L’Attentato a “Charlie Hebdo”, il jihadismo europeo e la nostra sicurezza nel contesto internazionale

Un sincero ringraziamento a Lorenzo Adorni per gli articoli molto interessanti e dettagliati con cui sta contribuendo all’analisi in questi giorni. Aldo Giannuli

Il grave attentato alla redazione del giornale “Charlie Hebdo” ha dato luogo non solo a numerosi interrogativi su quanto è accaduto, ma ha anche posto notevoli domande sulla reale pericolosità del fenomeno jihadista in Europa. E’ utile valutare questi aspetti alla luce di quanto accaduto in passato e analizzando la recente storia del contrasto al terrorismo islamico in Europa.

La sicurezza del luogo della redazione di “Charlie Hebdo”

Innanzitutto consideriamo il luogo dell’attacco: la sede del giornale “Charlie Hebdo”. Un luogo ritenuto sicuro per ospitare la redazione. Accessi controllati tramite porte di sicurezza e  da un agente di polizia. Un altro agente di scorta garantiva la sicurezza personale del direttore Stephane Charbonnier.

Si tratta di misure atte a garantire un livello di sicurezza sufficiente se la minaccia ipotizzata era valutabile nell’attacco di un singolo folle, di un singolo terrorista, armato di coltello o di pistola. Sufficiente anche per garantire una discreta sicurezza nei confronti di attentati dinamitardi. Insufficiente se il livello della minaccia sale. Del tutto insufficiente di fronte ad un commando di due, o tre, persone (sul numero effettivo di attentatori sussistono ancora dubbi), pesantemente armate con AK-47 e, a quanto pare, un lanciagranate RPG.

Di fronte a questo genere di armamento, in uno scontro a fuoco ravvicinato e imprevisto, c’è poco da fare. Di fronte a questa potenza di fuoco, solo una sicurezza di livello più alto, come quella che troviamo in alcuni settori sensibili degli aeroporti, può dimostrarsi atto a contenere la minaccia.

Ma, la minaccia nei confronti di “Charlie Hebdo” e del suo direttore, era stata valutata sulla base di casi precedenti, occorsi in passato: ferimenti, accoltellamenti, singoli individui con pistole.

L’assalto dello scorso 7 gennaio, si pone su di un altro livello, non prevedibile o comunque non valutato come possibile.

Le armi: ipotizzarne la provenienza è prematuro, ma procurarsele non è impossibile.

Gli AK-47 utilizzati sono di due versioni leggermente differenti. Non possiamo, ovviamente, sapere dove gli attentatori se li siano procurati. Tuttavia occorre ricordarsi che, in passato, alcune cellule terroristiche jihadiste si procuravano le armi direttamente in Europa. Armi prodotte in Europa, acquistate da trafficanti, e mandate poi in nord africa o in altre aree del medio oriente. Può sembrare strano. Ma, esistono diversi casi documentati.

Gli AK-47 sono armi reperibili in buona parte dell’Europa orientale. Trasportabili in Francia, occultate all’interno di autovetture modificate. Anche in questo caso esistono numerosi casi che documentano questo genere di traffici. Lo stesso vale per il trasporto attraverso i Balcani. La Turchia e Siria sono ad un passo da queste zone. Non a migliaia di chilometri di distanza.

E’ vero anche che esistono luoghi, nel sud della Francia, molto amati da certi trafficanti d’armi. I quali, però, non sono certo interessati a vendere due (o più) AK-47 in Francia (o più in generale in Europa) a una cellula di jihadisti. I trafficanti d’armi non sono stupidi. Sanno che a fronte di un pressoché nullo guadagno corrisponderebbero un sacco di noie. Meglio continuare a restare a prendere il sole in Europa, vendendo armi, in quantità enormi, ma da un’altra parte del mondo.

