Le scelte sbagliate della prima repubblica

Molto volentieri ospito questo pezzo del mio amico Nico Perrone. Buona lettura! A.G.

Quando l’autore di un libro ha avuto un ruolo politico, le sue pagine più interessanti di quello che scrive sono quelle di testimonianza. Il che vuol dire non solo ricordi dei fatti e del contesto, ma soprattutto qualcosa sulle intenzioni che l’autore ha avuto nel suo ruolo.

Paolo Cirino Pomicino ha un’esperienza di lungo corso, perché a fare politica ha incominciato nella DC a metà degli anni ‘70 a Napoli, la sua città, proseguendo poi come deputato, ministro, per cinque anni (2004-2009) eurodeputato. Ha patito disavventure gravi: ma per un uomo politico possono far parte del mestiere. A lui ne sono capitate alcune più gravi, con provvedimenti giudiziari e coda di processi. “On ne peut pas régner innocemment”, non si può regnare in modo innocente, affermò Louis de Saint-Just durante la rivoluzione francese. Cirino Pomicino ha scelto di non parlare, tenendosene il ricordo dentro di sé, con conseguenze anche sul funzionamento del suo cuore, che ha avuto necessità di un trapianto. Dopo gli intervalli processuali e ospedalieri, ha ripreso a fare politica, e quando la Prima Repubblica – che fu anche sua – non c’è stata più, egli è riuscito a farsi eleggere ancora. Non sono esperienze da poco.

Adesso ha pubblicato un libro (Paolo Cirino Pomicino, La repubblica delle giovani marmotte. L’Italia e il mondo visti da un democristiano di lungo corso, prefazione di Giuliano Ferrara, Utet, pp. 268, € 15). Nelle sue pagine, quello che più interessa oggi, è il ricordo della sua esperienza nel ruolo di ministro del Bilancio e della programmazione economica. Siamo nel periodo che va dal 22 luglio 1989 al 28 giugno 1992, presidente del Consiglio è un fuoriclasse della politica, Giulio Andreotti, mentre il governo è composto di quattro partiti, Dc, Psi, Pli e Psdi. In quel momento si decise di dare inizio alla privatizzazione delle partecipazioni azionarie dello stato italiano.

Si capisce molto bene che Cirino Pomicino non condivide del tutto quella politica, che avrebbe messo sul libero mercato quasi l’intero patrimonio di partecipazioni economiche dello Stato italiano. Cirino Pomicino avrebbe voluto sviluppi che non fossero di cessione quasi globale delle partecipazioni azionarie possedute dal governo italiano (allora, il controllo avveniva attraverso il Ministero delle partecipazioni statali). Le aziende controllate dallo stato italiano vennero invece rapidamente privatizzate, quasi tutte. La base di partenza – qui è la contraddizione – di quella politica fu una decisione del Consiglio dei ministri alla quale avevano preso parte lo stesso Cirino Pomicino, allora ministro del Bilancio e della programmazione economica (presidente del Consiglio era Giulio Andreotti, ministro del Tesoro Guido Carli. Il governo era dimissionario (dal 24 aprile), e nella sua lunga prorogatio, come si dice quando un governo che ha rimesso il mandato non ha ancora ceduto i poteri, fu fatto quel passo.

Oggi, a mente fredda, Cirino Pomicino giudica come uno sbaglio quella decisione, e ricorda – giustamente – che nessun altro paese occidentale ha mai fatto qualcosa di simile: per esempio, Germania e Francia mai hanno ceduto al mercato il controllo di quelle componenti dell’economia nazionale ritenuti d’interesse “strategica”. In Italia invece si fece tutto il contrario, e molto in fretta: è stata una corsa verso l’economia privata, guidata da quella decisione del governo Andreotti e attuata poi per diversi anni dai governi di Romano Prodi, Carlo Azeglio Ciampi, Giuliano Amato, e Lamberto Dini. Col governo Prodi si è ceduta (1998) perfino la quota di maggioranza nell’ENI, il complesso petrolifero-industriale-finanziario al quale l’Italia doveva in gran parte il suo ingresso nel novero delle grandi potenze economiche mondiali, che allora (1997) si chiamava G-7, Group of Seven.

