Attilio Mangano.

Due giorni fa, per puro caso, ho appreso della morte del mio amico Attilio Mangano, avvenuta il 9 aprile ultimo scorso. Non ne sapevo nulla e mi è molto dispiaciuto non averlo saputo in tempo, per un ultimo saluto.

Attilio lo avevo incontrato la prima volta nella primavera 1979, quando sia lui (che era un movimentista organico) che io (che ero un “partitista critico”) eravamo schierati per la presentazione di liste di Nuova Sinistra Unita nelle vicine elezioni politiche. Nonostante fossimo in minoranza, quella linea passò, anche per il sostegno di Vittorio Foa, ma andò male: 293.000 voti e nessun deputato. Il progetto non era sbagliato ed avrebbe potuto aprire alla Nuova Sinistra una strada diversa dalla stentata sopravvivenza residuale di Democrazia Proletaria, ma fu troppo improvvisato, pasticciato e con pochissimi mezzi. Io uscii subito da Dp, non credendo più alla sua possibilità espansiva, Attilio, invece, ci restò ancora una alcuni anni, dirigendone la rivista teorica “Unità Proletaria” che organizzò anche incontri di studio ad uno dei quali (dedicato alla forma partito) partecipai.

Attilio ha sempre avuto una passione per le riviste: diresse di fatto “Politica Comunista” (organo teorico di Avanguardia Operaia, di cui aveva fatto parte sin dall’inizio) fra il 1973 ed il 1975, poi “Unità Proletaria”, dopo tentò di resuscitare la rivista del suo maestro Stefano Merli “Classe” e dopo ancora “La Balena Bianca” (e di queste ultime due testate uscì solo il primo numero). In questo, condividevamo una passione, ed Attilio collaborò anche alla rivista barese che curai dal 1980 al 1985 (“Materiali per una nuova sinistra”), ma restò sempre una differenza fra noi due: per lui la cultura era tutto, il mondo poteva essere cambiato solo attraverso un processo molecolare i piccoli gruppi che producevano cultura, per me la politica, nella sua dimensione statuale, organizzata e per grandi scontri, restava centrale e determinante.

Ricordo una discussione piuttosto accesa che avemmo dopo la seconda guerra del Golfo: lui era favorevole alla guerra ed all’ “esportazione della democrazia”, io assolutamente contrario. Per sostenere la sua posizione, mi invitava a guardare al processo di crescita della democrazia in Iraq e quando gli chiesi dove vedeva i segni di questa crescita lui mi risposte che gli iraqeni ormai avevano i loro giornaletti, le loro fanzine, i loro piccoli circoli, le loro piccole iniziative culturali locali. Il tutto mentre stava iniziando la guerra civile fra alquaesisti e sciiti!

Ma per lui una conversazione di sei persone valeva quanto un corteo di centomila e forse anche di più. Lui aveva una fede cieca nella processualità che avrebbe trasformato la pioggia in rivolo, il rivolo in torrente ed il torrente in fiume impetuoso. Io sono sempre stato un realista politico (lui, nei momenti più critici delle nostre discussioni, mi definiva “politicista”) e non ho mai avuto particolare passione per il micro, salvo qualche piccolo divertimento. Lui tutto sommato, era un evoluzionista, io ho sempre creduto che la storia proceda per grandi rotture improvvise, anche se lungamente preparate, e non ho mai creduto all’evoluzione pacifica. Lui aveva la passione per il micro e, più che mai, ci siamo allontanati da quando, una decina d’anni fa, ho iniziato a studiare la globalizzazione che esige una ottica macro.

Ma questa passione per le microstorie non gli impedì di scrivere saggi importanti su figure come Lelio Basso, su temi come la Questione meridionale, sulla tradizione comunista ed il togliattismo ecc. Sempre, però, in una cornice nazionale. Almeno sino agli anni ottanta Attilio è stato un marxista alla ricerca di un comunismo diverso e libertario (anche se poi, per una certa fase, lo cercò nel maoismo che era solo una diversa forma di stalinismo), dopo ha vagato senza più una bussola, mescolando simpatie per i verdi, per la non violenza, il femminismo, la nuova psichiatria, influenze anarchiche come i testi di Castoriadis ecc.

Ha scritto molto: libri riviste, articoli a getto continuo e da ultimo curava due blog (particolarmente interessante “intellettuali storia”) che hanno prodotto centinaia e centinaia di pagine.

Soprattutto ha scritto cose importanti sulla storia della Nuova Sinistra e sulla teoria dell’immaginario, con un approccio classicamente a cavallo fra storia e filosofia  ed ha coltivato anche una sua vena per la poesia. E’ stato certamente una delle figure intellettuali più importanti della sinistra sessantottina con la quale ho condiviso decine di progetti (anche se pochissimi dei quali effettivamente venuti alla luce). I nostri rapporti di collaborazione hanno sempre registrato convergenze e separazioni, avevamo molte cose in comune ma ci dividevano molte altre cose. Lui guardava con diffidenza i miei interessi politologici e la mia ricerca in campo internazionale, io ho sempre avuto un atteggiamento molto ironico verso le sue passioni poetiche e filosofiche. Si arrabbiava quando gli dicevo che la filosofia fa male ed  i libri di questa materia dovrebbero essere venduti in farmacia dietro presentazione di ricetta medica con la posologia indicata.

Ma discutere con lui non è mai stato inutile. E’ un altro pezzo del mio mondo che se ne va. Ma questo è inevitabile quando si entra nell’età degli addii.
Mi mancherà.

Aldo Giannuli

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Aldo Giannuli

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