Addio a Charles Aznavour ed alla grande stagione della canzone francese.

Con Charles Aznavour scompare l’ultimo grande della canzone francese, l’ultimo esponente di quella generazione che ha avuto protagonisti come Edith Piaf, Yves Montand, Gilbert Becaud, Giuliette Greco ed, in tempi più recenti Johnni Halliday (defunto anche lui qualche mese fa). Si chiude un ciclo che non è solo francese ma anche europeo.

Ogni generazione guarda con occhio particolare ai suoi poeti ed ai suo chassonnier, pensando che siano stati i più grandi e che non ci sia più nessuno che abbia preso il loro posto ed è possibile che anche io stia subendo questo riflesso condizionato.

Tuttavia, cerco di guardare con un po’ di distacco al fenomeno, con occhio da storico, ragionando in termini il più possibile oggettivi (anche se da storico so che l’oggettività è spesso una illusione) e noto che l’impatto sociale, culturale, di costume avuto da quella generazione di cantanti non ha riscontro oggi, soprattutto se parliamo dei testi.

Gli chansonnier (ed in Italia i cantautori) sono stati un particolare fenomeno di cultura e di costume, strettamente connesso a quello delle avanguardie artistiche. Artisti che hanno costruito le loro fortune in condizioni di mercato particolari. A volte si è trattato di veri poeti (come appunto Aznavour o, in Italia, De Andrè) i cui testi potrebbero figurare (ed a volte figurano) nelle antologie scolastiche ed avere critici del livello di Roland Barthes.

Il loro decollo, spesso, non ha richiesto l’intervento della grande industria culturale, anzi, spesso le grandi case discografiche (necessarie da un certo livello in su) hanno scoperto questi cantanti solo quando si erano già affermati attraverso la “gavetta” di locali come il Santa Tecla di Milano o analoghi di Parigi. Quando la grande casa discografica accoglieva un cantante nella sua scuderia, sapeva già di puntare su un cavallo sicuro, qualcuno che aveva già un suo pubblico, magari non immenso ma molto avvertito e di avanguardia. C’è un parallelo fra la stagione degli chansonnier francesi e dei cantautori italiani e la vicenda del teatro: gli anni cinquanta-settanta sono stati anni di avanguardie teatrali che avevano un loro pubblico minoritario ma non inesistente, sufficiente a far vivere un focolaio che ci ha regalato grandi attori anche cinematografici.

Jean Gabin e Gino Cervi hanno toccato il loro massimo successo interpretando entrambi i film del Commissario Maigret ma prima avevano fatto lunga pratica del teatro ed avevano imparato a recitare a contatto con il pubblico in sala ed ogni rappresentazione era un unicum irripetibile, nel quale si avvertiva “il fiato” del pubblico ed il suo coinvolgimento. E lo stesso possiamo dire di Trentignant e di Buazzelli, di Gasmann e di Jean Paul Belmondo, Mastroianni e Gian Maria Volontè, Annie Gurardot e Anna Proclemer.

Poi, dagli anni ottanta, il teatro è andato declinando, sino a ridursi ad un consumo di nicchia, mentre gli attori si sono formati direttamente sui set cinematografici e parallelamente, tanto in Francia quanto in Italia, è andata declinando la nouvelle vague di chassonnier e cantautori. Nei consumi tanto cinematografici quanto musicali come, peraltro, nelle arti visive si è sovrapposta l’ondata degli Usa che, sbaglierò, ma, pur offrendo anche prodotti di buon livello, non regge il confronto con quello che sono stati cinema, teatro, canzoni, letteratura europea: non mi viene in mente nessun nome americano a livello di un Visconti o di un Truffaut o un Bresson.

Fra i cantanti mi vengono nomi come Frank Sinatra o Aretha Franklin che stanno benissimo al livello dei nostri chansonnier e cantautori, ma, guarda caso, si tratta di cantanti di una stagione parallela, quando giganteggiava la cultura europea che faceva da richiamo (in fondo, uno dei grandi cavalli di battaglia di Sinatra, My Way, non era altro che la versione americana della francese Comme d’habitude e uno dei grandi successi di Elvis Presley era la traduzione di una canzone di Pino Donaggio).

Le canzone francese ed italiana di quegli anni aveva testi che scavavano nel profondo della psiche, influendo direttamente sui comportamenti sociali. Prendiamo proprio Aznavour: è stato l’insuperato cantore dell’amore in crisi, quando il rosso della passione scolora nel grigio cenere dell’amore che cede e si avvia a finire (si pensi a testi come “ed io fra di voi” “hier encore” “come è triste Venezia”) o l’amore infelice (“Quel che si dice” prima canzone sulla condizione omosessuale che è del 1972) o tardivo (“Lei”). Testi che hanno pari solo in quelli di De Andrè ( “canzone dell’amore perduto” “via del campo” “barbara”) e che rivelano angoli della sofferenza umana, scorci di pensieri e di emozioni sin lì poco osservati, l’eterno lamento d’amore riconsiderato alla luce della contemporaneità e delle sue maifestazioni inedite.

Sbaglierò (e spero di sbagliarmi) ma nelle canzoni attuali non trovo nulla che scavi altrettanto acutamente nella mente umana.

Spero che questo mia sia solo lo sfogo di un signore di terza età. che vede il suo mondo finire e non riesce a mantenere il contatto con il mondo che cambia, spero che ci sia qualcosa che io non vedo, ma qui, da storico, mi tocca registrare la fine di un’epoca che è molto di più della morte di un cantante per quanto famoso ed importante.

Aldo Giannuli

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Comments (6)

  • Professor Giannuli, le confesso che questo suo articolo mi ha emozionato. Pur avendo trent’anni meno di Lei, riesco a comprendere il suo stato d’animo di fronteggiare al venir meno di un mondo di Alta levatura culturale e artistica che non viene rimpiazzata da una generazione all’altezza. Di cose da dire ce ne sarebbero troppe, per cui mi fermo qui sulle note di una canzone immortale di Bruno Martino: “Estate, sei calda come il bacio che ho perduto……”.

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      Tenerone Dolcissimo

      Io, purtroppo, di anni meno del buon Giannuli ne ho pochissimi e, quindi, sono suo coetaneo. Il suo articolo conseguentemente mi ha fatto rivivere emozioni ben conosciute e mi ha fatto male al cuore

  • Che bell’articolo.

    Io credo che testi interessanti la musica italiana sia in grado di crearne ancora oggi (pensiamo a Mengoni o a qualcosa di Irama), ma che la vastità e i ritmi del mercato siano tali da scoraggiarne tanto l’apprezzamento autentico quanto la diffusione in qualità fenomeni di costume come avveniva negli anni Settanta. Il che a sua volta dissuade i cantautori dal provare a scriverne. Tutto diventa una girandola di innovazione continua e di superficialità.

    E’ un fenomeno che non è limitato alla discografia ma si estende a ogni ambito, a partire dall’editoria. Oggi la Fenomenologia dello spirito, Così parlò Zarathustra ma in fondo anche il Capitale di Marx rimarrebbero pubblicazioni specialistiche lette (a metà o per un quarto) da poche decine di addetti ai lavori.

    Come insegnava Tocqueville un’epoca di masse e di demo(pluto)crazia non è compatibile coll’arte e la profondità del sentire.

  • E infatti secondo me sbaglia. Se penso a Bob Dylan, a Springsteen, o persino ai Pearl Jam e altri, la profondità di cui lei parla io l’ho sentita.
    Ma l’articolo mi è piaciuto lo stesso.

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