Un ricordo di Franco Acanfora.

Mi è appena giunta la notizia –purtoppo non inattesa- della scomparsa di Franco Acanfora, amico e compagno a me molto caro. Con Franco ho diviso molte occasioni della mia militanza politica: dal tentativo di formare una Lega del Manifesto all’esperienza sfortunata di Nuova sinistra unita, dalla rivista “Materiali per una Nuova Sinistra” al circolo utopia, dal fiancheggiamento della “pantera” nel 1990 alla sua candidatura nelle liste di Democrazia Probletaria nelle comunali del 1991.

Ma soprattutto ci ha unito una amicizia quasi quarantennale, mille progetti e discussioni, anche tanti dissensi, discussioni aspre e successive regolari riconciliazioni.

Politicamente avevamo radici diverse: lui, dopo una breve fase anarchica, fu maoista e, dopo un transito nel Pci, giunse al Minifesto che fu forse la sua esperienza più significativa. Infatti Franco fu un rossandiano Doc. e, come tutti i veri rossandiani portava con se un misto di passione, realismo, la concezione della militanza politica come impegno soprattutto culturale e, con essa una forte dose di astrattezza e poca concretezza.

Le questioni organizzative lo annoiavano, preferiva le discussioni politiche e soprattutto teoriche. Molte cose le ho imparate da lui. In particolare per quel che attiene alle questioni scientifiche: era laureato in fisica e, per un certo tempo fu una delle promesse della fisica barese. Non c’è dubbio che sarebbe stato un fisico di livello nazionale se alla genialità, che certamente aveva, si fosse affiancata una maggiore disciplina intellettuale ed una maggiore tenuta di lavoro (cosa che, invece, gli difettò sempre). Lasciato l’impegno universitario dopo il dottorato, divenne docente di matematica e fisica nel licei scietifici baresi. In diverse occasioni ha scritto anche su questo blog.

Questa per me è molto più della perdita di un caro amico: è il segno di un tempo che si sta concludendo.

Aldo Giannuli

aldo giannuli, franco acanfora


Aldo Giannuli

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Comments (3)

  • Il nebbion volgea le lombarde lande, appen forato da’ timidi lampioni.
    L’ lustre viandante squarciava al suol la fitta coltre con incedere ritto.
    Giunto sotto uno di essi, rimembrò le amate sponde e i solati meriggi.
    Voltatosi soddisfatto, tra le lucenti vie vide la luminosa scia delle sue.
    Dal taschin trasse la cipolla che aprì per mirar le due oneste lanzette.
    ***
    All’improvviso l’Ottimo esclamò: ” GAZ !”
    Lomellina benedetta ! Come ho fatto a dimenticarmene.
    Lancette fermatevi !! Non posso. Non posso. Non sono pronto. Ci mancherebbe essere paragonato a un tardo Eliseo qualunque.
    Devo assolutamente trovare la bozza del pezzo sulla questione linguistica europea, che mi ero impegnato a pubblicare. Se non lo faccio io, chi altri ?
    Dove sarà mai finito?
    Così a piè spedito raggiunse l’antro magico e a lume di candela meditò il da farsi per quel che i posteri avrebbero ricordato più di tutto di questa fatica digitale iniziata anni or sono.

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