Ciò che è importante notare è che le armi (e le munizioni non dimentichiamolo) non viaggiano mai con chi dovrà poi utilizzarle. All’interno delle reti jihadiste gli incarichi vengono suddivisi fra diverse cellule. Una cellula procura le armi. Poi le cede ad un’altra cellula deputata al trasporto. Che infine le consegna ad un’altra cellula, per un eventuale utilizzo o per ulteriori passaggi. In tutti questi trasferimenti, le persone di diverse cellule che entrano in contatto, fra loro, sono molto poche. Spesso pochi singoli individui. In questo modo l’eventuale arresto di un componente di una determinata cellula non compromette interamente le altre cellule in contatto con gli arrestati. Così facendo, i membri non arrestasti, proprio perché sconosciuti dagli arrestati, possono più facilmente ricostituire la cellula o trasferirsi in altre città.

La dinamica e l’addestramento

Veniamo al commando. Addestratissimo secondo alcuni. Molto meno secondo altri. E non certo perché uno dei due abbia perso una scarpa. Ma, ciò che appare dalle immagini è in effetti contrastante. Il commando del video, composto da due uomini, si muove in maniera non propriamente corretta. Molto spesso i due terroristi si trovano troppo vicino, guardano nella stessa direzione e si affiancano, diventato potenzialmente un facile bersaglio.

Tuttavia il modo in cui sparano non lascia dubbi. Niente raffiche. Solo colpi singoli. Esplosi con precisione. Anche contro bersagli a distanza. Anche contro le auto della polizia. Il kalashnikov appare, molto spesso, imbracciato correttamente, saldamente, vicino al corpo. Non protraggono le armi in avanti sparando a casaccio. Chi spara e gestisce le armi in questo modo è addestrato. E non è la prima volta che spara o sostiene un conflitto a fuoco.

Vi è poi il modo in cui viene assassinato il poliziotto a terra, già ferito. Più che l’estrema freddezza e il modo in cui l’attentatore si muove a rilevarci il suo grado di addestramento. Cammina ad una velocità ben precisa, alla quale sa di avere la capacità di spostarsi e al tempo stesso garantirsi la velocità di reazione necessaria ad affrontare una o più impreviste minacce proveniente dal basso o da in fronte a se. L’arma viene tenuta verso il terreno, sapendo di poterla alzare rapidamente di quel poco che basta per colpire un eventuale obbiettivo. In questo caso l’attentatore dimostra un buon grado di addestramento.

La freddezza e il modo in cui colpisce il poliziotto, ferito a terra, la possiamo ritrovare e rivedere nei numerosi video in cui appaiono i combattenti che si addestrano nei campi afghani o siriani. Con questo non intendo sostenere che gli attentatori presunti, Said e Cherif Kouachi, siano stati addestrati in quei campi come in altri presenti in diversi stati. E’ vero che c’è chi sostiene che con un kalashnikov può sparare anche un bambino. Ma, nessuno spara in questo modo, con queste armi, nel suo primo conflitto a fuoco. E’ innegabile che un discreto livello di addestramento ci sia.

Concludendo, sanno sparare, sono dei buoni tiratori, ma non sanno muoversi come combattenti ben addestrati. Forse perché il centro di una metropoli europea, come Parigi, non è esattamente simile al luogo dove avrebbero potuto ricevere un ipotetico addestramento, come il deserto mediorientale, o i sobborghi di una cittadina siriana. Forse perché in un’azione di questo genere, anche chi è addestrato può commettere degli errori.

L’intelligence Francese e il contrasto al GIA

Nove persone arrestate. Non stiamo parlando di terroristi solitari. Ma, di una cellula jihadista.

A questo punto però, occorre fare un passo indietro, per avere una visione d’insieme. Molto spesso l’intelligence francese viene descritta come tra le migliori al mondo. In particolar modo nella lotta ai fenomeni legati al terrorismo di matrice islamica e al jihadismo con basi in Europa.

