Populismi: le origini e le caratteristiche dell’ondata

Ogni fenomeno storico ha una fisionomia caratteristica propria ed irripetibile, per cui, anche se rientra in una determinata categoria di fenomeni (ad esempio “Rivoluzioni socialiste”, “Regimi totalitari”, “Movimenti liberali”, “crisi economiche”) non è mai la riproduzione di quanto l’ha preceduto e presenta un grado di maggiore o minore complessità. Parlando dell’attuale ondata di protesta, molti esponenti delle classi dirigenti, accompagnati dai media, la definiscono “populista”, mettendo nel sacco cose molto diverse fra loro: si va alle rivolte arabe, alle nuove formazioni elettorali di centro destra del Nord Europa, da proteste di strada come Occupy Ws o gli Indignados agli scioperi nel sud della Cina, dal successo elettorale del M5s a quello attuale di Trump. Dunque cose di segno ideologico diverso e con forme espressive e di azione dissimili fra loro che solo con notevole pressappochismo possono essere catalogate come “populiste” (in casi come quello cinese siamo di fronte a classici fenomeni di rivendicazioni salariali, mentre le rivolte arabe hanno una complessità notevole, mescolando classiche rivolte per il pane con movimenti che reclamano maggiori libertà politiche ed altri inquadrabili nella corrente islamista).

Il fatto è che le classi dirigenti definiscono “populista” qualsiasi accenno di disobbedienza agli assetti di potere stabiliti. La filosofia è: “non disturbare il manovratore”. Come in ogni altro caso di rivolta sociale, anche in questo la protesta parte da quello che le classi popolari percepiscono come “il tradimento delle èlites”. Qualsiasi sistema sociale si regge su un tacito patto fra governati e governanti: i secondi accettano che i primi abbiano una serie di privilegi e di eseguire le loro prescrizioni a condizione che i privilegi non siano eccessivi e sfacciati e che ci sia un accettabile livello di vita per tutti. Quando si determina una congiuntura per cui le diseguaglianze sociali diventano intollerabili e le condizioni di vita dei ceti bassi crollano per effetto di una guerra o di una crisi economica, parte la crisi di legittimazione del sistema. Ed è precisamente quello che sta accadendo in questo momento, dopo quasi un decennio di crisi ed in presenza di diseguaglianze senza precedenti.

Poi, naturalmente, ogni contesto fa storia a sé e le forme della protesta variano da caso a caso, dove più intense, dove più contenute, dove più violente e dove più legalitarie, dove più improvvise e dove più graduali, dove più radicali e dove più moderate. Nelle caratteristiche di ciascuna situazione locale incidono tanto le particolari condizioni ambientali del momento quanto le premesse che la hanno preparata, magari in qualche decennio.

Concentrando l’attenzione sugli attuali movimenti “populisti” in Europa ed Usa, costatiamo che essi

-hanno prevalente caratterizzazione elettorale (con fiammate di movimenti di piazza, in genere contenute in comportamenti legalitari);

-hanno più spesso una caratterizzazione di destra (a parte Podemos in Spagna e Syriza in Grecia, che sono prevalentemente di sinistra ed il caso del M5s in Italia, che fa storia a sé);

-mostrano (come è tipico di ogni populismo) una preoccupante carenza di cultura politica che spesso include elementi di cultura politica della classe dominante, quel che produce spesso forti oscillazioni nelle posizioni politiche;

-pur essendo in gran parte movimenti di natura elettorale, sono spesso caratterizzati da un accentuato antiparlamentarismo;

-quasi mai si pongono come alternativa di sistema: non avendo gli strumenti culturali necessari a progettare un diverso sistema sociale, politico ed economico, si limitano ad avanzare richieste compatibili con il sistema esistente o lanciano obiettivi molto radicali che, però, non saprebbero come realizzare, e concentrano la loro attenzione su singole personalità o istituzioni (le banche) estrapolate dal loro contesto generale il tutto con occasionali sfoghi verbali;

-come ogni populismo, propendono per soluzioni semplicistiche e di immediata resa propagandistica e rifiutano di confrontarsi con la complessità dei problemi in atto;

-mostrano una accentuata repulsione ad ogni dibattito politico tanto dentro il movimento quanto al di fuori con altro soggetti politici, magari neppure distanti politicamente. I dibattiti interni sono vissuti come forieri di divisioni e scissioni; il confronto con altri soggetti politici, come minaccia alla propria identità o trappola dialettica e, comunque, come inutili;

-come sempre, sono movimenti che inclinano ad un atteggiamento sostanzialmente integralista che aborrono qualsiasi ipotesi di alleanza come snaturante;

-come è tipico di ogni populismo, esprimono un’ accentuata avversione ad ogni modello di organizzazione razionale, preferendo caratterizzarsi come movimenti poco formalizzati e tenuti insieme da una qualche leadership carismatica.

