La crisi mondiale prossima ventura: i primattori del PIL

Ringraziamenti.
È passato un po’ troppo tempo dal precedente terzo capitolo sul tema del futuro del PIL mondiale, a causa dei miei impegni professionali, che, lavorando sui modelli matematici a supporto delle strategie di impresa, mi paralizzano, peraltro profittevolmente, tra settembre e novembre di ogni anno. Quindi devo iniziare scusandomi con chi ha commentato i precedenti, perché arrivo solo adesso alle risposte e sottolineare che un ringraziamento sentito è comunque loro dovuto, con la preghiera di continuare, anche, anzi soprattutto, se questo spazio, che mi prendo, non riuscisse a soddisfarli.

Comincio con la richiesta di “esplicitare le fonti”. Finché saremo a livello globale, la principale è World Bank, che replica IMF (Fondo Monetario Internazionale). Più avanti passeremo agli istituti di statistica dei singoli paesi.

Continuo con chi si lamenta per il “privilegio assegnato ai numeri”: detestabili, estranei, incomprensibili. Qui però non posso derogare. Come farne a meno, se vogliamo, non dico far entrare l’economia tra le materie scientifiche – approccio, che mi tenta, lo confesso – ma quanto meno sottrarla ai chiacchieroni, che tirano l’acqua al proprio mulino, senza neppure la fatica di dimostrare i propri assunti?

“I numeri chiedono una preparazione specifica, di statistica o quant’altro.” La risposta è tranchant. Se così, è una mia colpa. La statistica è il mezzo che mi serve adesso, come più avanti mi servirà la matematica, ma devo mettermi in grado di spiegarne i contributi, senza far appello a nessuna preparazione in materia. Quindi preghiera di segnalarmi ogni oscurità nell’esposizione. Se poi qualcuno avesse la curiosità di approfondirsi in 2 materie, per me bellissime, metterò loro a disposizione capitoli metodologici, cercando sempre di essere chiaro.

“I numeri sono troppi.” È una critica che assorbirei in quella altrettanto ricorrente di “mancanza di conclusività.” Perché stiamo affrontando tematiche caratterizzate, forse più di tutte, da complessità. Che in ultima istanza significa pluralità di fenomeni contestualmente in gioco, dove i ruoli di causa ed effetto  spesso coesistono. Quindi impongono molti punti di vista contemporanei “(troppi numeri)” cui non possiamo chiedere una conclusione né evidente né semplice: bianco o nero, dentro o fuori, vince o perde, e meno che mai trovare quel numero incontrovertibile, che taglia la testa al toro. Le nostre conclusioni, al meglio, sono una traiettoria, una dinamica, l’inizio, la fine o la continuazione di un processo, magari con successivi ritorni.

Sulla “conclusività” devo poi prendere un’altra riserva, cioè che qualche volta potrebbe non emergere da singoli capitoli, prima di tutto perché si tratta solo di tessere di un mosaico esteso e complesso. In effetti abbiamo intrapreso un viaggio di ricerca, verso un traguardo che siamo i primi a non conoscere. E non sarà neppure breve, in quanto dovremo operare per tentativo ed errore, raggiungendo dei punti fermi, come si diceva, da una pluralità di punti di vista. Quindi, per definizione, non sempre coincidenti. Ma percorsi del genere, soprattutto con  l’impiego concomitante di modelli statistici e dinamici, sono molto rari nel mondo. E la circostanza ci ha forzato pure ad adottare un approccio che va dal generale al particolare. Insomma, la strada deduttiva in senso lato, perché – mi si consenta l’appellarmi alle mie esperienze aziendali – quella induttiva porta molto spesso ai grandi errori, derivanti tanto dall’inevitabile arbitrarietà del punto di partenza, quanto dal doversi armare dell’analogia, anziché della logica, per le necessarie interconnessioni tra fenomeni e variabili.

C’è anche l’inverso della conclusività. Cito “ergo? mi scusi ma pagine e pagine di numeri per dire che il PIL è’ destinato a declinare? a me pare la scoperta dell’acqua calda. E’ ovvio che il PIL mondiale non può crescere per altri 50 anni, almeno ai ritmi del secolo scorso. E’ un’ovvietà, a quanto pare solo per i non-economisti. Il punto è che si fa ora che il PIL non può più crescere? come si gestisce la transizione? si continua a fare finta di niente o si pensa un modello (o modelli) nuovo?” L’ovvietà, caro dr. Pansera, non l’ha percepita nessuno dei potenti della terra, che anzi seguitano a promettere PIL in crescita nei prossimi anni. Comunque, a livello appunto mondo, se va a guardare quei numeri forse ostici, dovrebbe notare che i tassi d’incremento massimi sono alla fine degli anni ’90 e nel primo decennio di questo millennio, altro che secolo scorso. Quando poi avesse la bontà di seguirmi, già in questo nuovo capitolo troverà che la stanchezza dello sviluppo sembra ricadere soprattutto sui paesi arretrati. E non ci dica che si aspettava anche questo.

