L’india contro la nuova via della seta

L’India vede la “Nuova Via della Seta” come un progetto rivale, ma la storia recente insegna che in Asia la geoeconomia è più forte della geopolitica: vediamo come la connettività potrebbe giocare un ruolo nel futuro rapporto sino-indiano.

Parag Khanna, noto analista indiano, ha scritto nel suo celebre saggio Connectography che la grande strategia geopolitica ed economica delle potenze del XXI secolo avrà successo se saprà garantire il conseguimento di un elevato grado di connettività infrastrutturale e commerciale e il collegamento delle catene del valore (supply chain) internazionali.
Il grande progetto cinese della “Nuova Via della Seta” (Belt and Road Initiative, BRI) risulta in tal senso il più ambizioso, resiliente e ampio tentativo in tal senso: l’insediamento di Xi Jinping ai vertici dell’apparato politico-militare di Pechino ha aperto la strada a una netta sterzata nella geopolitica cinese avviata nel 2013, e il decisivo rafforzamento della presa sul potere da parte del Segretario del Partito Comunista, vero e proprio “Imperatore rosso”, al recente Congresso apre la strada a un nuovo, approfondito impegno della Repubblica Popolare nello sviluppo della BRI.

La Cina intende proiettare la propria potenza espandendo le rotte commerciali euroasiatiche tanto sui versanti terrestri che sul fianco oceanico, sulla scia di investimenti infrastrutturali veicolati da istituzioni come l’Asian Infrastructure Investment Bank e il Silk Road Fund, destinati a raggiungere un’ammontare paragonabile a circa un trilione di dollari nel prossimo trentennio. Paesi come le repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale, l’Iran, il Pakistan, la Russia e la Turchia hanno manifestato aperto interesse e collaborazione per un’iniziativa di cui, al contrario, l’India continua a risultare la principale antagonista. Numerose sono le motivazioni che portano Nuova Delhi ad essere oltremodo scettica nei confronti della BRI: l’India, in primo luogo, teme che la nuova postura strategica della Cina sottenda, in realtà, una strategia a lungo raggio volta ad accerchiarla su tutti i fianchi e a contenerla dal punto di vista militare grazie all’espansione della flotta e alla “collana di perle” indopacifica. Inoltre, l’atavica avversione tra India e Pakistan portano la prima a risultare estremamente avversa alle mosse cinesi volte a sviluppare il secondo Paese, rendendolo piattaforma strategica della “Nuova Via della Seta” per mezzo del China-Pakistan Economic Corridor (CPEC).

Infine, l’India teme che un coinvolgimento crescente nel progetto cinese potrebbe alienargli le simpatie del nuovo alleato statunitense, che intende valorizzare la nazione come alleato strategico dopo averlo elevato al rango di Major Non-NATO Ally.
L’India contrasta la “Nuova Via della Seta” puntando a costruire un network parallelo di investimenti infrastrutturali e relazioni commerciali in Paesi strategici per il dispiegamento della BRI: emblematico è il caso dell’Iran, chiave di volta per i disegni cinesi di un rafforzamento della connettività euroasiatica ma al tempo stesso meta di forti investimenti indiani destinati a sviluppare lo scalo marittimo di Chabahar come concorrente diretto della città pakistana di Gwadar, “gioiello” del CPEC.

In ogni caso, come detto nei precedenti capitoli dell’analisi, il mondo delle relazioni sino-indiane è il regno della complessità e dell’intrico, un sistema che appare a dir poco paradossale persino per la misura della moderna geopolitica delle relazioni “a geometria variabile”, riassunto nella legge delle “4 C” (coesistenza, competizione, coordinazione, collaborazione) teorizzata da Swaran Singh nel report India and China, Constructing a Peaceful Order in the Indo-Pacific della National Maritime Foundation. L’India vede la BRI come un progetto rivale ma non può affatto prescindere dal ruolo strategico giocato dalla Repubblica Popolare come partner economico, come testimoniato dalla crescita dell’interscambio bilaterale da 10 a 72 miliardi di dollari tra il 2004 e il 2015.

Prem Shankar Jha, in un articolo pubblicato nell’agosto 2016 su The Wire, ha sottolineato come l’India, decidendo di contrastare aprioristicamente il piano One Belt, One Road “rischierebbe di ritrovarsi in una posizione d’isolamento in Asia Meridionale” e appuntato che “l’India, a causa delle sue grandi dimensioni, è probabilmente l’unica nazione al mondo capace di assorbire, e impiegare produttivamente, la sovrapproduzione cinese di acciaio, cemento, plastica e macchinari industriali, mitigando una possibile situazione di crisi” per l’economia della Repubblica Popolare. La presa di posizione di Jha, docente universitario ed ex corrispondente indiano dell’Economist, è altamente significativa, in quanto proveniente da uno dei massimi studiosi delle interazioni indo-cinesi. In un libro pubblicato nel 2010, intitolato Quando la Tigre incontra il Dragone, Jha è stato uno dei primi analisti a studiare le possibilità effettive di un sorpasso di India e Cina sull’Occidente, intuendo come le relazioni tra le due grandi potenze sarebbero destinate a evolvere su un doppio binario, ispirate a un sostanziale principio di ambivalenza.