Questi sommari tratti sono abbastanza comuni a ciascuno dei casi elencati, pur se con frequenti eccezioni su questo o quel punto. Ovviamente, tutto questo ha un prima derivazione nei processi socio cultutali che hanno preparato il terreno.

L’accentuato carattere “antipolitico” (e conseguentemente anti parlamentare) trova una delle sue cause nella trentennale propaganda neo liberista che ha idealizzato il mercato come meccanismo perfetto che non deve essere disturbato dalla politica che ha il solo compito di proteggerlo da offensive esterne. Tutto questo, nella mente della “signora Maria di Voghera” si è tradotto nella convinzione che la politica sia sempre e solo una attività parassitaria e la sua pretesa complessità sono solo gli alibi di un branco di profittatori, mentre i problemi possono essere risolti con semplicità ed onestà (unica dote richiesta al politico).

In questo, un ruolo rilevantissimo lo ha giocato la tv commerciale, alla famelica ricerca di ascolti da tradurre in introiti pubblicitari, che, identificando casalinghe e pensionati, cioè gli strati meno colti della società come la fascia più consistente dell’ascolto televisivo, ha adeguato al loro livello le trasmissioni, in massima parte pensate come puro intrattenimento fra uno spot e l’altro (si pensi al regresso culturale determinato dalle telenovelas).

A questo si è accompagnata l’intensa propaganda sulla fine dell’ideologia, come strumento non necessario ed anzi dannoso, ai fini della formazione delle decisioni politiche che, appunto, dovrebbero essere il frutto di mere valutazioni di buon senso, lontane da ogni fumisteria filosofeggiante non a caso, una delle forme più esplicite ed organiche di populismo è stata il il qualunquismo italiano degli anni quaranta). Ciò ha occultato la natura altamente ideologica di questa operazione che, di fatto, ha realizzato l’obiettivo di affermare l’ideologia neo liberista come unica “corretta”. Ma senza ideologie non c’è cultura politica e se non c’è cultura politica “altra” anche l’unica rimasta in campo deperisce e muore, per assoluta mancanza di idee. Di qui l’assorbimento di una parte dei contenuti neo liberisti da parte delle classi meno colte e la conseguente incapacità dei movimenti populisti (che si basano essenzialmente su quella base sociale) di porsi come alternativa di sistema.

Anche il rifiuto dell’organizzazione razionale (partiti e Parlamento sono visti come strumenti propri dell’odiata casta che se ne pasce) è un prodotto di questo che, più che cultura politica, sarebbe corretto chiamare “cultura impolitica”, o, più semplicemente, “atteggiamento mentale da regressione”.

Quello che si è reso manifesto nella reazione paranoica contro gli immigrati visti come “quelli che vengono a rubarci il lavoro”, a “depredare le nostre risorse per fare vita d’albergo a spese dello Stato”, quando non sono veri e propri terroristi pronti a sgozzarci. E questo spiega la curvatura di destra della maggioranza dei movimenti populisti in particolare in Europa.

Determinante nella formazione del sostrato preparatorio di questa ondata di populismo è stato il processo di “banalizzazione della cultura”: lo scadimento di gran parte della letteratura a puro intrattenimento, l’inaridirsi della cultura storica sempre meno capace di spiegare il presente per la sostanziale viltà del ceto accademico che scansa temi troppo scomodi, il decadere del giornalismo sempre più di sensazione e di colore e sempre meno di inchiesta, la riduzione della sociologia a formato da salotto televisivo, fatta di sgargianti metafore, ma priva di contenuti reali. Anche questo è stato il brodo di coltura dell’attuale situazione.

Aldo Giannuli

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Aldo Giannuli

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Comments (45)

  • Professor Giannuli, vorrei porle una domanda solo apparentemente provocatoria: non pensa che questa ondata populista sia colpa, tra le varie cause, anche della democrazia? Articolo meglio la mia domanda: poichè Platone aveva teorizzato che la democrazia rischia di degenerare in oclocrazia, non ritiene Lei che il processo avviato con la rivoluzione giacobina del 1789 abbia prodotto un processo involutivo della civiltà occidentale, facendo morire i concetti di aristocrazia dello spirito e di èlite dell’intelletto a favore del livellamento verso il basso e del trionfo della mediocrità e della visceralità in ogni ambito, nel nome del primato della quantità del numero sulla qualità delle virtù? Indro Montanelli definiva il berlusconismo come la feccia che risale il pozzo. Non trova che si possa applicare la stessa definizione, se non a tutti i movimenti populisti, per lo meno alla maggior parte, per via del venir meno di ogni argine della parte migliore della comunità nazionale al dilagare delle meschine voglie e delle bestiali grida della plebaglia?

