La politica italiana? Ras (rien a signaler)

Cosa sta succedendo sul palcoscenico della politica italiana? Niente. Per carità, non manca il trambusto ed anzi ce ne è troppo: frenetici cambi di casacca, nuovi-vecchi partiti che si riciclano, promesse elettorali a spam, colpi di scena e frettolosi abbandoni della barca che affonda, ma nulla che abbia un senso o qualche valore politico.

Come in teatro, nell’intervallo fra uno spettacolo e l’altro, quando il palcoscenico è invaso da inservienti velocissimi che spazzano, lavano, rimettono a posto i mobili, cambiamo i fondali, ma non c’è nessuna rappresentazione. I cambi di giacca e le sigle dei riciclati: un semplice cambio di costume con i soliti scadenti attori. I programmi elettorali? Sparate elettorali senza senso, di cui nessuno si ricorderà un minuto dopo i risultati. I colpi di scena? Semplici spot elettorali. Forse la cosa più significativa (se non altro la più divertente) è la gara a chi salta fuori prima dalla barca renziana che ormai affonda inesorabilmente: Lapo Elkan definisce Renzi non un Macron ma un micron, persino il maggior azionista del Pd, De Benedetti, dice che voterà scheda bianca perché Renzi non gli piace. Forse l’unica cosa che ha qualche senso (ma siamo solo agli inizi) è quello che sta succedendo in Commissione scandali bancari.

Quello che colpisce più di tutto è l’assoluta estraneità di tutto questo ai problemi del paese a cominciare dal suo veloce declino di immagine a livello internazionale (esclusione dai mondiali, partita persa per l’Ema e per l’infelice candidatura di Padoan, l’esclusione di fatto dal direttorio europeo, l’assenza sulla scena internazionale della nostra diplomazia).

C’è chi propone un ministero per gli anziani, magari una cosa solo di facciata, ma si dimentica la situazione catastrofica dei giovani. Lo dico appartenendo alla categoria di quelli cui dovrebbe pensare il costituendo ministero berlusconiano: per noi il problema è avere una vecchiaia dignitosa e, possibilmente, serena, ma quello che dovevamo fare l’abbiamo fatto, mentre i giovani hanno davanti tutta una vita per la quale si prospettano scenari da brivido. Per non parlare delle tante cose ormai solite: occupazione, sanità, istruzione, messa in sicurezza antisismica, ricostruzione, degrado delle città eccetera, di cui non vale neppure più la pena parlarne.

Il problema dei problemi è che questo paese non ha più una classe dirigente al cui posto ha una compagnia di scadentissimi guitti. Avremmo bisogno di sostituire immediatamente questa corte di cialtroni con una vera classe dirigente (e non solo in politica, ma anche nelle banche, nell’università, nei giornali, delle aziende ecc.) ma il guaio è che una classe dirigente non si improvvisa in qualche mese o anno. Quando per 25 anni hai trascurato di formare il personale politico di una nazione (e tutto il resto) poi non si può pretendere di tirare fuori il coniglio dal cilindro.

In primo luogo è definitivamente battuta l’idea di estrarre una classe dirigente politica dalla mitica società civile: tutta la seconda repubblica è vissuta di questo mito attingendo generosamente dai ranghi dell’imprenditoria, della magistratura, dell’università, della medicina, della finanza ecc e questo è il brillante risultato. E questo è accaduto per due buone ragioni: prima di tutto perché la politica è uno specialismo a sé, che può e deve attingere competenze dalla società civile, ma che non può essere sostituito da altre competenze, insomma un buon chirurgo molto probabilmente non sarà affatto un buon ministro della sanità, come i tanti avvocati che si sono succeduti al ministero di Grazia e Giustizia si sono dimostrati pessimi ministri.

In secondo luogo perché, mettiamocelo in testa, il pesce puzza dalla testa, ma in breve va a male tutto: se la politica è corrotta ed incompetente, in breve anche tutti gli altri ruoli dirigenti lo saranno (ammesso che non lo siano già da prima) e, quindi, è una illusione quella di sostituire la classe politica attingendo alla mitica società civile. E questo valga per dissipare quell’altra imbecillità per la quale “basta essere onesti” per dirigere lo Stato (qui, tanto per dissipare ogni dubbio, sto parlando dei miei amici 5 stelle che, poi, dopo tanta retorica sul cittadino comune, poi parlano di “tecnici” per un governo a 5 stelle): no non basta essere onesti, occorre anche capirci qualcosa dei quello che si amministra.

Occorre mettere mano ad una opera di ricostruzione culturale del paese, formare una classe dirigente vera e, nel frattempo, cercare di limitare i danni scegliendo il meno peggio.

Aldo Giannuli

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Aldo Giannuli

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Comments (3)

  • L’attività politica richiede competenze tecniche specialistiche che non sono diffuse uniformemente nella società civile ma per un’opera di ricostruzione è necessario che non siano trasmesse _unicamente_ dalle parti “che puzzano a partire dalla testa”.

    Peraltro bisognerebbe interrogarsi su quali siano le competenze necessarie all’andamento democratico del Paese che possano essere relegate in nicchie specialistiche e quali gioverebbe diffondere presso l’intera popolazione.

    Peggio dell’analfabetismo di ritorno ci può essere solo “l’analfabetismo sulla democrazia” (se l’uomo è animale politico a levagli la politica rimane solo l’animale).

    PS: Nei momenti di “crisi” in cui si sono varate riforme impopolari l’uso giornalistico del termine “governo tecnico” è sembrato spesso un “escamotage” per suggerire che costoro non avessero affiliazioni politiche “dichiarate”; I cosiddetti tecnici hanno orientamenti ideologici-politici desumibili dalle riforme che scodellano e non fanno parte di altra società che quella “civile”.

  • Giannuli è convinto che il problema sia la classe dirigente, io sospetto che la classe dirigente sia il riflesso della popolazione e che tutto si innesti in un processo di decadenza epocale (che specchia non troppo da lontano quello della civiltà romana due millenni or sono).

    Questa dialettica di corresponsabilità si vede ad es. benissimo in ambito scolastico (mia moglie è insegnante), in cui la politica distrugge bensì la scuola (la grande scuola gentiliana fondata dal fascismo) trasformandola in parcheggio sociale, ma lo fa per venire incontro alle famiglie che esigono deresponsabilizzazione sistematica dei pargoli e per questa via del proprio ruolo genitoriale.

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