone specifiche e dei danni che non dovrebbero ripetersi.

  • O.T.
    Charlie Hebdo ha fatto una vignetta che non fa per nulla ridere sui fatti dell’Hotel Rigopiano.
    Non va denunciato. Liberi.
    Si tratta di sapere che sono la Francia profonda, anti italiani non per caso, ma per interesse, malgrado non so quanti decenni di CEE/UE.

    • Concordo Gaz. Quella di CH non è satira. La satira la si esercita contro i potenti. La derisione di poveri cristi che ci han lasciato le penne, è sciacallaggio, e della peggiore specie. Brutta gente, ignoranti non nuovi a queste uscite: comportamenti disumani, più che antisociali, xenofobi e razzisti, mascherati da provocazioni intellettualoidi radical chic.
      Meriterebbero non la fine che hanno già fatto, ma almeno una pala in mano, tre ore di sonno al giorno e i geloni ai piedi come i nostri che, da quando si sono staccati la prima notte dalla colonna bloccata con sci e ciaspole per portare i primi soccorsi, stanno facendo veri e propri miracoli completamente sprovvisti di mezzi materiali idonei.

      Forse, tornerebbero uomini.

      Ciao
      Paolo

      PS Questo, al netto di cose che gridano vendetta e che forse non avranno mai giustizia, uccidendo due volte quei poveri cristi che son rimasti sotto.

    • Attendo invece che una sentenza faccia chiarezza essendo per nulla rilevanti le apologie del genere diffuse strumentalmente a mezzo stampa (dalle redazioni che censurano altro per pubblicare tali vignette).

      Invece di sdoganare laqualunque ricordiamo anche che c’è una differenza sostanziale tra chi compra una rivista di nicchia volontariamente per vedere simili vignette e chi vi è esposto suo malgrado mediante un mainstream che si presume “generalista”.

      Da quando in qua si è affinata nei media l’usanza di passare in rassegna tutte le idiozie della giornata invece di informare i cittadini?

      https://it.wikipedia.org/wiki/Gatekeeping

      • Ciao Allora Ditelo, hai pienamente ragione.
        Da quando… da quando non fanno notizia 120.000 civili a Deir-Ez-zor (enclave siriana che resiste, da quattro anni, all’assedio dell’ISIS), minacciati da un attacco senza precedenti e su vasta scala, grazie ai rinforzi provenienti dall’Iraq, invasi in più fronti, tagliati i ponti con l’aeroporto che li tiene in vita comunicando con Damasco, ciò nonostante resistono, donne e uomini in trincea fianco a fianco, decisi a morire piuttosto che arrendersi e, in condizioni di estrema inferiorità numerica, passano addirittura al contrattacco, mostrando un coraggio che gli fa onore. Ma combattono dalla parte “sbagliata” e, pertanto, per i media occidentali possono morire tutti.
        Hai visto anche quanto spazio è stato riservato ai colloqui di Astana dai media?
        Purtroppo, la chiamano libertà di stampa… hai ragione, montare una polemica su una vignetta idiota è un modo elegante di fare veline, visto che non si può fare un tg di tre ore e le notizie sono quelle. L’unica, magra, consolazione, è che la tv e la stampa sono sempre meno fonte principale di informazione: lo sono tanto, ma non ci sono solo loro, come soltanto quindici, venti anni fa.
        Un caro saluto.
        Paolo

        • In effetti può essere ricondotto ad una questione di concorrenza.

          E quello di cui si sente il bisogno è quella fase di elaborazione che fornisce informazioni contestualizzando le notizie per costituire un ausilio effettivo alle decisioni individuali.

          Questo presuppone anche una multidisciplinarietà che sembra essere maggiormente nelle disponibilità di interessi economici di una certa consistenza.

          Siamo nell’era dell’asimmetria informativa quando il capitalismo è nato col presupposto dei mercati ad “informazione perfetta”.