Ora una questione capitale: i dati. “Sono affidabili? Dobbiamo crederci? Che si fa per assicurarsene?” Tanto più cruciale, perché si tratta di numeri. Questione che merita un trattamento approfondito, un capitolo metodologico, quale vareremo presto sul nostro sito: http://www.dextproject.com/  e che qui riassumiamo per sommi capi. Partendo da un punto importante: i nostri numeri sono e saranno sempre in serie storica, vale a dire matrici, cioè tabelle, di più righe, comprendenti sempre almeno due colonne con un indicatore temporale, mese, trimestre, anno o quant’altro, e una grandezza sostanziale, la misura di un fenomeno, in moneta o specifiche unità (persone, litri, chili, ecc.), anzi spesso entrambe. Ciò premesso i limiti di tali espressioni – sempre beninteso molto inferiori a trattamenti descrittivi, puramente verbali, sono:

–    L’errore statistico: dati come il PIL, il reddito, i consumi delle famiglie, ecc. che si trovano oggi bell’e pronti in una pluralità di archivi, pubblici e privati, nazionali e internazionali, passano sempre da una fase di ricerca sul campo, nella quale è giocoforza che siano raccolti da un campione, cioè dalla frazione di un universo (tutti); pongono perciò il problema di quanto il singolo dato raccolto scarta rispetto a quello reale; è la questione della rappresentatività, centrale per la statistica, come scienza, che si risolve attraverso formule pluricollaudate e un percorso che comporta: 1) calcolo del margine d’errore atteso, funzione delle necessità pratiche della ricerca; 2) vincolo assoluto: il campione, per essere rappresentativo dell’universo, deve essere casuale, estratto cioè da un’urna, come si fa per un concorso a premi; 3) calcolo della dimensione del campione con una formula, che certamente incide sull’affidabilità, ma in una misura molto inferiore a quanto si sospetta, per es. in una ricerca recente avevamo: 1) per un campione pari a 100, un errore del 32%; 2) su 200, l’errore scendeva al 5%; 3) su 300, si poneva sotto lo 0,3%; per la cronaca si scelse un campione di 258 casi, accettando un errore dell’1%; in più, dati generali come i nostri sono sempre messi in relazione o con altre ricerche o con altri archivi; quindi siamo ben poco toccati dall’errore statistico standard, che, come affermano diversi istituti è da considerare inferiore allo 0,25% in termini puntuali, decisamente ancora più marginale, lavorando per serie storiche, perché lo scostamento casuale si compensa sempre.

