Il Pil mondiale a breve, medio e lungo termine: proviamo a capirci qualcosa. Risposte.

Lamberto Aliberti, in un nuovo articolo, risponde ad alcuni lettori e prosegue nella sua analisi preziosa sugli scenari futuri dell’economia. Buona lettura! A.G.

Siamo al terzo capitolo sul tema della crisi mondiale prossima ventura. Il mio proposito è proseguire in un modo più serrato e organico, se il nostro gentile ospite me lo consentirà. Ma prima una risposta a chi cortesemente mi ha scritto:
–    Dr. Paolo Selmi. Citarlo significa fargli un torto, perché merita una lettura integrale, tanto è stimolante. Mi limito a: “Al contrario, negli ultimi anni abbiamo assistito a livello globale a un prosciugamento legalizzato delle risorse economiche diffuse sia a livello territoriale, con un inasprimento del loro sfruttamento, sia sociale, con una loro concentrazione sempre maggiore nelle mani di una borghesia transnazionale, globalizzata, liquida, che sposta sede e finanze da un paradiso fiscale all’altro e, allo stesso modo, le attività produttive dove maggiore è il plusvalore prodotto, con una velocità minore di un click, ma sempre maggiore di quella impiegata dall’Armata Rossa per smantellare tutte le attività produttive della Russia Europea e spostarle in quella Asiatica. L’impoverimento locale è paragonabile a quello del passaggio delle cavallette, o di quei begli schemini che ci facevano alla scuola dell’obbligo sulla monocoltura nell’Africa Subsahariana” Spero solo che non si avveri la sua profezia di una crisi non solo globale, ma subitanea, lo spero per tutti noi, perché non ci dà la possibilità prepararci. Comunque conto di essere all’altezza delle sue aspettative e la inviterei a un confronto continuo e all’approfondimento, visto che Lei ha delle idee e una scrittura di alto livello, certo che Aldo la ospiterebbe volentieri.

–    Dr. Roberto B. gli dico innanzitutto che i dati riguardano effettivamente il mondo. Le fonti credevo di averle citate ed è mio dovere farlo. Purtroppo per analizzare serie storiche il mezzo più appropriato è proprio il grafico su assi cartesiani. Meglio, oggi circolano mezzi d’infografica certo più efficaci, ma solo a livello di sintesi, mentre, essendomi imposto di arrivare ai grandi perché, ho bisogno di quel minimo dettaglio, che ha già visto. E, a questo proposito, si chiede uno sviluppo dei temi, dal generale al particolare, dai segnali e dai sintomi al causa-effetto. Le conclusioni insomma vanno conquistate passo a passo e non sono mai inequivocabili, dal momento che viviamo in un mondo complesso. In ogni caso la ringrazio dell’intervento e anticipo, a partire da questo articolo, il forecast, cioè la proiezione delle tendenze in atto.

–    Dr. Mario Pansera. Sa già come vanno le cose. Perché però esclude un confronto con mezzi, immagino, diversi dai suoi, con qualche caratura scientifica, come i modelli matematici? Dai quali possiamo far emergere prima dove andiamo, poi perché là, infine, attraverso le loro prestazioni simulative, le politiche per governare quella crisi mondiale, che molti, non solo lei, si aspettano. Se mi vorrà seguire, non dico a fondo, ma certo non limitandosi a prendere una frase a caso, le garantisco qualche sorpresa, altro che scoperta dell’acqua calda.

