L’armata del Cavaliere nero: 2. I populisti.

L’armata del Cavaliere nero:
2. I populisti.

Vedo che il precedente pezzo è stato letto all’insegna di un crescente pessimismo: quasi un invito a rassegnarsi all’impossibilità  di cambiare questo paese. Non è così, per lo meno, non è quel che penso, anzi sono convinto che il blocco avversario sia tutt’altro che privo di debolezze e destinato a durare in eterno.  Il Cavaliere non è un Samurai imbattibile e il suo blocco non è più invincibile di lui. Ma di questo parleremo più avanti. Per ora stiamo solo “passando in rassegna” la sua armata.

Come si sa, per i greci la democrazia aveva la sua forma degenerativa della demagogia, identificata come prevalere delle istanze più basse del popolo incolto. La democrazia, al contrario, era fondata sul principio di responsabilità politica cui il popolo doveva essere educato. Polibio definì “oclocrazia” il governo della feccia priva di cultura e senso della polis.

Al contrario, per i populisti, il popolo è naturalmente portatore di valori sani, ereditati dalla tradizione e, per esprimersi, non ha bisogno di mediazioni, ma solo di un capo che assuma il compito di garantire la sicurezza della comunità. Il “popolo dei populisti” non si occupa direttamente di politica, che ritiene una insopportabile distrazione dalle sue occupazioni produttive quotidiane, esattamente come detesta le tasse ed il servizio militare. Le elites politiche, intellettuali e finanziarie sono i nemici che si appropriano di risorse “senza lavorare”. I partiti, i sindacati, le organizzazioni intermedie fra società e Stato sono solo inganni al servizio di questi parassiti. Anti politica ed antintellettualismo sono i due ingredienti base di ogni movimento populista.
L’Italia è ventre fecondissimo di movimenti del genere: dal sanfedista Ruffo a Mussolini, dal qualunquista Giannini a Bossi, da Crispi a Berlusconi, molti hanno cavalcato motivi populisti, facendo fortuna.
E non sempre si è trattato di fenomeni di destra: anche alcuni movimenti di estrema sinistra, come Lotta Continua o “Servire il Popolo” (il cui leader Aldo Brandirali è poi confluito in Forza Italia) erano intrisi di retorica populista. Ed il Pci, in alcuni momenti, non ha disdegnato qualche strizzata d’occhio in questa direzione.
Tutto questo viene dalla nostra storia nazionale, sia più remota che più recente. Il ritardo nell’unificazione nazionale, la sua realizzazione come espansione dinastica sabauda, priva di qualsiasi riforma sociale, la pessima qualità dell’amministrazione, il persistere di elementi premoderni come la spiccata propensione corporativa e l’accentuato familismo, ecc. sono stati il brodo di coltura di un persistente spirito antistatale ed antipolitico, di ampie fasce di società italiana. Va detto che le responsabilità delle classi dirigenti, in questo senso, sono state enormi:  un secolo e mezzo di clientelismi, favoritismi, nepotismi e corruzione sono stati una scuola formidabile di antipolitica. Ed anche gli intellettuali non vanno indenni da queste responsabilità, pur se in misura inferiore.
Una fetta molto consistente di italiani (forse non meno di un terzo del totale) è sempre stata caratterizzata da umori antipolitici. Nel periodo liberale, in parte essa era neutralizzata (soprattutto nelle campagne) dalle limitazioni al diritto di voto e dal non expedit, che teneva i cattolici lontani dalle urne. Poi essa fu riassorbita ed usata dal fascismo, che usò il populismo come “tecnica” di seduzione delle masse, in funzione antisocialista ed antidemocratica. Il fascismo parve ad essa il modo per liberarsi dall’odiata vecchia classe politica liberale e dai suoi incomprensibili riti parlamentari, ma senza correre l’ “avventura” di una rivoluzione socialista, ancor più detestata; ma il “popolo populista” non fu mai veramente fascista, per la sua refrattarietà ad ogni credo ideologico. Il fascismo, però, aveva pur sempre una sua concezione dello Stato e della mediazione politica con i poteri forti (corona, chiesa e padronato), per cui l’anima populista venne neutralizzata ed usata al servizio di questa strategia. Con la fine della guerra, salvo l’effimero e parziale flirt con l’Uomo qualunque di Giannini, questi umori andarono a fare la fortuna della Dc (e, in misura molto inferiore, di monarchici, missini e socialdemocratici). Sono quegli elettori che votarono monarchia al referendum e Dc alla Costituente (nonostante il gruppo dirigente democristiano avesse scelto la Repubblica). La Dc sfruttò l’ostilità di questa area alle sinistre che rappresentavano, ai loro occhi, il primato della politica. Come per il fascismo, l’accettazione della Dc (e più in generale, del sistema “partitocratico”) non avvenne per adesione ideologica, ma per confluenza di interessi, resa possibile dalla politica neo-corporativa del nuovo partito di governo: la Coldiretti ed il suo sistema di consorzi agrari, la Confcommercio e la politica favorevole alla piccola distribuzione, l’associazione cristiana degli artigiani e la politica del credito agevolato tramite il sistema dell’Italcasse, le pensioni di invalidità al sud, soprattutto l’evasione fiscale consentita ed il tutto finanziato dalla politica di compressione salariale in fabbrica (prima) e dall’esplosione del debito pubblico dopo. Ed anche in questa fase l’ala populista venne in qualche modo neutralizzata, confluendo nel meccanismo della “partitocrazia” che, pur se con molti limiti e contraddizione, tratteneva questo pezzo di elettorato all’interno del perimetro democratico.
Quando il meccanismo non ha retto più, anche per l’impatto con le rigidità imposte da Maastricht, gli “antipolitici” hanno ritirato la delega alla Dc e si sono distribuiti fra Lega e Forza Italia (in qualche misura, An). La scelta del sistema maggioritario, la cultura anti-partiti (non più solo antipartitocratica) cavalcata anche dalla sinistra, la “videocrazia” hanno fatto il resto, spingendo questo segmento di elettorato permettendo che emergesse tutto il contenuto antipolitico di questi umori.
Ma di questo parleremo prossimamente.
Aldo Giannuli

