Lotta alla corruzione in Cina: ma che sta succedendo?

Sin dal suo insediamento, nel novembre del 2012, Xi Jinping ha battuto sul tasto della corruzione e sulla necessità di una campagna senza precedenti per sradicarla: non era solo propaganda, la lotta si sta effettivamente sviluppando e con numeri e nomi che vanno molto, molto oltre l’ordinaria amministrazione. 180.000 funzionari e militari di ogni ordine e grado sotto processo ed un sito, appena varato, per raccogliere le denunce anonime della popolazione. E non mancano i nomi eccellenti di serie A: come Zhou Yongkang, già potentissimo capo degli apparati di Pubblica sicurezza, il cui figlio è sotto inchiesta disciplinare del Partito dal 29 luglio. Zhoau è stato deposto ed i sui corruttori, l’imprenditore Liu Han, capo del gruppo Hanlong, ed il fratello, condannati a morte. Più recentemente è toccato a Xu Caihou che, sino ad una manciata di mesi fa, era il numero due dell’Armata Popolare di Liberazione. Dunque, si sta facendo sul serio. Ma si tratta solo di corruzione?

Intendiamoci: la corruzione è una patologia che si sta sviluppando in tutto il mondo, soprattutto nei paesi emergenti: India, Brasile, Sud Africa e Russia sono paesi corrottissimi ed anche Nigeria, Egitto, Venezuela, Cuba, Argentina, Indonesia non scherzano. Quanto al mondo occidentale non è il caso di dire e basti citare Usa, Italia e Giappone. Persino nella virtuosissima Germania si registra una impennata dei casi che la allinea perfettamente agli altri paesi. Ed occorrerà studiare con attenzione quanto questo fenomeno stia uscendo dai limiti della patologia criminale per entrare in quello dei processi che modificano la struttura di classe. Proprio in questo senso, il caso cinese si presta ad una riflessione che può fare da guida per comprendere il fenomeno su scala globale.

Dicevamo che i numeri vanno molto oltre l’ordinaria amministrazione e ce ne sono anche altri che appaiono significativi. Ad esempio, si parla circa 4 milioni di multimilionari cinesi (in dollari) su 6 milioni e mezzo di analoghi asiatici. Un numero enormemente cresciuto negli ultimi dieci anni, se è vero che nel 2001 essi non erano neppure un milione. Considerata l’assenza quasi totale di patrimoni ereditati e ad una divisione relativamente uguale tra terre agricole e habitat privato, c’è da chiedersi come si siano formati questi enormi patrimoni in così breve tempo. Il Credit Suisse indica l’arricchimento di imprenditori e investitori” favorito dall’enorme crescita delle esportazioni cinesi e dal basso valore di scambio dello yuan. Il che è sicuramente una delle cause del fenomeno, ma non certamente la più comune, considerando che, quando gli imprenditori cinesi devono cambiare i loro dollari in yuan, subiscono una “tosatura” del 15% per diritti di signoraggio, il che decurtava sensibilmente i loro profitti. Ed una sola generazione non è un tempo adeguato alla formazione di un numero tanto elevato di patrimoni così ingenti. E peraltro resterebbe pure sempre da capire, nelle condizioni date della Cina degli anni ottanta e novanta, dove, questi imprenditori, abbiano trovato i capitali di avvio. Non ci vuole molto a capire che malavita organizzata (le Triadi) e corruzione siano la risposta a gran parte di questi quesiti.

Sia la criminalità organizzata (ricordiamo la frase di Deng sul fatto che non tutte le Triadi erano cattive, perché che ne erano di “patriottiche”) che la pirateria e la corruzione sono state a lungo tollerate dalle autorità centrali, come forma di “accumulazione originaria” esattamente come indica Marx per l’Inghilterra del XVII secolo.

Ma se questa è l’origine del fenomeno, cosa sta accadendo ora? Molti segnali indicano che l’attuale campagna contro la corruzione va molto oltre il consueto uso dell’argomento per regolamenti di conti fra le diverse fazioni del gruppo dirigente. E’ evidente che si sta producendo una spaccatura feroce in esso, ma questo non è nei limiti delle consuete lotte di corrente e configura un vero e proprio conflitto di classe.

La nascita di una così robusta fascia sociale di miliardari genera, dall’interno della burocrazia, una nuova classe dominante che ad essa si contrappone. Ai “nuovi ricchi” non bastano più i profitti realizzati (o da realizzare): vogliono una trasformazione piena del sistema in senso capitalistico, superando la fase di capitalismo di Stato (o, se preferite “collettivismo burocratico di Stato”) che ha caratterizzato la Cina di questo trentennio. E questo postula la sostituzione al potere della classica burocrazia di partito. Di qui la reazione di Xi Jinping che utilizza, in questo senso, la strada aperta da Bo Xilai (di cui non escluderei una riabilitazione in un futuro non lontanissimo, se essa tornasse utile a rafforzare la fazione di Xi Jinping).

Ed un segnale viene dalla Banca Mondiale che segnala come oltre 5 milioni di milionari cinesi stiano cercando rifugio presso le banche occidentali per i loro capitali. Il che, se fosse vero, costituirebbe il più clamoroso “sciopero dei capitali” della storia. Una conferma indiretta di questo pericolo viene dalla campagna del partito contro i “funzionari nudi”, cioè quei funzionari che mandano figli e moglie all’estero, con capitali al seguito, sperando che i loro arricchimenti non siano scoperti. Poi, se individuati, spesso si suicidano, perché la legge cinese proibisce di proseguire ogni forma di processo (anche civile) nei confronti dei defunti, per cui, in questo modo, la famiglia salva il capitale e si rifà una vita all’estero. Proprio a questo proposito, recentemente una componente del più alto organo giurisdizionale cinese ha dichiarato che la legge va reinterpretata, per cui, se tace il processo penale, questo non deve impedire i necessari passi per il recupero del maltolto allo Stato. Ed è anche comparsa recentemente la notizia di circa 250 casi di milianari cinesi fuggiti all’etero e “rimpatriati” dai servizi cinesi con vere e proprie extraordinary redditions.

Ed è in questo quadro che occorre inserire anche l’attuale dibattito nel Pcc sullo “stato di diritto” attualmente in corso. Ma sul vulcano che sta per destarsi in Cina torneremo con altri elementi di riflessione.

Aldo Giannuli

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Aldo Giannuli

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