Una risposta a proposito di Storia ed anniversari… ma il vero problema è un altro.

Il mio vecchio amico Danilo Di Biasio replica ai miei pezzi sul fare storia per anniversari, sostenendo che c’è modo e modo di ricordare gli anniversari e che, se la cosa è fatta bene, contribuisce a diffondere buona conoscenza storica e cita a questo proposito la serie di trasmissioni fatte da Radio Popolare insieme a Lapsus “l’Autista Moravo”, proprio sul centenario della Grande Guerra. E figuriamoci se non siamo d’accordo. Capiamoci: non ho mai detto che gli anniversari non vadano ricordati e riconosco facilmente che c’è modo e modo di farlo, ad esempio, “l’Autista moravo” è stata fatta molto bene ed ha ricevuto diversi apprezzamenti anche da storici accademici. Non è questo il punto.

Il problema nasce quando l’anniversarismo diventa invadente, ossessivo e sostituisce o marginalizza ogni altro tipo di ricerca storica. Questo determina una serie di effetti indesiderabili su cui conviene riflettere.

In primo luogo, paradossalmente, la sovrabbondanza di titoli su un determinato argomento, concentrata in un solo anno, è un pessimo affare commerciale. Infatti, troppo spesso ci si dimentica che i “forti lettori” (quelli che superano l’acquisto di 20 libri in un anno) sono meno del 5% del pubblico delle librerie, mentre la media si aggira intorno ai 10 volumi acquistati per persona (meno di 1 al mese). Detto questo, si capisce che se uno compera 10 libri in un anno è poco probabile che ne prenda 2 sullo stesso argomento e difficilissimo che ne prenda 3. E dunque, è facile capire che, se su un argomento escono 84 libri nello stesso periodo, per quanto vasto possa essere il pubblico interessato, a vendere davvero saranno 6 o 7, poi ci sarà una ventina di titoli che campicchierà, e tutti gli altri non rimedieranno neppure di che compensare le spese di tiratura.

In secondo luogo, l’ossessione anniversaristica induce spesso in ingannevoli analogie, proprio per sostenere l’ “attualità” del tema. Ad esempio, pur essendoci similitudini fra la situazione attuale e quella che ha preceduto la Prima Guerra Mondiale, io ci andrei molto cauto con questa analogia.

Ancora: questa over dose dell’anniversario determina l’effetto reattivo per cui, superato l’anniversario, di quell’argomento non se ne parla più, sino all’anniversario successivo secondo una successione “liturgica” precisa:

a- il decennale è un primo momento, in cui nessuno ha il coraggio di dire che il tale avvenimento è già storia, per cui escono pochi libri, ma ci sono molte trasmissioni, articoli con testimonianze più o meno inedite ecc. Funzione liturgica minore, con benedizione dei fedeli ma senza messa.

b- il ventennale ha già qualche pretesa in più sul piano storico, ed i libri hanno uno spazio maggiore, ma ci sono sempre le testimonianze che tengono banco in trasmissioni e quotidiani e l’argomento è ancora tema di dibattito politico. Messa piana e senza organo, con mezza illuminazione.

c- il trentennale è la sagra del “reduce”: i testimoni sono ancora presenti in gran numero, iniziano ad avere i capelli brizzolati ed il bisogno di dirsi di aver fatto qualcosa di importante nella propria vita. Ne segue il litigio su quale sia la memoria da trasmettere alle nuove generazioni ed il dibattito avviene in un curioso limbo fra storia e politica, fra memoria personale e formazione del canone storiografico. Messa solenne cantata e concelebrata con illuminazione piena.

d- il quarantennale di solito si salta: 40 non è una cifra suggestiva, serve solo a ricordare che si sta diventando vecchi,  per cui si tira dritto.

e- il cinquantenario è il primo vero accesso alla storia: i testimoni del tempo, i reduci sono ormai molti di meno (per grazia di Dio!) e si può iniziare a parlare con un po’ di distacco, anche se qualche fiammata polemica ancora si leva. Libri in quantità, spuntano i documenti d’archivio, tutti si sentono in dovere di parlare del fatto assumendo l’aria compunta di chi assista alle esequie del nonno. Messa pontificale, con Requiem cantato.

f- dopo c’è il centenario (solo pochissimi avvenimenti meritano l’onore delle celebrazioni del sessantesimo, settantesimo, ottantesimo e novantesimo e, comunque in tono minore): è la consacrazione storica definitiva. Ormai dell’argomento in sé non frega più nulla a nessuno, perché ormai i clamori della politica tacciono, è tutto molto composto, e, pertanto, per catturare il pubblico, dilagano le trasmissioni, articoli, i film, i dvd, i libri sugli aspetti minori e curiosi o su quelli più spettacolari (grandi battaglie, insurrezioni, ecc.)

Tutto questo è comprensibile e ci si può anche stare, ma, ovviamente, il “raccolto” in termini di formazione di una coscienza civile sarà sicuramente molto modesto. Per quello occorre fare spazio alla ricerca storica più seria.

Ed allora, che fare?  Certo non cancellare gli anniversari, ma farne un uso più sobrio si può? Ad esempio, che ne dite di scegliere quali siano le cose meritevoli di un anniversario?

Qui, ormai, nelle redazioni televisive, di quotidiani e di case editrici si fanno riunioni alla ricerca dell’”anniversario” del prossimo anno sul quale “dobbiamo assolutamente avere un titolo”. La pulsione celebrativa ed anniversaristica è tale che fra un po’ celebreremo anche l’anniversario di quando Pierino prese due in matematica. Non ci credete? Date un’occhiata all’interminabile elenco delle “giornate della memoria”: ce ne sono la bellezza di 78 stabilite dall’Onu ed altre 43 nazionali; fra le altre: il 21 febbraio giornata dell’alfabeto Braille, il 28 marzo giornata della bicintreno, il 24 marzo giornata nazionale del sollievo, il 28 giugno la giornata dell’incontinenza, per culminare nell’1 marzo dedicato alle “ferrovie dimenticate”. Vi sembra normale?

Un consiglio: e se magari pubblicassimo un libro o un articolo o facessimo una trasmissione, non perché c’è un anniversario, ma perché ha qualcosa da dire? Nulla in contrario a ricordare una guerra o un personaggio, ma a volte l’ossessione di “non perdere” la scadenza induce a tirar fuori cose semplicemente inutili quando non indecenti. Perché “non possiamo dare l’impressione di aver “bucato” l’occasione”.

Ma questo richiederebbe dei vertici redazionali un po’ più seri e professionali di quelli esistenti. Parlo della cosa che conosco meglio: le case editrici, dove spesso incontri direttori editoriali o di collana assolutamente deprimenti. Persone banalissime, senza un briciolo di originalità, alla ricerca dell’investimento meno rischioso, della via più facile, della risposta più scontata.

E questo rimanda al vero grande problema di questo paese che è la selezione delle classi dirigenti a tutti i livelli, dalla politica al management, dall’università alla magistratura, dai vertici della Pa alle professioni. Ormai abbiamo un filtro selettore che, normalmente, promuove i meno capaci, i mediocri, i pavidi ed i servi. E questo è il grande dramma di questo paese. Ma di questo torneremo a parlare.

Aldo Giannuli

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