Obiettivo.
Rendiamo organico, integrando le precedenti anticipazioni, lo studio delle tendenze dell’economia mondiale, cioè di quelle traiettorie future, disegnate dal passato. Qualcosa che non è ancora previsione, perché richiede che, delle tendenze, si riconoscano le cause, successivamente proiettate per ottenerla, ma, su un livello macro, come questo, dunque caratterizzato da un forte carattere di inerzia, non vi sta tanto lontano.
Impiegheremo un modello del tipo dinamico, a forte impronta, per ora, econometrica. Lo svilupperemo prima per il PIL da solo, poi per le sue componenti. Quindi impiegheremo un nuovo modulo per mettere in relazioni i fattori componenti (trattati come variabili dipendenti) con le loro macrocause (variabili indipendenti). L’ultimo passo, prima di passare al modulo simulativo (what…if…), da cui si ricaverà un set di previsioni
Se non avremo ucciso tutti, introdurremo a quel punto i soggetti, anzi i primattori dell’economia mondiale. Sono certamente: Stati Uniti, Unione Europea, Cina e Giappone, che oggi ne coprono quasi 2/3. Ricordiamoci infatti l’obiettivo di descrivere, proiettare e giustificare la crisi prossima ventura ed è ben probabile che l’innesco si trovi in cotesti signori.

Ovviamente a questo livello ripeteremo l’intero processo:
1.    Studio delle tendenze
2.    Emersione delle macrocause
3.    Ipotesi sull’evoluzione delle macrocause, rispettivamente a breve, medio e lungo termine
4.    Previsione attraverso il modulo simulativo del modello

Un minimo di metodologia e approccio.
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Il breve periodo.

–    Crescita ancora
–    Con minimi scostamenti fra le 2 proiezioni

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–    La variazione annuale dei valori ci rivela parecchio di più:
–    Confermati i minimi scostamenti fra le 2 proiezioni, pari a .30 punti %
–    Segnala per il 2015 un rallentamento nella crescita
–    Che viene seguito dalla proiezione dei valori assoluti
–    Mentre è contrastato dalla proiezione delle variazioni, che ritornano, nel 2018, al tasso del 2014

–    In modo che la media arriva praticamente a fermarsi sulle dinamiche del 2015
–    In un quadro di cambiamenti comunque minimi, enfatizzati dal diagramma.

Il medio periodo.

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–    Si allargano gli scostamenti fra le due proiezioni

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–    E si può cominciare a costruire un quadro complessivo di tendenze:
–    Il mondo ha visto una profonda crisi nel 2008, con un arretramento del PIL che è stato di quasi 2 punti %
–    Cui è seguirà immediatamente la ripresa, ancora più accentuata: quasi 4 punti e mezzo %
–    Si prosegue con una dinamica modesta, ma non disprezzabile, fino al 2018
–    Quindi 2 proiezioni:
–    Quella ottimistica ci riporta alla fine molto vicini al tasso massimo della serie
–    Quella pessimistica ad un non troppo marcato rallentamento
–    Per cui la media è intonata positivamente, con una crescente velocità di sviluppo, che arriva a sfiorare il 3%

Il lungo periodo.

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–    Cominciamo con le variazioni, che ci consentono di entrare meglio nelle dinamiche:
–    Il periodo di incremento abbastanza sostanzioso della crescita fra il 2019 e il 2018 subisce un brusco intoppo nel 2029: una crisi per subitaneità paragonabile a quella del 2009, anche se non è per niente depressione, ma rallentamento sia pure vistoso, quasi dimezzamento, del tasso di crescita
–    Successivamente la vicenda cambia: ripresa sì, ma con una velocità inizialmente appena superiore al 2013-2019, per scendere man mano al di sotto, sia pure di poco

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–    I valori assoluti ci restituiscono un’impressione completamente diversa: una crescita quasi senza interruzioni
–    e uno scostamento pressoché nullo fra le 2 proiezioni
–    ci sarebbe da dire: se è questa la stagnazione secolare, ci mettiamo la firma.

Il PIL pro capite.
Ci sia consentita una digressione, peraltro utile ad interpretare al meglio le condizioni dell’economia mondiale. In fondo la misura della produzione di ricchezza, come beneficio per la popolazione, è nel pro capite. Che osserveremo a partire dal primo dato della serie storica disponibile.