      • Non interesserà a nessuno, ma Io in questo mi trovo combattuto.
        Innanzitutto a mio parere la democrazia in causa non è la democrazia politica, bensì quella consumistica. Il “populismo” si scaglia contro i politici ma in realtà dovrebbe farlo contro i grandi potentati economici, che sono quelli che guidano le scelte politiche.
        Eppure i grandi potentati economici vivono soprattutto grazie al sistema pseudo-democratico dei consumi: se nessuno bevesse coca-cola, questa fallirebbe.
        Se smettessimo comprare auto che non ci servono o utilizzare social network che ci rovinano la vita, petrolieri, Facebook & co. sarebbero morti.
        Certo, questi ormai hanno dalla loro parte armi finissime di convincimento, raggiramento ed ottenebramento, che una volta si chiamavano pubblicità e oggi hanno mille nomi diversi. Eppure questo potere l’hanno ottenuto a partire dai successi precedenti, quindi c’è stato un iniziale consenso da parte delle masse. Mi chiedo se sia quindi giusto de-responsabilizzarle/ci e in base a quale criterio pensare che in futuro la maggioranza decida di informarsi e – soprattutto – pensare, piuttosto che giocare a farmville.
        Quando mi sento abbastanza ottimista da sforzarmi di mantenere viva la speranza, penso che la “rivoluzione” o semplicemente il miglioramento, potrebbere risultare da una crescita interiore: guardo, ad esempio, alla crescita del numero dei vegetariani e mi dico che anche se questi non boicottano McDonald’s per ragioni idealistiche e culturali, l’effetto è lo stesso. Certo che poi mi basta guardare al razzismo per farmi tornare gli stessi dubbi di sempre.

    • Francamente più che la “dittatura del mercato”, che poi non era nemmeno così prevista ed é pure scappata di mano, il neoliberismo ha avuto quale effetto quello di comportare un accentramento della decisioni o dei centri di decisione. Più che neoliberismo o neoliberalismo parlerei di “neocentrismo”, sia in termini di assetto politico (partito unico) che decisionale. Questo é normale ed é coerente con la teoria (smentita appunto poi dalla pratica del mercato) che l’agente economico sia razionale. Se io debbo individuare chi é chiamato a compiere delle scelte che suppongo siano di base razionali é meglio che siano in pochi a decidere che tanti. Credo che qualsiasi lettore abbia percepito, dalla fine del secolo scorso ad oggi, un svuotamento dei centri decisionali “popolari” (parlamenti, assembleee locali), sia in termini di numero che di peso politico. Intendiamoci, non é che avessero dato gran prova di sé ma erano pur sempre uno strumento democratico, cioé di vicinanza al popolo. Da qui nascono i movimenti antiistituzionali, appunto percepito come estremi rispetto al centro decisionale, quindi per antitesi antirazionali, con obiettivi di critica anche violenta alle strutture esistenti da “rottamare”, non rendendosi però conto, come giustamente dice il Prof. Giannuli, che furono proprio gli stessi ideologi neoliberisti a chiedere il superamento delle strutture statuali per arrivare a modelli decisionali accentrati, presumibilmente razionali o più razionali e prevedibili (per il mercato) rispetto alle assemblee elette. Piccola parentesi lessicale. Pare che la radice indoeuropea lessicale di “stare”, da cui deriva stato, sia stha/sda che significherebbe “essere vicino a ciò che si pone”. Qualche anno fa, individuando un tema molto interessante, un movimento “populista” come la Lega Nord aveva posto un tema, oggi accantonato, che era quello della “sussidiarietà”. Come lo pose e come venne poi non attuato ma pasticciato ne ha portato al superamento nel dibattito politico. Ma é una tematica che andrebbe nuovamente rispolverata come argomentazione di contrasto del neocentralismo.

  • Tutto verissimo. Ma la società genera anche movimenti in contrapposizione dialettica con le tendenze dominanti (quando l’Europa era un lago nero nazifascista emerse una generazione di resistenti infinitamente più coerente e coraggiosa dei socialisti, popolari e liberali di qualche decennio prima). E allora, non è questo il momento di nuotare controcorrente? Di costruire un’organizzazione politica basata sulla cultura, sulla ricerca, sulle competenze, sulla curiosità, sull’apprezzamento delle differenze, sul libero dibattito, su di un’organizzazione democratica, razionale e trasparente?