Queste valutazioni sono in larga parte corrette, perché la Francia e la sua intelligence hanno avuto modo di studiare ampiamente e contrastare a lungo il terrorismo islamico già a partire dagli anni novanta. In quel periodo la Francia aveva, sul proprio suolo, diverse cellule terroristiche del GIA algerino.

Ciò spinse l’intelligence francese a dare il via una serie di attività d’ infiltramento delle cellule terroristiche islamiche, presenti nel territorio francese.

Frequentemente, occorre ricordarlo, queste attività sono state rese possibili dalla collaborazione volontaria di cittadini francesi mussulmani che, in un modo o nell’altro, dopo essere entrati in contatto con queste cellule jihadiste, non ne avevano condiviso gli scopi e i modi operativi, compresi quelli terroristici, e conseguentemente si offrivano di collaborare con le autorità francesi.

L’esatto opposto di quello che si è soliti credere. Non erano le agenzie di intelligence a cercare contatti e tentare di ottenere un inquadramento dei propri uomini nelle cellule jihadiste, ma erano componenti di quest’ultime che si offrivano di collaborare con le autorità.

Durante questo periodo l’intelligence francese fu in grado di compiere un notevole salto in avanti nella comprensione del fenomeno jihadista. Individuando i canali di approvvigionamento di armamenti ed esplosivi, nonché i contatti europei e mediorientali che garantivano gli spostamenti di uomini e risorse finanziarie. A ciò si aggiunsero informazioni sulle tipologie di addestramento militare, sugli armamenti a disposizione dei terroristi e sui metodi utilizzati per fabbricare ordigni esplosivi.

Inoltre, con una massiccia raccolta di immagini fotografiche scattate all’esterno di particolari luoghi di culto islamici, fu possibile ricostruire gli spostamenti di numerosi jihadisti in diverse città d’Europa. Giungendo ad individuare nuove cellule terroristiche.

Le capacità sviluppate dall’intelligence francese, nel contrastare il fenomeno jihadista, divennero il punto di riferimento per l’intelligence statunitense dopo gli attentati dell’11 Settembre 2001.

La DGSE e il contrasto dei nuovi Jihadisti

L’intelligence francese dagli anni dello SDECE e del contrasto al GIA algerino, ai giorni odierni, è stata più volte riformata. Sono lontani i tempi in cui alla mensa dello SDECE si pranzava con l’argenteria del direttore, il Conte de Marenches. Oggi la DGSE è un’altra cosa. Un’agenzia di intelligence moderna, dotata di sofisticate tecnologie a disposizione, in particolar modo SIGINT.

Tuttavia, per contrastare le cellule jihadiste, le migliori risorse sono ancora gli uomini sul terreno e da questo punto di vista gli attentati di Tolosa, Montauban, Bruxelles e Parigi rappresentano dei fallimenti. Oggi sappiamo che negli scorsi tre anni la DGSE ha fallito più di una volta.

Dall’altro lato non possiamo sapere quanti siano i successi e la loro validità. Occorre ricordare che rispetto agli anni del contrasto al GIA vi sono stati dei cambiamenti rilevanti. A partire dai profili dei terroristi islamici e dei jihadisti. Se al tempo del GIA le cellule erano costituite da algerini di recente immigrazione, o dalle prime generazioni di giovani, d’origine algerina, nati in Francia, oggi sono trascorse ulteriori generazioni e le figure dei nuovi terroristi sono differenti.

Ragazzi francesi nati per lo più negli anni ’80, come nei casi di Mohammed Merah, l’attentatore di Tolosa, Mehdi Nemmouche, l’attentatore di Bruxelles e Said e Cherif Kouachi, i presunti attentatori di Parigi. Persone cresciute in contesti europei e occidentali, ma che, giunti ad un determinato punto della loro vita, hanno iniziato a percepire come estranei e combatterli. I Jihadisti di oggi sono soggetti inseriti nel contesto sociale in maniera molto differente dai loro predecessori che militavano nel GIA o che si recavano in Afghanistan negli anni novanta per ricevere un addestramento da Mujaheddin e intraprendere il jihad. Anche se, molto probabilmente, nelle prossime ore verranno alla luce chiaramente alcuni punti di contatto fra queste diverse generazioni di terroristi.