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–    un quadro, a prima vista roseo: crescita pressoché ininterrotta, con pause decisamente poco pronunciate
–    in quasi un secolo, il PIL dovrebbe quasi quintuplicarsi, per l’esattezza moltiplicarsi per 4.74
–    e il futuro sembra essere meglio del passato, perché  il 2053 sul 2015 dovrebbe crescere di 1.72 volte, prossimo al raddoppio, all’anno: .06
–    mentre tra il 2015 e il 1960 si è moltiplicato per 2.76, all’anno: .05
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–    le variazioni annuali continuano a presentare una faccia positiva del PIL
–    mostrando inoltre che il futuro non dovrebbe essere contrassegnato da oscillazioni pronunciate, tra forte crescita e rallentamenti pronunciati, fino a diversi casi di vera recessione, come avviene fino al 2010
–    tuttavia bisognerà attendersi una velocità molto bassa, sempre inferiore al 2% all’anno, via via in avvicinamento all’1%
–    ancora ci chiediamo: è questa la stagnazione secolare?

Affidabilità.
Stiamo lavorando sulle tendenze, che non sono ancora una previsione, ma per stimare l’affidabilità dei risultati ottenuti usiamo criteri altrettanto rigorosi di un’impresa, che fa leva sul forecast, per es. per varare strategie, da cui dipende la propria sorte. Il metodo opera su 2 fronti:
–    stima dell’errore; come già detto, la funzione tempo/variabile dipendente, che ci permette la proiezione nel futuro, è applicata su una serie storica, di regola contigua e della stessa lunghezza di quella che si vuole ottenere in futuro; i dati generati sono detti teorici; lo scostamento %, a parità di tempo, nel solo valore assoluto, dunque ignorandone il segno algebrico, è detto errore
–    stima della forcella; se il modello genera più proiezioni, attraverso processi o dimensioni diverse delle variabili, come si è fatto qui, si ottiene una forcella di valori, centrati su una media; il rapporto % tra il massimo o il minimo (contano solo i valori assoluti) e la media ci fornisce l’ambito di oscillazione della variabile nel futuro e l’esperienza ci ha insegnato che è un’ottima misurazione del grado di affidabilità della proiezione, perché la media, normalmente usata è un dato empirico, quindi quanto maggiore sono le oscillazioni della variabile, tutte ugualmente plausibili, in teoria, tanto maggiore è il rischio di non rappresentare fedelmente la tendenza.
Nel caso, prendendo la medie delle 3 serie temporali, abbiamo:

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La condizione non è infrequente:

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–    minimo errore e minima forcella per il breve periodo
–    più che tollerabile errore per il medio periodo, ma una forcella decisamente problematica
–    torniamo a scostamenti nella norma col lungo periodo, ma l’abbassamento drastico, su una % infrequente, della forcella non è rassicurante, mentre l’errore si attesta e segue una progressione molto consueta.

Ci sono altre modalità per la misurazione dell’affidabiltà delle tendenze, come, per es. la deviazione standard, ma non vi abbiamo fatto ricorso, perché raramente aggiungono sicurezza e sono un po’ più complicati da spiegare. L’ideale è il controllo frequente ex post.
Non si pensi comunque che sia possibile ex ante passare dalla probabilità alla certezza. Però l’utilizzo a pieno del nostro modello può farci fare un passo avanti enorme. Il margine di errore è infatti simulabile e il nostro strumento costituisce il mezzo più idoneo allo scopo. Lo possiamo applicare, e lo faremo, solo quando saremo effettivamente a livello di forecast, quando cioè avremo fatto emergere per la variabile sotto indagine i fattori causali in senso proprio e non il solo tempo. A quel punto una serie di what…if ci restituiranno l’affidabilità della previsione.