 –    Il maquillage, cioè un trattamento ex post dei dati, che li renda più coerenti con obiettivi e interessi, provenienti in particolare dal mondo della politica; ci ricordiamo la trepidazione del nostro ministro dell’economia, poche settimane orsono, in attesa delle anticipazioni sul  PIL del terzo trimestre; fortunatamente l’Istat è al di sopra di ogni sospetto; è certo però che stiamo trattando numeri ad altissima valenza politica e qualche dubbio ogni tanto emerge; gli statistici lo hanno  sollevato per la Cina, che ha oltretutto la pessima abitudine di arrotondare le proprie grandezze macroeconomiche, come il PIL; personalmente io sospetterei piuttosto la Russia, che ha una cultura logico-matematica elevatissima, da cui figliano gli hackers, di gran lunga i migliori al mondo, unitamente alla necessità di abbellimenti, per lo splendore di un’immagine, che la perdurante crisi economica ha indubbiamente opacizzato; che fare? Abilità contro abilità: si lavora sulla deduzione, coerenza e analogia e spesso si vince; in effetti, proprio in questi giorni, abbiamo tirato le fila di un nostro intervento a tavolino sul Sud America, l’altro continente, con l’Africa, dove il maquillage è una pratica quasi obbligatoria, ma quasi altrettanta è l’imperizia; a 2 anni circa di distanza, il piano del nostro cliente mostra di funzionare e possiamo perciò affermare di aver evitato in larga misura le trappole macro e microeconomiche; nel caso presente, per ora ci fidiamo del lavoro che fanno gli istituti di statistica, più avanti, se occorreranno approfondimenti localizzati in aree notoriamente dubbie, tireremo fuori tutte le nostre armi per far prevalere l’affidabilità e non mancheremo mai di presentare le serie storiche secondo 2 ipotesi di scostamento massimo probabile, rispettivamente in eccesso e difetto.
–    La falsificazione è diversa dalla condizione appena citata, perché a mentire non sono gli utilizzatori dei dati, ma i produttori; un caso dell’anno scorso: un mass media fa interrogare a campione la popolazione italiana per stabilire la distribuzione dei titoli di studio, da quello elementare in su; l’eccesso di zelo – dati del genere sono già disponibili in molti archivi – ha prodotto un contributo prezioso: la misura della nostra propensione a mentire nel campo; infatti, se non tutti dottori, le dichiarazioni hanno oltrepassato lo stato effettivo di quasi un paio di gradi (es. licenza media, spacciata per liceo), per bocca di una quota rilevante, di oltre il 14% degli intervistati; un rischio, in questo caso, che non corriamo, perché, come nell’esempio del resto, la verifica della componente campionaria è più che fattibile e sistematica e la tentazione di magnificarsi o minimizzarsi è pochissimo diffusa, salvo forse per le indagini sul reddito, nel cui caso però siamo di fronte a 2 impulsi concomitanti, ma opposti: la paura del fisco, che porta a ridurlo e la voglia di darsi delle arie, che porta a ingrandirlo; per quanto se ne sa i 2 impulsi sono in equilibrio.
–    Il sommerso è invece un limite con cui tutti dobbiamo fare i conti; lo si colloca in 4 categorie di produzione economica, cioè esprimibile in valori monetari: 1) illegale, perché concerne beni e servizi la cui vendita, distribuzione o possesso sono proibiti (es: produzione e commercio di droga) o perché esercitata da persone non autorizzate (es: aborto clandestino); 2) informale, in cui le unità produttive, necessariamente di infima dimensione, operano su scala minuscola, occasionalmente, per relazioni solo personali e in contrapposizione a contratti formali; 3) economico, comprendente attività produttive legali,  di cui la pubblica amministrazione non ha conoscenza per deliberata volontà degli operatori di non rispettare le norme di legge (non penale) al fine di ridurre i costi di produzione, in particolare evitare tasse e oneri, nonché migliorare l’organizzazione sottraendosi a vincoli, per es. di orario e sicurezza; 4) statistico, quando si sfugga alle rilevazioni non per propria volontà, ma per i limiti dei mezzi adottati; le 4 categorie pesano diversamente da paese a paese e da variabile a variabile; in quelli avanzati prevale di gran lunga il sommerso economico; prendiamo l’Italia: il nostro ministro dell’economia ha recentemente (23 novembre 2016) parlato di “190 miliardi all’anno, evasi nel  2012 e 2014, con un tax gap di 109,7 miliardi l’anno. Il gap Iva è pari al 40,5 per cento del mancato gettito tributario”, ha detto il ministro all’inaugurazione dell’anno di studi della Guardia di Finanza. Nei 2 anni citati – chissà perché si trascura il 2013 – il PIL è stato rispettivamente di 1613 e 1620 miliardi di euro, dunque l’evasione complessiva ne sfiora il 12%; un bel problema per le nostre finanze, ma anche per la macroeconomia: pensiamo all’errore sui consumi finali delle famiglie, se la statistica non è in grado di recuperare quel 40.5% di mancato gettito IVA, andiamo a riflettere un paese depresso, com’è oggi il nostro, mentre nella realtà non lo sarebbe per nulla; fortunatamente quanto sfugge allo stato sfugge molto meno alla ricerca, per la sua componente sul campo, e le nostre fonti affermano tutte di comprenderlo integralmente; l’Istat, per dirne una, ha una sua rilevazione specifica, ferma peraltro al 2008; certo però gli effetti del sommerso, non solo sulle finanze pubbliche, ma anche sulla stessa economia sono significativi e ci impegniamo senz’altro a trattare la questione, anche fuori del contesto errore.

Chiudo questa fase di chiarimenti col più caldo ringraziamento al prof. Selmi, che mi carica ogni volta di idee e spunti interessanti. Uno per tutti quello di rivolgerci ai giovani, fatto proprio da un paio di miei allievi, che stanno preparando una promotion verso gli studenti di economia. Rispetto al suo ultimo commento, in questa sede, Le posso assicurare che ci siamo appuntati tutto con cura e abbiamo apportato una prima revisione, per meglio dire un ampliamento al programma. Scusandomi per l’ulteriore tempo che rubo a Lei come a tutti, lo presento, pronto ad integrarlo o a cambiarlo, se sarà reputato necessario.