Tuttavia per le intelligence francesi, e più in generale europee, si tratta di fenomeni ed elementi nuovi, ancora da comprendere pienamente.

Dall’altro lato esiste una certa continuità fra alcuni elementi di rilievo del terrorismo jihadista francese dai tempi del GIA e dell’Afghanistan, alla più recente guerra in Iraq e alla odierna crisi siriana.

La presenza dell’ISIS e la destabilizzazione in Medio Oriente

L’aspetto più significativo è sicuramente l’influenza che la crisi siriana ha sul mondo occidentale. Non solo perché la presenza delle milizie dell’ISIS nella regione mediorientale ha dato vita a un fenomeno del tutto simile a quello verificatosi negli anni novanta fra Europa e Afghanistan. Alcune centinaia di cittadini europei, si sono recati in Siria per combattere nelle fila dell’ISIS, ricevendo un addestramento paramilitare. Facendo poi ritorno nei loro paesi europei d’origine. Nello stesso modo in cui, negli anni novanta, molti fondamentalisti islamici si sono recati in Afghanistan per divenire mujaheddin e poi fare ritorno in Europa.

Un fenomeno, quello siriano, che si è sviluppato in un periodo piuttosto breve, obbligando le agenzie di intelligence europee ad un rapido riadattamento e ridispiegamento delle risorse. In alcuni casi, non sempre disponibili nel breve periodo. Questo genere di processi, questi rapidi cambiamenti, frequentemente non danno luogo a risultati sempre efficienti nell’immediato. Possono verificarsi errori di valutazione, anche gravi.

Questi sono, a mio giudizio, i motivi reali dei fallimenti che hanno consentito gli attentati di Tolosa, Bruxelles e Parigi. La crisi siriana, e con essa la crisi irachena, sono l’Afghanistan d’Europa. Sono crisi politiche e che sono situate esattamente sui nostri confini. L’instabilità che continuano a riversare nel contesto internazionale non coinvolge, e non coinvolgerà mai, solo ed esclusivamente il Medio Oriente. Ma, riguarderà sempre e comunque più da vicino tutti gli stati europei e l’Unione Europea stessa.

Oggi, il miglior modo per risolvere queste problematiche e contrastare il terrorismo di matrice jihadista, risiede nell’eliminare l’ISIS dal teatro mediorientale.

Lorenzo Adorni

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Aldo Giannuli

Aldo Giannuli

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Comments (22)

  • Ok, eliminiamo l’ISIS. Ammettiamo pure di riuscirci. E poi?
    Poi ci sarà un mucchio di persone incazzate perché gli abbiamo ammazzato familiari, parenti e amici; e perché siamo andati a casa loro a decidere chi meritava di vivere e chi no, come devono organizzarsi, da chi devono farsi rappresentare.
    Il risultato è fin troppo scontato, basta guardare cosa è successo in passato: nascerà una nuova ISIS, che a un certo punto deciderà di ammazzare qualcuno dei nostri, magari a casa nostra. Noi ci indigneremo, faremo tante belle analisi, e concluderemo che l’unica cosa da fare è eliminare la nuova ISIS.
    Ad libitum…

    • beppe, credo che l’islam come insieme di società umane sia piuttosto in crisi e non riesca a dare risposte alle persone che lo costituiscono (credo che il concetto di giustizia sociale incominci a emergere anche per loro). Solo che le risposte che danno cercano di recuperare una tradizione [come se in italia cercassimo di resuscitare le signorie rinascimentali] che spesso rimane alla mercé di manipolatori e delinquenti società prive di organismi e istituzioni di rappresentanza (per quanto vediamo da fuori). L’islam degli sceicchi, stile arabia saudita, dovrà cambiare altrimenti anche loro saranno assorbiti dal fenomeno ISiS. Escludendo la Giordania e altri pochi stati, non credo se né rendano conto.