Conclusione.
Alcuni lettori, diversi da quelli citati, mi hanno chiesto il cui prodest. Che serve avventurarsi nella ionosfera dell’economia mondiale, un concetto che più astratto e nebuloso non si può? Che soprattutto non arriverà mai a toccarci.
Rispondo:
–    stiamo svolgendo uno studio della massima ampiezza, che al dettaglio dovrà arrivare, fino a toccare molto presto casa nostra, se riteniamo che l’Unione Europea lo sia
–    in questo momento siamo alla ricerca di segnali e faglie, in grado di dirci se le tendenze sono sufficienti solide o ci si avvii verso cambiamenti  significativi, che siano in bene o in male per noi
–    ci troviamo in presenza di un sistema, quello economico, in senso proprio, dove l’interconnessione ramificata e fitta è sempre di più il connotato imperante
–    volete che questo percorso non vada ad iniziare dal luogo dove tutto si competra ed integra, appunto il mondo?
–    senza contare che così facendo disponiamo di qualcosa che assomiglia molto alla norma, cui raffrontare le singole economie, non solo per un giudizio di valore, ma anche per un orientamento sulle dinamiche.

Lamberto Aliberti
14 ottobre 2016

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Lamberto Aliberti

Lamberto Aliberti

Lamberto Aliberti, già Ceo della Maspa Italia, società leader nella system dynamics, è da sempre impegnato anche nel campo della formazione. Da alcuni anni coordina il gruppo Dext,Designing Models for Economics and Politics.

Comments (5)

  • Dott. Aliberti,
    Buona sera e ringrazio per i complimenti, in gran parte immeritati! Davvero, mi piacerebbe che le sue pagine fossero frequentate da studenti e docenti di modo da animare un dibattito assai più fruttuoso di quello che possono muovere le mie osservazioni. Sulle mie previsioni, spero di sbagliarmi, lo spero davvero. Sul fatto di applicare modelli matematici di analisi e previsione, sono io il primo a sposare l’idea: nell’ex-Unione Sovietica i calcolatori elettronici erano applicati all’analisi dei dati e la pianificazione economica iniziò ad avvalersene già ai tempi delle valvole e delle schede perforate (Cfr. Aa. Vv., Matematica e calcolatori nella pianificazione dell’economia sovietica”, Milano, Il Saggiatore,1969, da cui peraltro traevo uno schema di funzionamento che riportavo in nota – p. 182 – al capitolo IX del già citato manuale di economia politica da me in parte tradotto http://www.bibliotecamarxista.org/collet%20urss/Economia%20Politica%20Manuale%20Capitolo%20IX.pdf).