  • Egregio Prof. concordo sempre con le sue analisi ma mi chiedo se non sia giunto il momento di proporre piu’ che continuare ad analizzare, quando la maggior parte delle persone deve investire il proprio tempo per mettere sul tavolo il piatto mi consenta la metafora rimane ben poco da agire, e questo l’attuale elite economica lo ha compreso bene anche se ritengo che il gioco non durera’ per sempre.Quindi mi permetta di nuovo la mia domanda cosa fare nel piccolo oltre a perdite di tempo in manifestazioni pubbliche ne ho fatte tante ed i risultati non si sono mai visti mi riferisco anche a scioperi con conseguente perdita di soldi.

    • io faccio l’analista, Talvolta come militante faccio qualche proposta ma a sinistra trovo sordi totali, fra i 5 setlle gente che spesso mi guarda senza capoire…

  • Professore,
    c’è una cosa che lei dimentica nella sua analisi ed è fondamentale.
    I media dominanti tutti sono CONTRO questi partiti/movimenti nei loro rispettivi paesi ed è solo per questo che alcuni di essi ancora sono il 3 o 2 partito nel proprio paese e non stabilmente il primo.
    In pratica assistiamo alle oligarchie capitaliste e multinazionali che hanno il pieno controllo sui rappresentanti dei partiti tradizionali di destra,centro e sinistra nel mondo occidentale (tramite cooptazione,ricatti,appartenenza pura e semplice agli stessi circoli di potere) e sui media principali.
    Questa è la questione,il resto è solo fuffa per spaventare i polli e tutte queste discussioni sulla mancanza di cultura,il leaderismo ecc. non sono che bazzecole rispetto alle logge e ai poteri forti che controllano i politici “tradizionali”.
    Poi appunto come dice giustamente paragonare realtà così diverse fra loro come Podemos,il M5S,Trump e la Le Pen non ha nessun senso.
    Ognuno fa storia a sè.

    Ps : Podemos è in crisi profonda in Spagna (tra l’altro attaccato da tutti i media iberici).
    Forse sarebbe il caso di approfondire la questione.

    • @WOW,
      Quella profonda crisi, crisi di coppia infatti, è infine diventata baruffa adolescente, talvolta scurrile, su chi rimorchia chi e la lunghezza della coperta.

      http://elpais.com/elpais/2016/04/03/opinion/1459713441_682171.html

      Riguardo alla presunta offensiva “da tutti i media iberici”, perlomeno in Spagna, Podemos conta sull’appoggio dei principali giornali on-line e una posizione di supremazia piuttosto chiara nel dominio delle reti sociali.

    • Solo bazzecole? Facciamo un esempio preciso. Se qualcunoi oggi, in Italia, volesse cambiare decisamente politica economica e sociale, dovrebbe affrontare l’Unione europea e vari trattati internazionali; dovrebbe avere una strategia internazionale. Ora, è lecito ritenere che i politici pentastellati non siano in grado di averla. Questo è decisivo sia come realtà, sia in termini di consenso, perché ad esempio molti elettori possono temere che i 5 stelle organizzino male la rinuncia all’euro, con effetti disastrosi sulle loro tasche. Mentre chi non teme imprese azzardate dai 5 stelle, in vari casi può aspettarsi da loro una politica moderata, che in pratica non cambierà troppo la realtà odierna.

  • Riprendo i miei compiti di ripasso di bella lingua col seguente brano che suona così bello come attuale tanto che non riesco a contenere la spinta di condividerlo.

    Quello che si può e quello che non si può

    1º agosto 1943

    La retorica è un malanno. Pericolosa se rimane chiusa entro il significato letterale del suo stesso sostantivo, ossia dentro l’àmbito del parolismo: più pericolosa se oltrepassa il fiato del verbo e gonfia di sé le forme, i fatti, le azione. Retorico il muscolismo dei michelangiolisti, retorico il vitalismo estetizzante dei dannunziani, retorico il condottierismo del passato regime. La parola «retorica» in questo caso devia dal suo significato originale e arriva a significare sproporzione tra parola e realtà: sproporzione talvolta così grande da rompere ogni relazione tra l’enunciato e il possibile, e diventare contraddizione. Uno dei problemi più comuni del nostro tempo è il «sociale». Non si vuole diminuire con questo l’importanza e gravità del problema sociale, ma c’è differenza tra quello che i problemi sono e il modo come sono trattati. Il «sociale» era uno degli argomenti favoriti del passato regime, sfogo magnifico alla retorica che urgeva nei petti. E la retorica, rafforzata dall’ambizione e stimolata dal mimetismo, creò quella politica delle masse di cui il nostro Paese ebbe modo di ammirare gli spettacoli non meno grandiosi che vani. Nessuno pensò tuttavia che anche la soluzione del problema sociale dev’essere cercata in armonia con l’indole di ciascun popolo e la conformazione geografica di ciascun Paese, e che le vaste organizzazioni di masse consentite ai Paesi di grandi pianure e di larghi fiumi come gli Stati Uniti e la Russia, sono inattuabili su un territorio stretto e lungo come l’Italia, solcato da poveri e brevi fiumi e irto nel mezzo di una catena ininterrotta di monti; allo stesso modo che nella camera nella quale io sto scrivendo questa nota, non mi è consentito di far correre una locomotiva. In altre parole non sono consentite a noi organizzazioni di masse grandiose, perché leggi naturali e condizioni orografiche ci costringono alle organizzazioni ristrette, agili e spiritose, e quanto a me non penso a dolermene. Urge la creazione di un Ministero delle Possibilità, che studii le relazioni tra progetto e possibilità «fisiche» di attuazione, e soffi via, magari con fiato retorico, tutto quanto è ispirato da ambizione e dalla manìa scimmiesca di imitare gli altri.