      • Leopoldo, penso che il Buon Peppe veda giusto. Conosciamo poco l’Islam. Credo che il concetto che loro hanno della giustizia sociale e, per estensione, della pace sociale, risieda nel rigido rispetto di una gerarchia plurisecolare con al vertice i discendenti diretti e collaterali di Maometto e sul gradino più basso la donna. L’unico modo per muoversi socialmente in una siffatta società è abbracciando un destino eroico-guerriero oppure votarsi al fondamentalismo religioso. Ecco, questa è un po’ l’idea che mi sono fatto.

        • Paolo Federico: conosciamo poco l’Islam? Se si riferisce all’informazione media posso essere d’accordo, ma a livello di studi specialistici ce ne sono di ottimi, le assicuro

          • Giannuli, il riferimento era all’informazione media, naturalmente. Però, senza volermi accreditare ad esperto, non ho mai sentito un esperto appunto dare una spiegazione del martirio mussulmano che andasse un po’ più in là del “terrorismo” o del “lavaggio del cervello”.

          • paolo federico: infatti è una spiegazione decisamente riduzionista a cui sfuggono molte altre cose.

        • l’iran è una teocrazia, non sono certo un modello di giustizia sociale da imitare, nonostante i loro annunci folli su israele, per poter participare alla società internazionale qualche concezione interna la fanno e per adesso non vanno in giro a fare attentati. Concordo nello svilupparsi in una teocrazia, ma qui sorgono dei concetti ‘come l’esercizio diretto dell’autorità’ (sparo -> uccido) credo che gli islamici dovrebbero incominciare a porsi qualche domanda perché syria, ecc.. personaggi del genere al momento sono il cardine della società a cuanto sembra.

      • Personalmente ritengo che nessuno possa “esportare” la democrazia e che gli interventi fin qui eseguiti dall’occidente, interventi che fra l’altro non erano propriamente mossi da nobili intenti ma dall’interesse per il petrolio, sono stati dei clamorosi buchi nell’acqua.
        Semplificando drasticamente, la democrazia in occidente esiste perché i nostri avi hanno imbracciato le armi e si sono ribellati all’aristocrazia dominante ottenendo costituzioni e governi eletti tramite suffragio universale. Non c’è stata un’entità superiore che è intervenuta.
        Se in un’area non c’è un movimento di persone che si mobilitano per costruire una forma di governo partecipata, nessuno potrà imporre quel tipo di governo alle persone, per il semplice motivo che non saranno in grado di gestirlo.

  • Sulla professionalità dei killer mi pare non ci sia discussione. Basta osservare la rosa di tiro sul parabrezza della macchina della polizia. Che con un arma da guerra, sia AK47 o altro, possa sparare anche un bambino ho dei serissimi dubbi.
    Irrilevanti i movimenti sbagliati durante la ritirata. Non erano sotto tiro. Non era necessario.
    Non ho trovato notizie su timing dettagliato dell’azione dall’inizio alla fine. Sarebbe interessante stabilire la durata effettiva con precisione e ricostruire nei dettagli tutti i movimenti.

    • David Arboit: ti stai facendo suggestionare dalla rosa di tiro, ma ci sono modelli senza rinculo che ottengono quei risultati anche se spariamo tu ed io che non abbiamo mai sparati neanche con il fucile da caccia