E adesso? Non se ne parla più. È però prezioso che un protagonista di allora faccia conoscere il suo postumo giudizio rispetto a quello che si è fatto: egli è stato un protagonista che capiva, che l’economia la studiava, pur provenendo da una formazione medica.
Oggi appare un po’ pentito di quella stagione. Racconta com’è andata, e ci fa capire che quella decisione, sul piano economico degli introiti per le azioni cedute, non ha avuto gli effetti miracolosi che si erano annunciati. Mentre per l’Italia, la perdita rispetto ad altri paesi occidentali, sul piano economico e finanziario, è rimasta tutta intera.

Il libro non è fatto soltanto di parole, di autocritica e di rimpianti, ma fornisce un quadro di quello che tanto in fretta si è fatto in quegli anni, con tante cifre che possono ancora fare riflettere. A condizione che qualcuno lo voglia fare davvero.

Nico Perrone

cirino pomicino, Italia Repubblicana, nico perrone


Aldo Giannuli

Aldo Giannuli

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Comments (22)

  • Andreotti, il “moderatore di animi” 😛 narrato dieci anni dopo la separazione tra Tesoro e Bankitalia prima dell’attacco speculativo alla lira del 1992 quando l’Italia faceva baldoria agganciata al “trenino” europeo.

    « Evidentemente, anche per un moderatore di animi come lui, non c’ è ormai altro modo per definire l’ emergenza-deficit, un’ emergenza tanto drammatica da richiedere immediate misure straordinarie di risparmio. In primo luogo, una decisa privatizzazione del patrimonio pubblico: non solo terreni e fabbricati ma anche aziende pubbliche. L’ operazione, rinviata più volte, potrebbe adesso decollare: il governo inserirà nel disegno di legge sulla vendita degli immobili un emendamento che trasforma gli enti pubblici economici (come Eni, Enel, Imi, e Ina) in società per azioni, consentendo così la cessione di quote ai privati. »

    http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1990/09/07/andreotti-lancia-allarme-economia.html

    Sembra che la operazione venne poi attuata (art 15 dl) dal governo Amato col decreto legge 333 dell’11 luglio 1992 convertito con legge 8 agosto 1992 n. 359

    http://www.dt.tesoro.it/export/sites/sitodt/modules/documenti_it/interventi_finanziari/interventi_finanziari/D.L._11-7-1992_n._333_xConv._Legge_n._359-1992x._Misure_urgenti_per_il_risanamento_della_finanza_pubblica..pdf