    Alberto Savinio, Sorte dell’Europa

  • Quando vedo le biblioteche di ogni genere e le librerie affollate mi sento meglio …
    Mi piace vedere i marmocchietti che sanno già dove trovare i libri per l’infanzia.

  • Al netto delle analisi che si possono fare sulle Carte di Panama, lo sdegno degli islandesi che fa dimettere un Primo Ministro furbastro è una notizia che profuma di lindore.

  • Questo esemplare, in concreto, l’ho trovato nella sezione “italiano medio” con la seguente dedica: O satira, pena degli intellettuali.

  • Giuste considerazioni, a parte l’ultimo paragrafo: quando gli invasori vengono a milioni per stabilirsi definitivamente con armi, bagagli, parenti, quando i loro templi spuntano come funghi, quando vogliono imporre le loro tradizioni la reazione è giusta e lucida e non ‘paranoica’!

    • è proprio considerare invasione l’arrivo di orde di diseredati che è un sintomo di paranoia. Non dico che il problema non esista, ma allora noi italiani abbiamo invaso gli Stati Uniti nei primi del Novecento?
      Poi quale è il problema che i “templi degli altri spuntino come funghi”?

      • Come fa a non capire, scusi? Se dovesse accadere quanto paventato i funghi, quelli veri, dove li trovo? E poi come lo faccio il risotto allo zafferano e porcini?
        Ci manca solo che le moschee prendano il posto anche delle coltivazioni di scalogno e qua ci ritroviamo a mangiare cous cous la vigilia di Natale!

          • Una dottoranda con la menta???
            Mein Gott, non si finisce mai di imparare. Dove ha detto che l’ha “presa”?
            (ok, ora la finisco di scrivere cretinate)

          • Io, invece, la migliore favolista che ho conosciuto è musulmana ‘confesa’, Sharoncciuta si chiama, fa l’impiegata statale con burqa e mi narra delle storielline bellissime mentre legge il raccontatore del gazzzzzzzz…

          • 🙂 🙂
            Per Porta Palazzo, tra i tanti può prendere il tram Alstom n.4, che taglia la città da nord a sud, da Corso Unione Sovietica a Falchera. Quando vede un anticipo il mondo che sarà, può scendere.
            🙂
            Con i racconti sul Gatto e sula Volpe posso essere considerato di diritto un raccontatore di favole. Solo che poi non è che mi allontani tantO dalla realtà effettiva.
            Su Regeni sono stato il primo a dire di intervistare il gatto e a vedermi i bilanci.
            Se poi leggete questo blog e pensate che vi scriva favole ve lo lascio credere.
            🙂 Grazie per avermi messo d’allegria.

          • Grazie caro raccontatore per consigli ed indirizzo. Capisco che Lei parli della prima capitale del Ghegno. L’ho visitata l’estate scorsa, in viaggio scolastico naturalmente: bellissimo posto da ritornare. Durante una settimana me la ‘estuve pateando arriba y abajo’ (Lingotto compreso) e, secondo le Sue indicazioni, sì credo di aver ravvisato esotico negozio retto da una guapona ben abbronzata (forse la dottoranda). Per caso non si chiamerà (negozio) Ascolto e Obbedisco?

            L’allegria, malgrado il camerata Maffei ed altri crétins, è condivisa o non c’è, come condivido anche certo stupore con Herr Lampe, quindi: l’indirizzo è già chiaro, ma la menta insomma dove l’ha presa, è sicuro di non averla trovata presso Palazzo Madama…?