    Dunque, nonostante tutto, il PIL del mondo aumenta. Tuttavia, il limite di questa operazione dal punto di vista dell’attuale situazione economica, dove il modo capitalistico di produzione vige anche nei Paesi a cosiddetta “economia mista”, è che è impossibile pianificare, quindi in qualche modo prevedere, l’imprevedibile. La mente torna alle vecchie, care, crisi di sovrapproduzione di marxiana memoria. E alla loro applicazione nella realtà concreta, attuale. Un caso di questi giorni: il fallimento dell’ottava compagnia marittima al mondo, la sud-coreana Hanjin, dovuto proprio alla già citata crisi di sovrapproduzione, e alle ripercussioni sul mercato globale. Due pagine di riferimento, ma solo per mia comodità, in realtà stiamo parlando di un fenomeno talmente lampante da aver originato un grande dibattito:
    http://www.sdcexec.com/news/12255649/hanjin-shipping-bankruptcy-and-supply-chain-impacts
    https://www.wsws.org/en/articles/2016/09/09/hanj-s09.html
    Allora, immaginiamoci questo scenario. DI COLPO, sottolineerei se possibile il termine, 500.000 TEU (ovvero una capacità di 500.000 container da 20 piedi, grosso modo 500.000×30 metri cubi = 15 milioni di metri cubi di merce), stivati su 71 navi portacontainer in provenienza dall’Estremo Oriente FERMI. La compagnia non ha neppure i soldi per pagare le tasse di sbarco. Sopra ci sono il 20% delle merci LG e il 40% delle merci Samsung, senza contare i cicli della grande distribuzione (abbigliamento e merci di ogni genere) che di colpo trovano i loro magazzini vuoti. I piccoli industriali, che magari avevano investito con banche e strozzini nel “carico di lupini” che li avrebbe dovuti proiettare nell’alta società, quella dell’arricchimento facile, si trovano ora con gli ordini cancellati e preda di pescicani. Certo, nulla di eclatante sotto il sole: quello capitalistico è un modo di produzione che ormai ha imparato a convivere col caos e la distruzione che esso stesso genera; altre compagnie prenderanno il suo posto, occuperanno i segmenti di mercato lasciati liberi, assisteremo all’ennesima concentrazione di tanto, troppo potere e capitali nelle mani di sempre meno persone (fisiche e giuridiche), sempre meno sottoposte a un benché minimo straccio di diritto, nazionale (era una battuta) e internazionale (altra battuta, purtroppo). E il PIL salirà di un altro punto. Due considerazioni, tuttavia emergono:
    1. se invece di essere la Hanjin fosse stata la Maersk (3.100.000 TEU), la MSC (2.800.000 TEU), la CMA CGM o la COSCO (le prime 4 compagnie al mondo fonte: http://www.alphaliner.com/top100/), il mondo si sarebbe fermato. Punto.
    2. Questa crisi da sovrapproduzione è stata determinata dall’eccessiva produzione di navi portacontainer ordinate prima della crisi del 2008 ma che, dopo la crisi e la stagnazione dell’export cinese, ha portato a un eccesso di offerta, al crollo dei noli marittimi e alla conseguente bancarotta di un anello di questa catena dimostratosi, nei fatti, debole. Un anello non da poco. Ora, il capitalismo in salsa estremo-orientale (Cina, Giappone e le cosiddettte Tigri asiatiche) è un capitalismo fortemente integrato, con importanti commistioni fra diversi settori economici (dalle zaibatsu giapponesi o chaebol coreane ai conglomerati cinesi), con rilevanti fette di mercato che, sparendo o riducendosi comunque in maniera rilevante da un giorno all’altro, hanno ENORMI ripercussioni sull’intero meccanismo economico. Non siamo ai livelli dell’URSS, dove ancora oggi la produzione industriale è ancora ben lontana e in alcuni casi non raggiungerà mai più i livelli del 1987 (basta dare un occhio al Libro bianco delle riforme http://www.kara-murza.ru/books/wb/ il cirillico è ostico, ma la grafica è laconicamente chiara: questa è la linea della produzione industriale, le x sono gli anni http://www.kara-murza.ru/books/wb/wb023.html se sbirciate vedete che lo schema è praticamente lo stesso in tutte le categorie di prodotti e servizi); ma poco ci manca. E anche il PIL mondiale, temo, non avrebbe l’andamento atteso: tutto questo, si badi, senza mettere in mezzo guerre, cataclismi, sostenibilità di una crescita all’infinito e quant’altro, semplice capitalismo contro capitalismo.
    Queste, in sostanza, le osservazioni che mi sento di muovere. Grazie ancora del Suo lavoro, estremamente istruttivo e stimolante, almeno per me. Attendo ora con ansia le pagine sui singoli blocchi continentali.
    Un caro saluto.
    Paolo

  • La ringrazio dr Aliberti per la sua risposta.
    Se ben ricordo, ero dubbioso sull’equivalenza tra Import e Export, considerati in un’ottica globale: se fosse esclusa una parte del mondo, chiaramente questa equivalenza andrebbe a pallino. Resto tuttavia perplesso non sulle sue fonti, che non mi permetto di mettere in dubbio, ma sulle fonti delle sue fonti (e non è un gioco di parole).
    Penso infatti che ci sia talmente tanto “nero” in giro per il mondo, che vedo assai improbabile che tutto sia stato considerato in quei dati; basterebbe pensare a tutto il traffico d’armi, particolarmente attivo di questi tempi: merci (armi, ma non solo), che cambiano di mano in modo sotterraneo, imponenti masse di denari che vanno e vengono, tutto ciò è rappresentato nei dati? E non considero tutti i capitali (finti? veri? boh!), quotidianamente “creati” e “distrutti” nel mondo digitale dalla finanza internazionale! Tutto ciò, ed altro similare, ai fini di questo studio ha rilevanza?