Obiettivi e programma.
Bisogna dire che delle prospettive dell’economia mondiale non sono molti ad occuparsi in questi tempi. Fra i pochi, la parola magica più frequente è: stagnazione secolare. Niente crescita insomma, anzi probabile declino per i prossimi 20/30 anni. Sembra perciò ottimista il Fondo Monetario Internazionale, che ha solo abbassato le sue previsioni di PIL a breve (2016-2020) per quasi tutti i paesi, in particolare quelli avanzati. Secondo molti non abbastanza. E, in effetti, già in questo primo nostro capitolo, emergerà una dinamica un po’ più severa complessivamente, ma soprattutto con un impatto più serio sui paesi arretrati o ai margini di quelli che dettano legge.
Comunque sorprende che quasi nessun altro abbia oltrepassato la strada puramente verbale: alta/media/bassa crescita, stagnazione, declino, recessione, senza preoccuparsi di quantificare le proprie etichette. Che significa stagnazione secolare? Crescita nulla? O crescita inferiore a quella di un determinato periodo storico? E non ci si venga a dire che è la crescita inferiore alle attese, senza fornirne la misura. Una previsione senza numeri a che serve?


L’investigazione del futuro deve servire a programmare il nostro agire, che, per l’appunto, nel futuro è collocato. Si individuano fattori, come si dice nella modellistica, fuori controllo, capaci di condizionare la nostra vita e vi si adeguano i nostri comportamenti (fattori sotto controllo), per massimizzare i nostri obiettivi. Operazione impossibile, se la previsione è espressa con vaghe espressioni, come stagnazione secolare. Un po’ meglio, ma spesso insufficiente, se usiamo delle scale qualitative: maggiore/uguale/minore, alta/ media/bassa, ecc. Efficace al 100% solo se riusciamo ad arrivare a espressioni quantitative. Che è poi l’impegno che prendiamo, magari con l’avvertenza che ogni disegno del futuro non può essere che di tipo probabilistico, nel fatto che i numeri sono il valore centrale di una distribuzione, la cui forma prevalente è quella gaussiana, la nota curva a campana, che sarà nostra cura esporre dove necessario.
Senza ovviamente fermarci a questo punto. Non solo numeri che disegnano le traiettorie della macroeconomia nel futuro, ma anche spiegazioni e verifiche (test). Come?

Riteniamo, insomma, che limitarsi a guardare rischia veramente di lasciare il tempo che trova, come lamenta qualcuno: tanta fatica, anche per i lettori, per un risultato banale. Come produrre qualcosa di utile? Pensiamo di ottenerlo portando in macroeconomia, quanto si fa nelle aziende per generare strategie (regole dello stare al mondo) efficaci.
In questo caso però non possiamo permetterci i costi di ricerca delle aziende avanzate. Dobbiamo perciò prenderci con un limite, che speriamo di trasformare in un vantaggio: generare una strategia efficace, in cui molti si possano riconoscere, utilizzando solo gli archivi degli istituti internazionali di statistica.

In questa prospettiva, parlare di mondo, come abbiamo fatto nei primi 3 capitoli, è puramente introduttivo. Fermarsi lì significa infatti perdere la caratteristica più salente della modernità e dunque del futuro: che non siamo tutti sullo stesso piano. Da questa puntata quindi ricostruiamo il globo che ci alberga passando esplicitamente per 5 aree leader.

Il criterio: massimizzare la rappresentanza del pianeta, senza una frammentazione, che ci avrebbe grandemente penalizzati sul piano dell’esposizione e che contiamo di recuperare solo dopo che emergessero sufficienti, cioè solide e poco controvertibili, conclusioni generali.
Quindi abbiamo 4 entità statuali che esprimono un minimo di unità economica interna, per meglio dire un discreto – forse dovremmo dire appena discreto – livello di uguaglianza, sufficiente comunque ai nostri fini.
Il Resto del Mondo, è ottenuto storicamente per sottrazione dal totale.
Il criterio di scelta dei 4 Grandi – chiamiamoli così per ora – è il loro peso sul Mondo, in termini di volume complessivo di PIL a prezzi costanti, che vediamo attraverso il complemento (resto del Mondo), in serie storica annuale 1960-2015.

Oggi i 4 Grandi pesano circa 2 terzi dell’economia mondiale. È tanto, è un indice di assoluta leadership, in fase però di indebolimento. Nei primi anni ‘60 incidevano per quasi 3 quarti. La rivincita del Resto del Mondo non è però un cammino senza incertezze, fino al 2000. Successivamente   l’acquisizione di quote di PIL prende velocità, con un guadagno intorno al 15% e,  se non fosse per l’inflesso del 2015, ci si potrebbe aspettare quasi una rivoluzione copernicana, sulla via di vederli diventare presto azionisti di maggioranza.
Gli ultimi saranno i primi? Il guadagno di quote di PIL significa prendere la supremazia? Da che punto di vista? Quello della popolazione? Spieghiamo ancora una volta la misura ora adottata di PIL: prezzi costanti, vuol dire che non tiene conto della dinamica del prezzo, implicito in questa misura, quindi lo si chiama anche reale, in contrapposizione al PIL nominale, che può aumentare o diminuire, tanto per le quantità prodotto, quanto per il loro prezzo.
Se lo dividiamo per la popolazione otteniamo il PIL pro capite, l’indice più usato come misura del nostro benessere. E, nel caso, l’impressione precedente cambia.