  • Il vile attacco contro la redazione di Charlie Hebdo che ha lasciato a terra 12 vittime apre un nuovo capitolo della famigerata “guerra al terrore”.
    Uno scontro dove, al di là della retorica dei neocon americani e dei loro tristi epigoni europei dalla, fallace Fallaci a Magdi Allam, la maggioranza delle vittime sono stati gli abitanti dei “paesi musulmani” e le libertà civili conquistate in secoli di lotta in occidente.
    Non c’è dubbio che l’attacco commesso da islamisti, pista al momento più accreditata e probabile, alla sede del giornale satirico francese vada a favore di chi nella logica dello scontro di civiltà ci sguazza. E in questa logica ci sguazzano sia gli apparati industriali-militari occidentali, con il loro corollario di neo-burocrati della sorveglianza, che le componenti più reazionarie del mondo islamico, facciano esse parte del blocco di potere sunnita delle petromonarchie del golfo o parte di quella galassie di schegge impazzite e di soggetti più o meno autonomi, ivi compreso lo Stato Islamico o parte del blocco di potere Siro-Iraniano sciita o dei vanagloriosi sogni neottomani di Erdogan.
    Questo dispositivo guerrafondaio potrà essere decostruito e ridotto all’impotenza, perchè è questo il compito storico che ci dobbiamo prefiggere, solo dalla costante mobilitazione in senso rivoluzionario degli sfruttati tutti, atta a superare nel più breve tempo possibile sia il dominio burocratico-militare degli stati occidentali che quello delle teocrazie musulmane. Solo l’internazionalismo di classe può opporsi in modo efficace alla marea montante delle guerre e dei presunti scontri di civiltà, che altro non sono che dispositivi atti a disciplinare il proletariato catturandolo in una spirale di guerra tra poveri a discapito dell’attacco alla rendita e alle classi dominanti.
    I bastardi che hanno attaccato Charlie Hebdo, ammazzando anche dei compagni storicamente vicini al movimento anarchico, hanno attaccato direttamente una delle più importanti conquiste dei movimenti sociali dai tempi della presa della Bastiglia: la libertà di espressione, la libertà di camminare sulla testa dei re e degli dei.
    E quindi tacciano gli osceni Le Pen, gli orridi Salvini, i deliranti Gasparri, gli ipocriti Renzi: voi con la libertà non avete nulla a che fare. Voi siete nemici della libertà al pari delle milizie daesh.
    Il clericofascistume, francese o italiano che sia, avrebbe volentieri sparato su Charlie Hebdo, giornale svariate volte censurato dalle bigotte procure francesi e cresciuto nel clima libertario della fine degli anni sessanta. Quindi tacciano, gli ipocriti autoritari ed esercitino l’unica libertà che gli compete: quella di scomparire.
    Taccia Hollande con la sua retorica sull’unità nazionale: voi che santificate il dio denaro delle borse, e tenete i “clandestini” fuori dalla fortezza Europa, dopo aver depredato i loro paesi d’origine non avete il diritto di parlare di libertà.
    I molto materiali conflitti che si svolgono da oramai quindici anni nel medioriente si alimentano della macchina di propaganda dello scontro di civiltà. La classe dirigente europea e dei paesi del golfo, così come i capobastone delle bande islamiste, ha sulle spalle il peso di centinaia di migliaia di cadaveri. Quelli delle popolazioni strette tra il martello delle politiche imperiali atlantiste e l’incudine dell’islamismo radicale o delle politiche imperiali sino-russe e iraniane o siriane. I morti di Parigi sono come i centinaia di migliaia di morti di Damasco, Falluja, Cairo, Kabul, Grozny, Gaza, Kobane.
    Il terrorismo dei bombardamenti NATO o Israeliani e il terrorismo delle piogge di missili scatenate da Hezbollah o dei GRAD tirati dall’IS su Kobane o delle autobombe di Al Quaeda sono speculari. Rientrano nella stessa logica di politica di potenza sulla pelle degli sfruttati.
    E tacciano che gli imbecilli afflitti da demenza gauchiste senile che davanti a 12 morti, tra cui, lo ripetiamo, dei compagni, riescono solo a balbettare che Charlie Hebdo sarebbe un giornale antislamico. E quindi, coglioni? Siete forse ancora convinti che la religione sia la lacrima sulla faccia del mondo? Vi siete persi un secolo e mezzo di storia: la religione non è l’oppio dei popoli, è l’amfetamina delle masse. La dialettica di cui vi riempite la bocca non sapete manco dove stia di casa, persi come siete nei vostri giochini tatticisti ed egemonici da gruppettari.
    Siete per caso convinti che il nemico del nostro nemico sia nostro amico? Siete davvero convinti che nell’Europa e negli States la discriminante sia essere musulmani o cristiani e non la collocazione di classe? Vi siete per caso persi le riflessioni sul ruolo dell’associazionismo religioso tra la popolazione immigrata nel tenere buone il proletariato delle suburbie parigine? Siete semplicemente stupidi o siete in malafede convinti di potervi accreditare presso le ipotetiche masse islamiche?
    Ecco il risultato di decenni di terzomondismo riciclato che parla di popoli oppressi e non di classi sociali. Imbastarditevi pure con la borghesia sunnita o sciita. Fate finta di non ricordare il massacro della sinistra laica persiana messo in atto dai controrivoluzionari islamici. Scrivetela pure la vostra neostoria. Ma non pretendete che tutti caschino nelle vostre menzogne.
    In questo momento i rivoluzionari anarchici turchi e curdi insieme alle comunità e alle milizie del KCK ci stanno mostrando quale è l’unico modo per dialogare con gli islamisti militanti: combattere senza tregua alcuna.
    In questo momento non possiamo che stringerci a coloro che sono morti in questo vile attentato oscurantista e non possiamo che rilanciare il nostro impegno.
    Il nostro impegno a sostenere tutti coloro che combattono contro le guerre del capitale.
    Il nostro impegno a sostenere tutti coloro che combattono contro i reazionari islamici o cristiani che siano.
    Il nostro impegno a sostenere tutti coloro che combattono contro gli sfruttatori, bianchi, rossi, neri o a pallini.
    Il nostro impegno nel costruite un società libera, anarchica, laica e secolarista.
    Perchè solo gli sfruttati potranno emancipare loro stessi, non le ipotetiche avanguardie.
    Il capitale, le religioni, lo stato, i re saranno sepelliti, e sarà la nostra gioia, saranno le nostre risate a farlo.
    La Redazione Collegiale di Umanità Nova