Non è un caso che, mentre sulla “Nuova Via della Seta” Cina e India sono in continua competizione, esse non abbiano affatto abbandonato il discorso del “corridoio BCIM” (Bangladesh, Cina, India, Myanmar), proposto per la prima volta dal professor Rehman Sobhan, uno dei padri dell’indipendenza del Bangladesh, ed ha iniziato ad acquisire strutturazione concreta a partire dall’incontro tra il premier cinese Li Kequiang e il corrispettivo indiano Manmohan Singh a Dacca nell’ottobre 2013. La proposta oggigiorno sul terreno prevede l’istituzione di un’area di interesse comune dalla superficie di 1,65 milioni di chilometri quadrati comprendente l’intero territorio di Bangladesh e Myanmar e le regioni dello Yunnan cinese e del Bihar indiano. Tale area, compresa tra le città di Kolkata e Kuming, è destinata a venire sviluppata in maniera intensa attraverso la costruzione di ferrovie, autostrade, depositi merci e infrastrutture logistiche volte a favorire l’integrazione economica e la mobilità tra i suoi 440 milioni di abitanti.

Connettività è destino, scrive Khanna in Connectography: sul lungo termine, l’ostilità indiana nei confronti della BRI dovrà necessariamente confrontarsi con le esigenze di Realpolitik, che invitano a valutare i costi e i benefici dell’integrazione infrastrutturale e commerciale come fonte di proficui dividendi economici e geopolitici che risultano di sicuro superiori ad un’aprioristica opposizione alle iniziative di Pechino, che potrebbero vedere in Nuova Delhi un contribuente formidabile.

Andrea Muratore

1 – Cina, India e alleanze a geometria variabile
2 – Braccio di ferro nell’Indo-Pacifico
3 – Il nodo pakistano tra India e Cina
4 – Continua

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Aldo Giannuli

Aldo Giannuli

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Comments (6)

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    Venceslao di Spilimbergo

    Buonasera Esimio signor Muratore
    La prego sin da ora di perdonare lo stile linguistico, senza dubbio esageratamente diretto, che mi appresto ad utilizzare Esimio ma… in tutta onestà, come poche volte mi è capitato nella vita, non sono capace di contenere i pensieri e soprattutto le opinioni che mi attanagliano la mente; pensieri e opinioni che il Suo scritto mi hanno suscitato. Carissimo, a prescindere dalle diverse idee politiche di riferimento, io la stimo sinceramente in quanto persona intelligente e molto colta… ed è per questo motivo che non posso esimermi dal porle la seguente domanda: COME PUO’ AFFERMARE (E SOPRATTUTTO, SU QUALI BASI LOGICHE E UMANE) CHE “LA GEOECONOMIA SIA PIU’ FORTE (?!?) DELLA GEOPOLITICA? La mia esternazione non vuol essere per nulla una mancanza di rispetto nei suoi confronti Esimio, anzi! Se anche solo una virgola da me messa per iscritto le fosse parsa in qualche momento e/o in qualche forma offensiva le posso assicurare che non era per nulla mia intenzione e le porgo immediatamente le mie più profonde scuse… però, per amor della Verità e della Scienza, non posso negare di essere veramente sorpreso per quanto ho letto. Il suo articolo, pur contenendo alcune parti interessanti, mi appare fondante su tutta una serie di premesse errate (in particolar modo, una su tutte…), poggianti a loro volta su dati non corretti; ne consegue che pure le conclusioni a cui giunge non possano essere accettate come valide. Piaccia o meno, alla Geopolitica (ovvero allo studio comparato di Storia e Geografia) non si può sfuggire in alcun modo! A prescindere dai pareri oltremodo “originali” che solitamente pubblicano economisti e/o intellettuali spacciatisi per esperti della disciplina prima ricordata (e il signor Khanna è fra costoro, le lo posso assicurare), India e Cina, come sempre avvenuto nel passato, sono destinate a trovarsi su posizioni sempre più divergenti e infine opposte… essendo i loro interessi Nazionali (o aspiranti Imperiali) in aperto contrasto. Piaccia o meno, India e Cina non sacrificheranno mai le loro politiche per tornaconti economici. Queste cose ahimè le fanno scioccamente gli Stati non più pienamente Sovrani (o vassalli dir si voglia), come la nostra Italia o la Germania… non Paesi ancora consci di loro stessi e fieri del proprio passato. Piaccia o meno.
    Scusandomi nuovamente per lo stile linguistico da me utilizzato e assicurandole per la seconda volta il mio rispetto (e la mia stima), la saluto augurandole ogni bene e una buona serata

  • L’obiettivo delle oligarchie occidentali è un nuovo feudalesimo. A quell’epoca, Cina e India erano più ricche dell’Europa occidentale. Quindi, il sorpasso avverrà.