Il Resto del Mondo vale in media circa la metà del totale. E non mostra più un andamento in crescita, seppure con una pausa pronunciata, ma un su e giù, intorno appunto al 50% o anche meno. Conseguentemente i 4 Primattori vanno a trovarsi su un livello di circa 2 volte e mezza il Mondo. Una supremazia appena scalfita nel nuovo millennio, che sembra però rafforzarsi nel 2015.
In buona sostanza, porsi in un’area o in altra significa una condizione di crescita o stagnazione o recessione differente. Niente di più fallace dunque di  un’unica etichetta. Che ritroviamo anche nel PIL, inteso come misura media del benessere di una popolazione. Anzitutto è il risultato di diversi fattori. Li ricordiamo: consumi delle famiglie, consumi pubblici, commercio estero (export meno import), investimenti fissi lordi. Possiamo dire che se aumenta il commercio estero ma diminuiscono i consumi delle famiglie l’effetto sulla popolazione è ben diverso. Inoltre i fattori del PIL hanno cause diverse: i consumi delle famiglie dipendono principalmente dal reddito, che però condiziona anche il risparmio. A parità di reddito è meglio la crescita dei consumi o del risparmio? Soprattutto c’è una considerazione capitale, che impedisce qualsiasi omissione o semplificazione: il PIL pro capite è indubbiamente l’indice principe del livello di benessere medio. Ma tutto il mondo è afflitto da una spaventosa disuguaglianza tra persone. Può crescere il PIL, possono crescere tutti i suoi fattori, ma può succedere, e sta avvenendo dovunque, che ne sia beneficata solo una minima frazione della popolazione. Emblematici gli Stati Uniti, dove, dal 2009 al 2013, l’1% della popolazione ha catturato l’85% della crescita di reddito, con la conseguenza che quel milione e mezzo di famiglie, in media, determina consumi e risparmi 23.3 volte i restanti 161 milioni.

C’è poi il fatto che non vogliamo limitarci a descrivere, ma di lì spiegare e testare ipotesi correttive. Questo significa l’esigenza di mettere in gioco tutte le grandezze macroeconomiche che possano portare a un quadro globale, unitario e integrato, al sistema Mondo, e correlarle tra loro, tenendo conto di una collocazione gerarchica, in termini di cause ed effetti.
La misura delle variabili cambia, in funzione della loro natura e degli obiettivi, di volta in volta perseguiti.

Un percorso lungo e accidentato, ma siamo nella complessità, ragazzi. E non ce faremmo mai senza il supporto di modelli matematici


Che innanzitutto ci consentono di organizzarci secondo un processo, che marcia da risultati parziali alla sintesi finale, peraltro aperta a quanto di inaspettato o sottostimato potrebbe manifestarsi nel tempo, così distribuito:
Storia: avremo qualche limitata eccezione, per serie più vicine ai giorni nostri. Ma non dovrebbe disturbarci, perché abbiamo rinunciato a trattare il lungo periodo (potrebbe essere l’intero secolo attuale), constatando sia che interessa a pochi, quanto un margine d’errore enorme, improponibile con la fatica improba – peraltro divertente – di immaginare cambiamenti qualitativi. In caso però di un interesse diffuso, anche solo per motivi di studio, ci rendiamo senz’altro disponibili alla prova.
In ogni momento comunque ci offriamo comunque all’interattività. I vostri consigli, i vostri suggerimenti, le vostre critiche, lo ripetiamo, ci sono preziosi, per non dire indispensabili. Ma presto metteremo a punto strumenti che vi permetteranno di interagire direttamente coi modelli matematici.

Storia del PIL.
Cominciamo coi valori assoluti e un’avvertenza generale: se non indicato il PIL è espresso a prezzi costanti, come si dice, è quello reale.

La distanza tra le aree ci permette di cogliere temi da investigare più avanti:
–    Lo spartiacque è il 2009, la Grande Depressione
–    Prima si può parlare di crescita per quasi cinquant’anni, pur se con pause e minirecessioni;
–    I più irregolari sono EU e US, che dall’ultima caduta si riprendono, ma si differenziano per il tasso di crescita, che li vede convergere nettamente;
–    Il Giappone il tasso di crescita l’ha abbassato fin dal 1990 e con il 2009 sembra definitivamente stabilizzarsi;
–    Nessuna sosta per la Cina: dal 1960 il suo PIL si è moltiplicato di 70 volte e appare indenne alla crisi
–    Il Resto del Mondo l’intoppo del 2009 lo subisce, ma riprende, pur con una corsa inferiore a quella presa nel 2000.
Confermiamoci con le dinamiche, fatto 100 il 1960.