  • certo, noi abbiamo come al solito il papa come “re” teorico degli obiettivi islamici. ma d’altra parte sta in un altro stato e si suppone sia un pò più protetto della redazione di charlie hebdo. e il resto? altri simboli non ne vedo. potrebbero provarci con la torre di pisa che è già storta, o col colosseo affittato a della valle, ma non mi sembra una roba credibile. poi non abbiamo avuto colonie come l’algeria, siamo poco impegnati all’estero e il nostro esercito non ha mai vinto una guerra. ci sarebbe la libia, ma tutto sommato l’italia, quando si è tirata indietro con gheddafi, ha fatto un favore ai fondamentalisti. chi si sente in guerra vada a kobane a fare qualcosa di concreto, o, al limite, dallo psichiatra.

  • Ma nessuno a notato che il ministro degli interni francese ha parlato di censurare il web?? sul web gira spazzatura,ma anche molta verità che da fastidio……

  • il filmato sull’uccisione del poliziotto, per quanto la cosa possa essere incredibile, è palesemente falso (basterebbe far rilevare che il colpo sparato da quella distanza avrebbe spappolato il corpo in una pozza di sangue, ma anche il resto è finto), per cui morti a parte ed il dolore di parenti ed amici, lo svolgimento e le motivazioni di tutta la vicenda sono travisate. A chi giova tutto ciò? ad entità immateriali che vivono in dimensione parallela ed immateriale e che hanno interessi alla carne umana, così come un contadino alleva i suoi polli e le galline e di certo nel momento in cui li uccide per i suoi interessi, non gli va certo a dire quali sono le motivazioni della sua morte, per non allarmarli e compromettere il suo business. “La morte vuole la sua scusa”, si dice.