          • L’addottorata si è strutturata in una università di Casablanca. Pro9veniva da un quartiere noto … per cui l’idea di andarci come viso pallido a fare il turista per caso l’ho ritenuta poco igienica per la mia salute.
            Il venditore di piantine di menta fresca si colloca all’incrocio tra corso g. cesare e corso regina, usando alcune cassette di legno. Il profumo si dente da decine di metri lontani. Molti rivenditori al minuto sono nord africani. Quella zona è piena di commercianti abbronzate. Vi sono delle abbronzate e delle mandorle ..da far voltare la testa. Alla sera tarda del sabato nella zona dei Murazzi c’è una sorta di movida. Frotte di ragazzi prendono d’assalto di tram e non è infrequente nei gruppetti vedere qualcuno più abbronzato o con i capelli nerissimi e lisci puntati verso l’alto.

  • E’ vero che gli attuali movimenti demagogici (populismi in Basic Italian) mancano di cultura politica. Ma la loro incapacità di enunziare obbiettivi alternativi ha un altra causa: essi si trovano a pescare fra il pattume deideologizzato, mediatizzato, atomizzato e totalmente indisposto a compiere sacrifici che è l’umanità odierna.

    I regimi occidentali sono arrivati a un grado tale di integrazione reciproca, e sono così avanzati nel loro processo di decadenza, che soluzioni alternative efficaci assumerebbero inevitabilmente un carattere radicale, con gravi rischi e pesantissimi sacrifici inziali, che sarebbe impensabile proporre esplicitamente al gregge. Non parliamo poi dell’esca che temi del genere fornirebbero ai media di regime per campagne mirate di diffamazione e terrorismo psicologico.

    Il problema è che non ci sono soluzioni facilmente praticabili, non che i c.d. populismi non le sanno individuare. Di qui la loro inconcludenza progettuale che, poi, ne accelera l’integrazione nelle maglie del regime non appena mettono lo zampino nella marmellata (come sta per fare il M5S).

    Qui tralascio la consueta trasfigurazione giannulea dell’invasione extracomunitaria: non è la paranoia diffusa a trasformare l’invasione in una ragione di sostegno dei movimenti di destra. Sono il feroce apparato repressivo e l’ossessivo martellamento mediatico predisposti dal regime antirazzista a strangolare l’esasperazione popolare e ad imporre il multiculturalismo voluto dal capitalismo di rapina.

    • Le ‘trasfigurazioni’ a cui accenna sono purtroppo spesso necessarie per chi è ricattabile economicamente, soprattutto per chi è un dipendente pubblico: in molti stati europei è diventata purtroppo prassi che chi critica l’invasione o le sue conseguenze perda il posto di lavoro o venga almeno ammonito pubblicamente.

      Non è l’umanità odierna che è indisposta a compiere sacrifici: infatti molti sono disposti anche ad attraversare il mare a bordo di carrette e a vivere per anni illegalmente per conquistarsi una vita migliore; altri fanno la guerra per sottomettere e derubare i propri nemici ‘infedeli’. Sono purtroppo gli europei che non sono disposti a fare i sacrifici necessari per sopravvivere come gruppo. E ad attivarsi, infischiandosene dei media che diffamano con il terrorismo psicologico come giustamente dice.

      • Una puntualizzazione.

        Non credo che Giannuli sostenga l’invasione comunitaria perché ricattato dal regime, dato che è pronto a elogiare il raggiro sistematico del popolo (altrimenti proclamato sovrano…) pur di alimentarla. E’ questione di sincera adesione al pregiudizio umanista; questi credenti si credono diventati spiriti liberi perché trascorrono dal santone evangelico alla sua versione secolarizzata nei diritti umani.

        Dove emerge o il ricatto istituzionale o la vera affiliazione del personaggio, è nel suo sostegno alla lotta contro l’ISIS. Ripete pari pari l’impostazione delle estreme sinistre post-caduta del muro, i cui dirigenti blateravano rivoluzionario ma, dovendo foraggiare la burocrazia interna, finivano/finiscono immancabilmente per appiattirsi sui desiderata della Quercia-PD, cioè del grande capitale parassitario.

        Lo stesso accade a Giannuli. Dopo 30 anni di autoproclamazione della full spectrum dominance, violazione di ogni regola internazionale che abbia un nome, e una serie innumerevole di regime changes e di nguerre petrolifere da parte della superpotenza dominante, questa è ridotta a dichiarare che “non riusciamo più a fare il poliziotto globale; questo ruolo ci sta trascinando in bancarotta e fa crescere il dissenso interno […]. L’America rischia di soggiacere alla stessa paralisi sistemica che attanagliava l’Unione Sovietica” (Brzezinski, “Strategic Vision”, 2012).