Il passo travolgente della Cina, la sua traiettoria esponenziale non mostrano nessuna discontinuitàfino a sopraffare tutti gli altri paesi, da esaminare a parte.
Chi se lo aspettava il Giappone? Cresce di 6 volte e mezza in 35 anni, quasi 7 e mezza in 45, poi si ferma. Subentra il Resto del Mondo, in aumento del 70% nel nuovo millennio. A rimorchio US, 5 volte e mezza, ed EU, 4 e mezza.

Chiaramente ne consegue un cambio di pesi sul Mondo: emersione del Resto, che guadagna circa 8 punti % dal 1960; una dozzina dei quali mancano all’Europa, così da sancire la fine della sua egemonia; avvicinata dagli Stati Uniti, che cedono solo 6 punti %; mentre la Cina sopravvanza trionfalmente il Giappone, che il declino lo inizia solo negli anni ’90.

Il PIL pro capite.
Se si guarda alla prosperità di un paese, espresso in prezzi costanti, è l’indice più vero della sua media.
I valori assoluti ci mostrano un quadro nuovo:

tra crisi e riprese gli americani hanno una preminenza, ceduta solo tra il ’90 e il ’95 al Giappone, che finisce per tornare oggi, più o meno, alla stessa distanza del ’60. Staccata, in modo crescente, accentuato, dopo la crisi del 2009, l’Europa. Lontanissima la Cina, che però supera il Resto del Mondo, e sembra prendere la strada del benessere, non però con la velocità finora vista.
Le dinamiche:

la Cina continua ad oscurarci. Si noti però come il suo distacco si è pressoché dimezzato, rispetto agli assoluti, ma conservando il profilo esponenziale che la fa crescere di quasi 36 volte in 55 anni.

Ammirevole lo sviluppo del Giappone: nei primi 30 anni, 4 volte e mezza, poi rallenta. Non troppo quello degli altri, con un’EU stabilmente al secondo posto e gli US avvicinati dal Resto del Mondo. Chi l’avrebbe detto?

Il rapporto col Mondo (per definizione uguale a 100) ci permette di rimarcare le distanze tra le aree dello Sviluppo e quelle non. Traguardo che la Cina supera di poco dopo 50 anni di pressoché ininterrotto sviluppo. Al primo posto gli Stati Uniti non più insidiati dal Giappone, con un peso 5 volte maggiore della media mondiale. Al terzo posto l’Europa, 3 volte e mezza. La crisi del 2009 ha però inciso profondamente sui 3 avanzati: notevole regressione subito e stasi oggi.

Prosegue con “I primattori del PIL tendenze a breve” la prossima settimana.
Lamberto Aliberti

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Lamberto Aliberti

Lamberto Aliberti

Lamberto Aliberti, già Ceo della Maspa Italia, società leader nella system dynamics, è da sempre impegnato anche nel campo della formazione. Da alcuni anni coordina il gruppo Dext,Designing Models for Economics and Politics.

Comments (6)

  • Buon anno Prof. Aliberti!

    e grazie per l’apprezzamento. A onor del vero, ho insegnato cinese nelle scuole per qualche anno, ma era materia extra-curricolare, ero extra-curricolare anch’io… roba da sesta ora dall’una alle due (ma si può calendarizzare una lezione di cinese alla sesta ora? in pausa pranzo per me e dopo cinque ore di lezione per quei poveri studenti? già questo farebbe capire molte cose sulla “buona scuola”…): non merito quindi di essere chiamato professore! Al massimo studente, visto che il dottorato di ricerca non ha esaurito tutte le mie domande e, appena posso, ne approfitto per mettermi a studiare.