  • Non ho mai letto una sequenza di mistificazioni, bugie, tentativi di despistaggio e grotteste giustificazioni dei fatti come quelle scritte dal signor Lorenzo Adorni, portavoce del sionismo di bassa lega, grossolana manovalanza al servizio del padrone.

    Lorenzo Adorni, lei oltre a fingere di non capire nulla di armi tenta goffamente di coprire un false flag grande come una casa, confezionato dai suoi amici israeliani, firmato da loro e mostrato con orgoglio e tracotanza al mondo intero in modo che tutti sapessero cosa succede se si va contro Israele, come ha incautamente fatto circa un mese fa la Francia votando favorevolmente al riconoscimento dello stato della Palestina. Voto “simbolico” ma considerato un pesantissimo affronto. Siete peggio dei negazionisti nazisti, ma il mondo ha occhi per vedere e orecchie per sentire, la vostra farsa non durerà

      • La jihad è eterodiretta da Washington, da ambienti vicni al PNAC, per portare Jeb Bush alla Casa Bianca, lo capisce anche un bambino e basta seguire il suo comitato elettorale che è perfettamente coordinato con i fatti di sangue degli ultimi mesi.

        Abu Bakr al-Baghdadi è stato addestrato dalla CIA e dal MOSSAD israeliano nel periodo in cui fu detenuto (tra il 2004 ed il 2009) a Guantanamo e successivamente la suo rilascio. Cosa vuole che pensi di uno che scrive che bisogna distruggere l’ISIS dopo un attentato del genere a Parigi? Sembra la riedizione dell’11 settembre e lei lo sa benissimo, come sa benissiomo che i servizi di USA, Regno Unito ed Israele, hanno cooperato insieme per creare un’organizzazione terroristica islamica radicale, sunnita wahabita, operazione denominata in codice “il nido di calabroni”, finanziata da milioni di dollari provenienti da Arabia Saudita, Qatar, Kuwait mentre le armi invece sono state fornite grazie alla gentile partecipazione di Gran Bretagna e USA che le hanno vendute all’ISIS. Ora che lo Stato Islamico è una minaccia anche per Israele e non solo per i suoi nemici, andiamo a raderli al suolo vero?

        Mandare la NATO a distruggere l’ISIS, il babau islamico creato dagli americani sfuggito al loro controllo, per i fatti di Parigi equivale ad invadere l’Afghanistan per l’11 settembre addossando tutta la responsablità a Bin Laden, operazione diretta dagli stessi ambienti sionisti che hanno orchestrato, con il beneplacito dell’amministrazione Bush, la distruzione delle torri gemelle (Cossiga docet) esattamente come l’attentato a Charlie Hebdo dove di “Sayanim” io ne ho contati parecchi sulla scena del crimine

  • Buonasera dott. Giannuli,
    Innanzitutto la ringrazio per il suo articolo che fa chiarezza in un grande vespaio di informazioni.
    Vorrei sottoporre alla sua attenzione una dichiarazione avvenuta su France2 nella quale una giornalista afferma che uno degli attentatori alla redazione di Charlie Hebdo aveva gli occhi blu, affatto strano visto che entrambi i fratelli Kouachi avevano gli occhi scuri.
    Ecco il link: http://youtu.be/sOsIcxjFizI
    Anche se Caroline Fourest è un personaggio ambiguo viste le condanne per diffamazione, vorrei sapere cosa pensa lei di questa dichiarazione.

    Grazie,

    Maddalena

    • maddalena: ma visto che la giornalista non era presente sul posto e non cita un eventuale testimone, come fa a sapere degli occhiazzurrri di un attentatore?

      • Infatti la vicenda è strana, la giornalista sta riportando quanto riferito da una donna presente, in teoria, all’attentato.
        Mi ero chiesta come mai questa donna non fosse già stata intervistata.
        Lei esclude che gli attentatori fossero altre persone al di fuori dei fratelli Kouachi?

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