          • “Siamo nell’era dell’asimmetria informativa quando il capitalismo è nato col presupposto dei mercati ad “informazione perfetta”.”
            _______________________
            Se concordiamo che il capitalismo è un ordine o sistema sociale che deriva dell’usufrutto della proprietà privata sul capitale come strumento di produzione ecc., il capitalismo è nato e basta. Il presupposto di ‘informazione perfetta’ rientra come condizione teorica nel più ideali dei modelli di mercato: la concorrenza perfetta.

            D’altra parte, siamo di certo “nell’era dell’asimmetria informativa”, ma quando non è stato così?

          • Errata corrige:
            …nel più ideale (e restrittivo dal punto di vista teorico) dei modelli di mercato…

          • In effetti le definizioni si concordano e la questione dei mercati a concorrenza perfetta e del laissez-faire come tratti condivisi dal capitalismo d’antan necessita di una certa indulgenza.

            Ancora oggi non è difficile essere esposti a vecchie concezioni del capitalismo e del mercato perfetto.

            Nonostante ci siano economisti moderni come George Akerlof (o Herbert Simon) che abbiano illustrato i limiti di tali pregiudizi.

          • @Allora ditelo

            Indulgenza con chi impasta deliberatamente e in modo fraudolento il principio generale di non intervento statale sull’andamento della economia con un modello concreto di un mercato specifico… niente affatto! Duro y a la cabeza.

            Comunque, e riguardo alla sua affermazione secondo cui “siamo nell’era dell’asimmetria informativa”: c’è mai stata, a suo avviso, in qualche momento della storia d’antan o recente, concorrenza giornalistica perfetta?

  • gentile professore sto leggendo un libro non citato da ella “la tragedia di un popolo” di orlando finges, che prende in considerazione un periodo più vasto del solito 1891-1924 della stroria russa.A parte l’impostazione anglosassone e liberale dell’autore, l’analisi di un orizzonte temporale più ampio per descrivere gli eventi l’ho trovata una scelta più completa.
    una domanda che mi sono posto più volte, e fatti tutti i debiti distinguo, è come mai Lenin e i bolscevichi riescono a prendere il potere e a rimanervi, mutando il corso della storia , mentre 70 anni prima Mazzini e i suoi , onstante qualche momentaneo successo ( repubblica romana) vengono travolti dagli enti e non riescono a mantenereil potere seppur localmente, per pochi mesi. riscontrando in entrambi i personaggi , pur nella diversità ideologica, notevoli affinità nel pensare e nell’agire politica. con stima e cordialità makno

  • Sono contento che venga ricordato lo sforzo del Manifesto per rompere la rimozione a sinistra sull’esperienza stalinista. Esso rimase isolatissimo, anche da parte dei futuri pentiti e piangenti di vent’anni dopo. Quell’isolamento quasi totale dice moltissimo sui disastri anche intellettuali della sinistra italiana ed europea nei decenni successivi. E comunque, quell’isolamento fu anche il risultato di una somma di decisioni, e quindi di responsabilità, individuali: non c’erano mitragliatrici schierate per impedire l’accesso di via Tomacelli a Roma o al convegno di Venezia sull’Europa dell’Est (io non ci andai perché ero in servizio militare).

  • OT
    All’indomani della firma del Trattato di Maastricht Montanelli con una internvista Rai si dichiarò entusiasta del fatto che finalmente saremmo stati governati dalla Germania, perchè noi non saremmo stati capaci di autogovernarci.
    I fatti hanno dimostrato che l’auto depressione non serve a nulla, Cilindro aveva torto e che la Germania ha curato solo i suoi affari.
    Di quanto l’Italia si è svenata con l’euro in tutti questi anni?
    Lontano dai venditori di aringhe!
    Riuscite ad immaginarvi Giggetto il pescatore come pRIMO Ministro? Ecco questo è l’allemagna magna magna
    Italexit !!!

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