        Quale rivoluzionario di estrema sinistra non si rallegrerebbe di questi sviluppi e non farebbe di tutto per approfondire la crisi della patria del capitalismo di rapina? Certo, ma Giannuli, quando è invitato ai convegni e alle audizioni sull’ISIS, sa che i suoi p… ehm, interlocutori, si aspettano consigli su come combattere l’islamismo e ripristinare l’egemonia delle multinazionali occidentali. Ed ecco il rivoluzionario trasformarsi in consigliere del principe suggerendo metodi per sopprimere il radicalismo islamico, normalizzare il Medio Oriente e, così, trasfigurare le invasioni di Afghanistan, Iraq, Libia e Siria in un mezzo successo. Semper fidelis.

        Quando gli si fa notare la contraddizione, reagisce colla stessa irritazione con cui mi rispondevano militanti e dirigenti di Rifondazione ai tempi del governo Prodi.

        • non mi pare che tu abbia capito granchè, ma io ospito tutte le opinioni (nei limiti delle buone maniere)per cui ospito anche questa che, scusami, ritengo un po’ campata in aria, al di là dell’ispirazione fascista che la informa

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    Gerardo D'Ambrosio

    Mi scusi professore, una domanda: secondo lei è un luogo comune (peraltro bipartisan) che rientrerebbe nelle casistiche da lei citate, la cosiddetta “fuga dei cervelli” dall’Italia? È se lo è, a chi fa comodo alimentare questa leggenda e perché?

  • Centrale nella sua analisi è il concetto positivo, di ideologia, identificandolo sostanzialmente con quello di cultura politica, dimenticando il significato di falsa coscienza attribuitogli invece da Marx.
    Si comincia criticando la generale attribuzione da parte di quelle che definisce “classi dirigenti” dell’etichetta “populista” a cose di segno “ideologico” molto diverso, rivolte arabe, nuove formazioni elettorali di centrodestra del nord europa, Occupy WS, Indignados, scioperi cinesi, successo elettorale del M5S, Trump. L’attribuzione sarebbe una etichetta automatica data a tutto ciò che disturba il manovratore e gli assetti stabiliti, una reazione, di quelle che chiama “classi popolari”, a quello che percepiscono come il “tradimento delle élites”. Ma questa spiegazione fa a pugni con quello di cui possiamo fare esperienza in tempo reale. Il più potente ministro del nostro governo fa una dichiarazione da vittima dei “poteri forti”, che normalmente dovrebbero essere il nome stesso dell’élite dominante, di cui visibilmente questo governo è l’espressione.
    La sua analisi non ci permette di capire questa bizzarria, potrebbe essere solo un espediente retorico, ma forse leggendo Laclau possiamo trovare una spiegazione più attendibile, se sapessimo come pretende il nostro autore: “…che il populismo esige una divisione della società in due fronti uno dei quali presenta se stesso come parte per il tutto; che questa divisione comporta una divisione antagonistica del campo sociale; e che il fronte popolare presuppone, come condizione della sua costituzione, la costruzione di un’identità globale a partire dall’equivalenza di una pluralità di domande sociali.” Una simile definizione di populismo infatti si attaglia anche alla vicenda della scalata del PD da parte di chi si presentava come il rottamatore di un gruppo dirigente perdente ed inconcludente: i “nuovi” ed i “giovani” contro “loro” i “vecchi”, due fronti antagonisti senza particolari riferimenti a qualche base sociale. Infatti insiste Laclau: “… con “populismo” non ci riferiamo ad un tipo di movimento – identificabile magari con una certa base sociale o un certo particolare orientamento ideologico – , ma ci riferiamo ad una logica politica.” Una logica politica che è stata continuamente utilizzata per conquistare partito e governo e dal governo, contro, “gufi” e “professoroni”, che opera una divisione sociale anche senza prendere le parti delle “classi popolari” contro le élites, si può cioè restare populisti anche da campioni dell’élites invece che da suoi antagonisti. Il populismo quindi può essere usato dal potere, come da chi gli si oppone e sia da destra che da sinistra, infatti: “… perché tra un populismo di sinistra e un populismo di destra esiste sempre una zona grigia che può essere attraversata, ed è stata attraversata, in entrambe le direzioni.” (Basti pensare al travaso di voti dal partito comunista francese al Front National della Le Pen.)
    A questo punto distinguere tra disturbatori e manovratore, tra elettoralisti legalitari ed antagonisti violenti, tra destra e sinistra, in ambito populista, non permette minimamente di capire cosa è permanente e cosa è contingente nel fenomeno populista, né vale a descriverlo. Così come diventa evidente e legato al carattere dicotomico del populismo il rifiuto d’ogni dialogo col campo avverso. Assolutamente frutto di pregiudizio e del tutto irreale è poi l’attribuzione ai populisti di un’avversione ad ogni modello di organizzazione razionale ed una carenza di cultura politica, ricavata evidentemente dalla confusione tra cultura politica e ideologia. Si arriva a denunciare l’intensa propaganda sulla fine dell’ideologia come prova provata di attentato da più parti alla cultura politica, senza rendersi conto che invece prova la vittoria culturale con metodi populisti del neoliberismo, come “scienza” economica contrapposta all’ignoranza delle “classi popolari”. Per usare una definizione di Laclau sono i neoliberisti che sono riusciti costruirsi un “popolo” a differenza di chi al neoliberismo si oppone, poiché: “la costruzione di un popolo si rivela la conditio sine qua non del funzionamento democratico”.
    La nozione di populismo di Laclau, usando i suoi stessi termini inclusi tra virgolette, ci permette infine di investigare sulle sorti della sinistra italiana a partire dal “sistema di alternative politiche aperto dal Partito comunista italiano alla fine della Seconda guerra mondiale.” “L’alternativa era la seguente: o il Partito comunista, come partito della classe operaia, si limitava a essere rappresentativo degli interessi di quest’ultima, nel qual caso sarebbe stato essenzialmente un partito operaista, sorta di enclave nel Nord industriale; oppure lo stesso partito diventava il punto di raccordo di una vasta massa eterogenea, sì da trasformare la “classe operaia” nel centro metaforico di una varietà di lotte che andavano ben oltre la stretta provenienza operaia.” “Il dibattito italiano metteva radici in una questione più ampia e più antica: come costruire una nazione italiana. Era l’obiettivo che tutti i settori sociali del paese, anche quelli coinvolti nel Risorgimento e nel fascismo avevano mancato sin dal Medioevo, ed era l’obiettivo che il partito della classe operaia – il Principe moderno – era destinato a raggiungere secondo Gramsci.
    Che cosa implicava tutto questo? Creare egemonicamente una unità – un’omogeneità – a partire da un’eterogeneità irriducibile.
    “La Lunga Marcia di Mao – che sul piano politico fu ovviamente cosa assai diversa dal progetto di Togliatti – può essere vista, almeno per quanto attiene alla costruzione del “popolo”, nella stessa prospettiva. E lo stesso dicasi del regime di Tito, impostosi dopo la guerra partigiana, e di qualche altra esperienza politica all’interno della tradizione comunista. E’ importante tenere a mente, però, che il trend dominante di questa tradizione era di segno diametralmente opposto. Si tendeva cioè a subordinare ogni specificità nazionale a un centro internazionale e a un compito universale, di cui i vari partiti comunisti erano solo gli avamposti. Il Komintern fu la peggiore espressione di questa politica sterile, che tolse ai tanti partiti comunisti sparsi in giro per il mondo la possibilità di diventare populisti.” “Ogni partito comunista doveva essere il più possibile identico agli altri, e tutti dovevano essere classificabili sotto la stessa, unica e inequivocabile etichetta. Le piccole sette che tuttora si considerano sezioni locali di un’immaginaria “Internazionale” non sono altro che la reductio ad absurdum di questo trend anti-populistico della tradizione comunista.”
    In un colpo solo abbiamo trovato l’origine dei pregiudizi e dei fallimenti dei comunisti antichi e recenti.