  • Professore, buona sera. L’equivoco di fondo, su cui ha fatto leva (e fa tutt’ora leva) la campagna demagogica che ha portato allo sfascio attuale, si basò sul seguente assioma: pubblico NON funziona, privato funziona. La caduta del muro fece il resto e convertì molti, anzi, quasi tutti. Un gioiellino svenduto in maniera del tutto indecente fu la Nuovo Pignone, ditta acquistata dalla General Electric e che ancora oggi esporta in tutto il mondo. A distanza da quasi trent’anni, di cui oltre un terzo passato a lavorare nel “privato”, posso dire di aver provato sulla mia pelle che non è la proprietà dei mezzi di produzione a determinare un maggiore o minore grado di efficienza. Nel mio campo, i trasporti, vince chi ammazza il mercato con tariffe basse ottenute grazie ai numeri che paventa ai propri fornitori, o che fa loro da banca, accaparrandosi grandi clienti che pagano a novanta o più gg., non chi sa organizzare meglio un carico o una spedizione, ottimizzando tempi e risorse. Del resto, il padrone vuole soldi facili: ricaricare su un nolo aereo o su un trasporto terrestre mettendo alla fame il padroncino di turno, fa guadagnare sicuramente di più di quelle decine di euro accumulate pratica dopo pratica fino a riempire di collettame i 100 metri cubi d’aria di una motrice più rimorchio diretti all’estero. Tutto questo, di fronte al totale disimpegno dello Stato, che ha mollato l’unica compagnia di navigazione di cui deteneva la proprietà, che cede ai privati i porti, che non investe sull’intermodale, per non parlare poi del traffico aereo di cargo e passeggeri. Due esempi, i primi che mi vengono in mente: l’aereo merci che ha fatto pochi giorni fa il “lungo” sulla tangenziale di Bergamo non era statale, era di una multinazionale che gestisce – male, e in maniera monopolistica – lo scalo di Orio al Serio. I privati che ora governano Alitalia non pensano minimamente a potenziare i voli merci su Malpensa, col risultato che è da più di dieci anni che i cargo Alitalia, che prima avevano partenze regolari e voli pieni ogni due, tre giorni da Shanghai e Hong Kong, sono scomparsi del tutto dal radar. Vedo cosa fanno in questo delicato e strategico settore Francia, Germania, Corea, Giappone, e mi tocca dar ragione a Paolo Cirino. Un caro saluto.

    • La vendita del Nuovo Pignone e della Pignone Sud sono state un danno grave per l’Itala. Sono le operazioni di cui meno si è parlato, e tu hai fatto bene a ricordarle. Ma il delitto più grave è stata la cessione della quota di maggioranza dell’ENI, fatta dal governo presieduto da Romano Prodi (26 giugno 1998), perché il pieno controllo del capitale di quella società era stato uno dei fondamenti che avevano fatto ammettere l’Italia al G-7. Per quella sua responsabilità gravissima, assunta senza il consenso del Parlamento, Prodi dovrebbe rispondere penalmente. Hanno sempre raccontato che il controllo italiano sull’ENI sarà garantito da un intreccio di clausole di salvaguardia: di fronte a una forte posizione azionaria, sostenuta da un team legale aggressivo, questo non sarebbe più vero.

  • Ci fu anche un batage pubblicitario a favore dellle virtù dell’imprenditore privato e di ostracismo dell’impreditoria pubblica in quanto tale, indipendentemente dai risultati ottenuti.
    Lo stesso Andreotti, con De Michelis, firmò il Trattato di Maastricht, forse senza rendersene in pieno conto delle sue conseguenze.
    Sarebbe riduttivo dire che non era un’econimista, ma per sua espressa dichiarazione era meglio “tirare a campare, che tirare le cuoia”.

    • quello fu un peccato molto grave di Andreotti, il quale non si rese conto di tradire una costruzione – le partecipazioni statali – realizzata da De Gasperi, nelle difficilissime condizioni del dopoguerra.

  • “Si capisce molto bene che Cirino Pomicino non condivide del tutto quella politica, che avrebbe messo sul libero mercato quasi l’intero patrimonio di partecipazioni economiche dello Stato italiano”
    Prof.
    il nostro “G(c)irino”, tenuto conto delle condanne ricevute, ha dimostrato di aver partecipato fattivamente alla decadenza – culturale, democratica e civile – del Paese.
    Un atto concreto da lui firmato é il dpcm 325/88, provvedimento con cui sono stati ingannati, traditi e truffati migliaia di lavoratori pubblici. Questo, evidentemente, a dimostrazione che della svendita del paese che ne sarebbe succeduta ne era ben consapevole da molto prima che si portasse a compimento in tempi rapidissimi, tramite la menzogna del “privato é bello” e “pubblico é brutto”…!!!
    Sappiamo a cosa ci siamo ridotti… oggi, a distanzaz di trent’anni, abbiamo il più fiero dei lanzechenecchi che governa…!