    Torno a bomba sul pezzo pregevole che ho appena letto, con qualche suggerimento o appunto:
    1. Non facciamo entrare l’economia tra le materie scientifiche! Concordo appieno: il metodo, l’approccio DEVE essere scientifico, ma la materia di per sé e troppo, troppo complessa per ridursi allo studio di un homo economicus così come teorizzato da classici imbevuti di meccanicismo positivistico fino all’osso.
    2. “metterò loro a disposizione capitoli metodologici, cercando sempre di essere chiaro”: grazie mille, le mie conoscenze matematiche risalgono a rimasugli di studi di funzioni del V anno delle superiori. Non, ci mancherebbe, un bigino di analisi 1 o di statistica, ma giusto quello che serve per decodificare e comprendere il concetto espresso tramite tale linguaggio: il che, peraltro, è avvenuto finora in modo esemplare, e non era affatto facile! I miei complimenti, quindi.
    3. Analizzando l’ultimo mezzo secolo, assistiamo a due processi di portata mondiale, temporalmente coincidenti, che hanno sconvolto l’intero corso degli eventi sul globo:
    – il crollo dell’URSS (traduco velocemente questo brano per dare l’idea: Il PIL dell’URSS nel 1990 in valuta ufficiale (0.59 rubli = 1 USD) era pari a 1.7 trilioni di dollari. Costituiva oltre 1/3 del PIL USA e dava all’URSS il secondo posto nel mondo. Se consideriamo il PIL dell’URSS a parità di potere d’acquisto del rublo sovietico, allora esso aumenta ulteriormente. Secondo dati della BM, il PIL dell’URSS alla vigilia della sua caduta superava i 2.3 trilioni di dollari contro i 5 degli USA. 2.7 trilioni secondo dati CIA. Siamo già al 55% di quanto totalizzato dagli USA. Secondo dati ONU, la percentuale del PIL sovietico su quello mondiale era pari al 14.2% ВВП СССР в 1990 году по официальному курсу (из расчёта 0,59 рубля за 1 доллар США) был равен 1,7 трлн. долл. Это составляло более 1/3 от ВВП США и давало Советскому Союзу уверенное второе место в мире. Если оценивать ВВП СССР по паритету покупательной способности (ППС) советского рубля, то позиции Советского Союза выглядят ещё более впечатляюще. Согласно данным Всемирного банка, ВВП Советского Союза накануне распада превышал 2,3 трлн. долл. А по данным ЦРУ, этот показатель был равен примерно 2,7 трлн. долларов против 5,0 трлн. долл. у США; получается 55% от уровня США. По данным ООН, доля СССР в мировом ВВП, рассчитанная по ППС, была равна 14,2 %. Cfr: http://www.fondsk.ru/news/2016/11/26/raspad-sssr-kak-ekonomicheskaja-katastrofa-43110.html. A questo si aggiunga che la situazione dell’economia sovietica nel 1990 era già in declino rispetto a quella del 1986, all’inizio della cosiddetta “ristrutturazione” o perestrojka; insomma, non un evento da poco.)
    – la vittoria della linea delle “riforme” nel corso economico cinese, ovvero l’introduzione progressiva del capitalismo monopolistico di stato sul substrato maoistico di un “comunismo da caserma”, vigente dopo il cosiddetto “grande balzo in avanti” e strappo con l’URSS fino alla sua morte, messo già in discussione negli anni Ottanta, ma soppiantato definitivametne solo dopo i fatti di Tian’an men.

    Questi due fatti, assolutamente non prevedibili, hanno sconvolto l’economia di interi continenti, hanno consentito flussi di capitale e investimenti fino ad allora impensabili, hanno enfatizzato fenomeni di capitalismo predatorio tipici, in tali frangenti, che hanno fatto macerie, da un lato, di un intero tessuto produttivo, determinando una delle maggiori catastrofi del secolo scorso e, dall’altro, creato dal nulla megalopoli di milioni di abitanti e siti produttivi di scala mondiale, determinando peraltro – a catena – eventi non meno catastrofici, non solo a livello di ecosistema locale, ma anche dei siti da cui è partita la delocalizzazione e l’esternalizzazione dei siti produttivi. Ora, sarebbe interessante valutare l’impatto di questi processi sia sui Paesi interessati, sia sul corso economico degli eventi mondiali nel loro complesso.

    4. A livello di indicatori statistici, ha senso parlare di PIL pro capite e non, per esempio, di ISEW (Index of Sustainable Economic Welfare), o altri aggregati che considerino indicatori come il coefficiente di Gini e altri simili, utili a restituire valori più vicini alla reale condizione della maggior parte della popolazione interessata?

    Grazie per tutta l’attenzione e per questi materiali davvero preziosi e difficilmente reperibili sulla rete. I migliori auguri di un buon 2017!

    Paolo

  • Sono io a ringraziarla sentitamente e chiederle qualche tempo di riflessione sui molti spunti. Per ora la Cina. Vedo che ha competenze notevoli in materia. ho un allievo che è innamorato di quella cultura e sta preparando uno studio. Ha tempo di unirsi a noi? La informerò attraverso il nostro sito, appena agibile.
    PS molti anni fa ero in Bocconi per una giornata su Porter. I ragazzi ci chiamavano tutti professore. C’era il suo tradutttore con noi. Un malevolo disse: “non è professore”.
    . Intervenne Fiocca, bocconiano fino al midollo: “insegna? Allora è professore”. Non posso dissentire. Per me, Lei lo è.