  • Khanna può piacere o meno, ma i suoi testi fanno sempre discutere.

    E’ un po’ troppo magniloquente – e personalmente, diffido SEMPRE degli studiosi che propongono “pan-sistemi” e modelli onnicomprensivi: i suoi ultimi testi (tra i quali Connettografia) soffrono un po’ tutti di questa debolezza epistemologica. Quando ha proposto analisi contingenti e circostanziate ci ha SEMPRE beccato… quando ha voluto “tirare una riga” e proporre un modello definitivo di lettura del presente ha SPESSO preso delle cantonate spaziali. Esempio: ha previsto l’instabilità di Egitto ed Ucraina anni ed anni fa, in tempi non sospetti in cui molti ignoravano questi silenti paesi. Ha previsto anche che il mondo sarebbe stato egemonizzato da “tre imperi” USA, Cina ed… UE (sic!): qui lascio a voi di commentare. Si è poi corretto parlando di “nuovo medioevo” omnium contra omnes, sottolineando anche un certo ritorno della “città stato” e qui gli è andata assau meglio, anche se i casi di Londra, Singapore e di Barcellona dimostrano che la città stato può essere un gigante economico ma almeno per oggi resta un nano politico.

    Connettografia è un testo apprezzabile nella misura in cui ci parla dell’importanza delle supply chain globali, non quando prevede una “pace perpetua” dei commerci che forse non ci sarà mai: la politica alla fine prevale sull’economia e gli eserciti attraversano anche le frontiere tramite le quali passavano merci (pensate a Russia ed Ucraina, economie complementari… fino al giorno prima della guerra!). Le geopolitica alla fine risulta molto più “politica” che “geo”: India e Cina collaboreranno o competeranno a seconda delle scelte delle loro élites politiche. Personalmente non le vedo né necessariamente destinate alla guerra né all’idillio: verosimilmente, di volta in volta e di dossier in dossier, sceglieranno competizione o collaborazione.

    Khanna va letto così: è verissimo che una potenza diventa globale quando diventa infrastruttura economica. Moneta forte e internazionale ed infrastrutture sono la chiave di questo successo (si pensi al dollaro o al controllo delle aziende americane sull’Internet occidentale). Sempre personalmente, preferisco però gli analisti e gli studiosi che descrivono il presente (in sociologia Bauman, in geoeconomia Wallerstein, Carlo Jean in geopolitica) piuttosto che quelli che ipotizzano modelli di futuro (Khanna in geoeconomia o Fabio Mini per la strategia militare).

  • … e come sostiene il prof. Giannuli, l’aglio cinese continua a costare di meno di quello italiano …
    Ma tutto questo i politici nel mondo delle meraviglie lo sanno?

  • Gentile Muratore,
    la sostanza è che i due giganti asiatici vogliono pesantemente commerciare via terra e che gli USA si illudono ancora di poter fornire loro la valuta per commerciare esclusivamente via mare.
    I primi taciti e preliminari accordi bilaterali per il corridoio BCIM ferroviario ebbero luogo in occasione del summit ASEAN di Hanoi, della fine Ottobre 2010, tra Singh e Wen, che produssero anche la visita, del tutto inattesa, di quest’ultimo il 15-17 Dicembre seguente a New Delhi. In quel frangente i titoli pubblici dei vassalli europei iniziarono la comune ascesa dei tassi per poter poi divergere (spread) a Luglio 2011 quando lo spionaggio USA ebbe la certezza che l’accordo asiatico si era ormai consolidato: un’Europa a due assetti occupazionali, secondo i folli di Washington, avrebbe permesso l’arruolamento di molti giovani del sud, in cerca di fortuna, da impiegare come peace-keepers in Myanmar (Rohingya), ma di fatto come sabotatori del progetto infrastrutturale BCIM. Nelle stesse settimane il tritolo faceva saltare in aria diversi treni passeggeri in India, mentre in Cina venivano fatti impazzire i semafori ferroviari con tempeste elettroniche: oltre 300 morti e 500 feriti il bilancio complessivo delle intimidazioni statunitensi. Ciò spiega come da allora New Delhi preferisce fare “cattivo viso a buon gioco” con Pechino su questo argomento.

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