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Aldo Giannuli

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Comments (2)

  • Prima di scrivere i miei commenti, leggo molte volte gli articoli poi mi limito a commentare su qualcosa in particolare. La Videocrazia ha creato nelle persone (il pubblico) l’illusione di sentirsi direttamente partecipi delle trasmissioni alla pari dei conduttori; basta vedere come i programmi di intrattenimento (Maria De Filippi etc.) hanno neutralizzato la capacità delle persone a riflettere. Si sentono gratificate per questo arduo compito anche se per cena mangiano solo aria perchè il frigo è vuoto.

  • C’è però, a mio avviso, una frattura nella continuità sanfesdismo-DC, che ridefinisce il populismo odierno e lo rende più virulento di quelli passati. Questa frattura è definita da due punti-chiave:
    1) oggi esiste un “nemico” più concreto che in passato contro cui convogliare gli umori più violenti, l’insoddisfazione e la frustrazione: gli immigrati. La pregiudiziale antirazzista che caratterizzava l’educazione nelle case e nelle scuole ancora nei primi anni Ottanta sembra essersi atrofizzata, il razzismo permea ormai il senso comune ed è ormai un “valore”;
    2) il populismo della prima Repubblica (quello del “piove, governo ladro” per intenderci) subiva una qualche controspinta (che non sono in grado di analizzare non essendo uno storico) dal persistere dell’attribuzione di un certo valore alla cultura e all’istruzione (magari mitizzate) e conseguentemente a coloro che di esse sono avvertiti quali portatori, anche antipatici, se si vuole, ma comunque autorevoli.

    Oggi la classe dirigente non attribuisce più alcun valore alla cultura (scusate se uso un termine così generico e perciò stesso ambiguo). Nel confronto col passato, con le biblioteche, con i musei, con la musica, gli attuali populisti al potere si comportano come gorilla nella stanza dei cristalli (sia detto senza alcuno spirito elitario), si è rotto un argine. In altri termini: oggi è perfettamente realizzata l’identità fra le più bieche e livorose spinte oclocratiche e la “pasta” dei populisti al governo.

    Quando ero bambino (intorno al 1980), Severino Gazzelloni suonava Maderna e lo spiegava alla tv dei ragazzi. Adesso ho delle remore a leggere un libro su una panchina.
    luigi

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