  • La situazione odierna ha radici piuttosto lontane, e in fatto di populismo il nostro paese è, come in altri casi, un “anticipatore” delle vicende europee.
    Che il rapporto tra politica e cittadini sarebbe stato declinato in modalità populiste lo aveva forse intuito già Nanni Moretti nel suo film “Sogni d’oro”, datato 1980 ( emblematiche le scene anticipatrici dei “talk-Show” a base di insulti e violenze verbali assai graditi dal pubblico ) . Poi la discesa in campo di Berlusconi sancì il trionfo del rapporto diretto mediatico tra leadership e popolo. Oggi il conflitto politico si svolge solo tra formazioni il cui rapporto con l’elettorato si fonda essenzialmente su modalità populiste. In Italia la comunicazione politica ha da vari decenni spazzato via tutti gli intermediari tradizionali ; le sole entità che non utilizzino il populismo sono quelle della c.d. “sinistra radicale” e della destra “tecnocratica”, entrambe non casualmente ridotte a percentuali da prefisso telefonico. Anche il M5S, che teorizza una democrazia diretta e partecipata, ma la pratica ( se la pratica) solo tra poche decine di migliaia di iniziati, comunica con i milioni di elettori attraverso strumenti populisti. Il problema è che il populismo resta la sola possibilità di comunicare con la Grande Massa Subalterna cui sono stati sottratti i luoghi di partecipazione ( e di formazione di una coscienza critica ) da un ceto politico e sindacale che intende evitare con ogni mezzo qualsiasi contestazione e conflitto dal basso. E in questo, non c’è nessuna differenza tra PD (tutto il PD ) e destra.

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