    A Paolo, un grazie per l’ottimo intervento e una considerazione di tipo filosofico: io non saprei proprio dire che cosa, ma intuisco qualcosa di profondamente sbagliato nel concetto stesso di “globalizzazione”.
    Non per motivi etici, morali, politici, di lotta di classe, ecc.: c’è qualcos’altro che non so definire, mettere a fuoco e argomentare, qualcosa che sento in contraddizione con la Natura stessa dell’Universo.
    Per spiegarmi, spero, penso al mito biblico della Torre di Babele, visto però non in ottica sociologica, non teologica.
    Ma un riferimento più concreto è forse quello alla teoria filosofica orientale dello Yin eYang, il Nero e il Bianco, il Bene ed il Male, ecc.: ecco, mi pare che un mondo globalizzato sia incompatibile con il dualismo implicito sul quale poggia tutta l’architettura del mondo naturale secondo i cinesi.
    Teoria nella quale personalmente credo fermamente: chissà che prima o poi qualche scienziato riesca a dimostrarne matematicamente la validità.
    Ma andiamo su un terreno troppo filosofico, che nulla a che vedere con i freddi numeri dell’Economia, perciò mi fermo qui.

  • Ciao Roberto,
    scusa il ritardo nel riscontro alla tua, che ho letto già due giorni fa ma che ho fatto fatica a “centrare” perché non è per niente semplice. Penso di aver capito: “globalizzazione” per te è sinonimo di “generalizzazione”, “reductio ad unum”, “banalizzazione”, ecc. In questo senso, possiamo dormire sonni tranquilli… mai il mondo fu più torre di babele quanto lo è oggi, paradossalmente, in presenza di genocidi culturali che da molti secoli ormai cercano di assimilare (o soggiogare) culture non europee all’unico verbo ritenuto “la culla della civiltà” dalla classe dominante occidentale. Sul Reale-Antiseri, con cui ebbi la sfortuna di litigarci alle superiori, capeggia il capitolo introduttivo dove solo la nostra è degna di essere chiamata filosofia. Il resto… pensiero, religione, superstizione, ecc. In realtà, ad almeno 5 dei 6 miliardi degli abitanti del nostro pianeta, di cosa pensa(va)no i signori G. Reale e D. Antiseri non importa un fico secco! Contrasto, altrettanto fermamente, concezioni sinocentriche del mondo, e qualsiasi altro pensiero che “cerca un centro di gravità permanente” puntando il compasso sul proprio campanile. Anch’io ho un mio pensiero ma visto che, oggi, il mio essere sociale non può prescindere non solo dal mio dirimpettaio di cortile, ma anche dal dirimpettaio di un cortile che si trova a diecimila chilometri di distanza dal mio, è giusto “comprendere”, nel doppio senso di capire e includere, il loro essere sociale di modo da costruire un mondo un po’ meno brutto di quello che è oggi. E, per includere, non intendo assimilare o, gesuiticamente, entrare dalla loro per uscir con la nostra, semplicemente coinvolgere in un progetto comune e anzi, recepire quanto di buono possa offrire includendolo come parte costituitiva e paritaria di un comune ideale. Altrimenti, che dire… homo homini lupus e vinca il peggiore… io ho sempre la val d’ossola e l’archibugio del nonno, in attesa che si ritorni umani e “a costruir su macerie”.
    Ciao! 🙂
    Paolo

  • Devo ringraziare sentitamente e scusarmi con chi mi ha commentato, portandoci molte ottime idee. Impegni professionali mi hanno tenuto lontano da questo blog. Non succederà più e comunque dal prossimo articolo, sulla crisi mondiale, riprenderò il dialogo colpevolmente interrotto.

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