    • nel suo libro recente che io cito, Cirino Pomicino denuncia quel fatto come un errore, e lascia intendere di avellere subito la volontà del premier Andreotti e del ministro del Tesoro Carli, senza valutare, allora, che quello era l’inizio dell’intera liquidazione del sistema delle partecipazioni statali. Il suo libro lo pone oggi in una posizione diversa.

  • C’è una questione della quale non si parla mai abbastanza, ma che è il nodo centrale se si vuole capire tutto quello a cui stiamo assistendo in economia, specialmente in Italia, ma non solo.
    Dalla fine degli anni ottanta, su per giù, quasi tutte le aziende medio-grandi, pubbliche o private non fa differenza, operano sul fronte della finanza ed affidano le loro sorti non alle loro produzioni, ma ai guadagni finanziari.
    Insomma, il “core business” è divenuto il gioco di borsa, che quando va bene remunera gli investimenti con tempi e percentuali nemmeno paragonabili alla produzione industriale, e quando invece va male crea quei buchi di bilancio stratosferici che gli amministratori, complici i sindaci e le società di revisione, tentano di occultare fino all’inevitabile crack, trascinando nella rovina banche, risparmiatori, azionisti, lavoratori e, in ultima analisi, il Paese stesso.
    E questo, tra gli altri, è uno dei motivi fondamentali per cui si fanno poco o punto investimenti in ricerca e nelle nuove tecnologie, causa prima dell’obsolescenza delle produzioni e quindi del lento ma inesorabile declino anche e sopratutto di marchi storici; e anche quando si fanno investimenti, si privilegiano quei progetti che, almeno sulla carta, danno le migliori garanzie di ritorni in tempi brevi o brevissimi.
    “Mordi e fuggi”, insomma, che nulla ha a che fare con il “presto e bene”, ovviamente.
    Così, alla lunga, le aziende chiudono, oppure vengono vendute per un pezzo di pane a stranieri i quali la prima cosa che fanno è abbassare il costo del lavoro (licenziamenti, delocalizzazioni, ecc) per fare quegli investimenti che i vecchi proprietari e amministratori non avevano fatto.
    Con il senno di poi sarebbe stato facilissimo accorgersi per tempo di questa deriva; tutto è cominciato quando l’amministrazione delle aziende dalle mani dei proprietari, degli ingegneri, di gente venuta su dai reparti di produzione, è passata a quelle dei ragionieri, dei contabili, dei maghi della finanza.
    Il discorso sarebbe molto più lungo e complesso, ma lo finisco qui per non tediare: ma certamente, caro Giannuli, se volessi e se non l’hai già fatto, potresti darci un’ottica storica incastrandoci anche gli altri fattori della crisi che stiamo vivendo (l’EU, la moneta unica, il declino dei partiti e della politica, ecc.).

  • hai ragione: oggi, da tutte le parti, si vuole fare “finanza”, senza saperlo fare; che cosa sia l’economia non lo sa invece nessuno.

    • Ringrazio, se questo commento era indirizzato al mio.
      Tuttavia, quello che speravo di mettere in evidenza, è il fatto che la crisi in Europa in genere, in Italia in particolare, è dovuta a quanto ho scritto a proposito della finanziarizzazione delle aziende, diretta conseguenza della pochezza della classe imprenditoriale composta quasi totalmente da gente che non ama il proprio lavoro e da seconde e terze generazioni interessate solo a finire immortalati sui tabloid accanto alla modella o al modello di turno.
      Se qualcuno pensa che il Paese, con tutti i suoi problemi, possa uscire dalla crisi grazie alla politica ed ai politici (!), dimenticando che il vero motore sono gli imprenditori coraggiosi ed anche un po’ sognatori, sta prendendo un granchio grande come una casa.
      Ed infatti, come tardivamente pare accorgersi Pomicino, per noi la vera crisi è iniziata con lo smantellamento della galassia IRI, che con tutte le sue storture e limiti è stato uno stimolo potente per le nostre produzioni, anche e forse sopratutto per i privati.