    • La ringrazio prof. Aliberti. Mi piacerebbe molto, ogni anno riesco sempre a fare qualcosa dopo le otto ore lavorative e… certo che mi piacerebbe! Il problema è che, lavorando in genere dalle 22 fino a esaurimento scorte, i miei tempi sono abbastanza lunghi… purtroppo! Per quanto riguarda il Suo studente, lo metta pure in contatto con me. Tutti i recapiti li trova sulla pagina gentilmente offerta da academia.edu: https://iuo.academia.edu/PaoloSelmi
      Se mi chiederà di argomenti che mastico già, magari da anni (o decenni), gli risponderò al volo. Altrimenti, gli chiederò tempo per fare qualche ricerca e poi gli risponderò: parlare di Cina è come parlare di Europa e se uno, per esempio, mi chiedesse oggi di parlare dei Variaghi e dei loro rapporti con l’antica Rus’, o del messianismo in età ellenistica, penso che simulerei un malore improvviso…
      Grazie ancora, un caro saluto e alla prossima!
      Paolo

      • Sono io a ringraziarla. Il ragazzo si farà sicuramente vivo, ma non prestissimo, perché Natale gli ha portato una possibilità di lavoro, merce rarissima in questi tempi, soprattutto per i laureati in storia.

  • Salve dott. Aliberti, e grazie per il suo intervento, al solito chiaro e preciso.
    Vengo ad annoiarla (e me ne scuso), con una questione per me irrisolta delle statistiche in campo economico (e forse non solo in quello), che assomiglia un po’ a quella famosa del “pollo di Trilussa”, dovuta immagino ad ignoranza mia e, certamente, ad una banalizzazione di concetti complessi. Tuttavia, quello che proprio non riesco a mandare giù in certi grafici, è una certa debolezza intrinseca che avverto nel veder paragonare tra loro realtà così diverse, senza (apparentemente) tener presenti le condizioni di partenza.
    Cerco di spiegarmi con un esempio: supponiamo di osservare lo sviluppo della rete metropolitana della città di Bingobongo, messa a confronto con quella di New York. L’estensione territoriale di Bingobongo e quella di New York sono compatibili, il periodo di osservazione è il decennio 0 – 10.
    Nell’anno zero, la rete metro di New York assomma, poniamo, 300km; a Bingobongo iniziano i lavori per il raddoppio della rete, prevista in un decennio di arrivare a 20km di lunghezza complessiva.
    Ci spostiamo ora nell’anno 10: la città di New York, a costi altissimi per la difficoltà di intervenire in un tessuto urbano tanto complesso, è riuscita ad incrementare di 10 km la sua rete metro: nel decennio in considerazione, inoltre, ha manutenuto efficienti i restanti 300 km, a costi altrettanto stratosferici.
    Alla fine del decennio, il sindaco di Bingobongo ha orgogliosamente inaugurato il raddoppio della rete metropolitana cittadina.
    Se andiamo ora a rappresentare percentualmente i progressi fatti in quel decennio, New York risulterebbe aver incrementato di un misero 3,3% la sua rete: ben diversa la situazione di Bingobongo, che passando dai 10 km dell’anno zero ai 20 km dell’anno 10, ha raddoppiato la sua rete. Però, questi Bongobonghiani, che progressi mirabolanti!
    Chiedo scusa per la lunghezza, dott. Aliberti, ma questo esempio mi è servito per spiegare perché proprio non riesco a mandare giù i progressi mirabolanti della Cina, considerando il loro PIL cresciuto ininterrottamente con valori a due cifre assolutamente impossibili per chiunque altro, quando sappiamo benissimo le condizioni di uniforme arretratezza in cui era quel Paese fino alla metà degli anni ’90. Certo che passare da 10 a 100, in casi simili, è molto più fattibile che passare, poniamo, da 1000 a 2000 in altri casi, come ben testimoniano anche i progressi in campo sportivo, dove in quasi tutte le discipline i nuovi records si ottengono con tempi migliorati ormai nemmeno più sul filo dei decimi, bensì dei centesimi di secondo.
    Insomma, concludendo, mi manca sempre un qualche parametro che tenga conto delle condizioni di partenza, una “pesatura” dei dati numerici che li metta stesso livello, prima di metterli a confronto statisticamente.
    Chissà che Lei, dott. Aliberti, possa chiarire almeno in parte le mie poche e confuse, come vede, idee sull’argomento.
    La saluto caramente.

    • Respingo la sua modestia, perché Lei pone un problema interessantissimo e lo pone con estrema lucidità: c’ è un limite alla crescita di un paese? Quali i fattori che la permettono? La ringrazio dello stimolo e conto di affrontare il tema. Intanto però potrà vedere, tra 2 articoli, che nel medio-lungo periodo la matematica una soglia per la Cina la fa intravedere. Il mio gentile ospite mi assicura che uscirà mercoledì 18. Ci sentiamo allora?

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