  • giustificazioni innocenti per ministri ,servi, rinnegati , corrotti e deficenti! viva l italia,l italia in mano alle lobby straniere!

  • Per me è insopportabile assistere a questa pletora di fasulli che, a distanza di decenni, tentano miserevolmente di scagionarsi dalle responsabilità di avere affossato un Paese e una Nazione intera. L’irrilevanza di quel che testimoniano, ne fa fede. Non tanto per la loro manifesta incapacità ma perchè si sono messi sul mercato di chi pagava di più. Incapaci e colpevoli. Bene hanno fatto i commentatori di cui sopra a citare puntualmente le occasioni che li hanno visti macchiarsi di misfatti talmente gravi da garantire che il loro nome e il loro ricordo resti in maledizione per le generazioni di italiani che verranno e che studieranno attentamente la loro vita e il loro libro cassa. Ci sarebbe un solo modo per riscattarsi da tanto disonore: confessare tutto il malaffare, interno ed esterno all’ Italia, che li ha visti protagonisti o galoppini ai vari livelli. Devono, non è che possono se vogliono, portare a piena luce le strategie che hanno portato a fare di tutto il Paese il luogo delle mafie e della massoneria imperante. Solo così potranno sperare di lasciare ai loro discendenti, oltre a una manciata di denari infamanti, un cognome e una fama che verranno indicati a lungo come esempi di disonore. Di più non si può concedere.

    • adesso non sanno come uscirne. La separazione, per legge, fra banche di credito e istituzioni finanziarie, era un elemento di garanzia, ma la si è voluta cancellare alla svelta. Le conseguenze, le vediamo. Oggi è molto difficile tornare indietro, e qualche qualche lieve correttivo viene solo dopo nuovi disastri. Quanto alla pochezza degli imprenditori nostrani, è sotto gli occhi di tutti. Un altro problema è quello che tu hai segnalato: la carenza di un ceto imprenditoriale all’altezza della situazione. Gi imprenditori sono un motore importante, come tu dici, ma non sono l’unico motore. Non dimentichiamoci però che i lavoratori e gli studiosi vengono troppo maltrattati: le prospettive sono amare.

  • vorrei aggiungere a tutti (naturalmente anche a me stesso): che ci siano dei ripensamenti, da parte di qualche protagonista, a me sembra utile. Utile per capire meglio le circostanze in cui tutto è avvenuto, e utile per discutere di qualche, sia pur tardivo e problematico, rimedio.

    • Gent. sig. Perrone, è fuori discussione, per me, che ci sia la possibilità di ripensamenti o, in senso più confessionale dato il protagonista del libro in questione, di pentimento non toglie nulla al fatto che non si possa usare questa rilettura del passato in senso deresponsabilizzante e fuorviante. Non esiste qua né ripensamento né pentimento ma un tentativo di “autoassoluzione”. Maldestro, per altro. E sa perché? Perché non indica le responsabilità precise e puntuali di chi ha operato in un senso anziché in un altro, non rivela gli interessi sottostanti che hanno prevalso, i ricatti operati e a vantaggio di chi. Le dico questo perché il sig. Pomicino non potrebbe sostenere un confronto ad esempio con Nino Galloni, suo dirigente al ministero del Bilancio, e che ha, da tempo, rivelato alcune delle manovre attuate all’epoca. L’ex-ministro, dal canto suo, non può fare a meno di ammettere il minimo indispensabile ma non va oltre nel dire quello di cui era a conoscenza. Mi sembra una specie di dissociazione alla Mario Moretti. Dissociato per ottenere i benefici di legge senza offrire nessun vantaggio alla ricerca della verità. Mettiamola così, un vero e proprio messaggio per la trattativa. Scopriremo chi sta dall’altra parte, vedrà.

      • Mi pare però che ci sia una differenza fra chi pubblicamente riconosce l’errore, e chi tace, oppure pretende addirittura di giustificarlo.

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