La generazione che non vuole andar via.

L’armata del cavaliere, 3. La generazione che non vuole andar via.

Nell’armata del Cavaliere c’è anche una componente generazionale che è restata poco indagata.
Il Cavaliere ha nella sua generazione una delle roccaforti più sicure: non si tratta solo dei settanta-ottantenni che lo votano (tanti, se dobbiamo credere alle analisi elettorali), ma anche di quelli che non lo votano, ma lo aiutano oggettivamente. Procediamo con ordine.
Ci riferiamo alla generazione nata fra il 1925 ed il 1950 e, più in particolare, al suo “nucleo d’acciaio”: i nati negli anni trenta.

Essa è stata lambita marginalmente dalla guerra: solo le primissime classi (diciamo i nati sino al 1930) fecero in tempo a parteciparvi; gli altri la subirono durante l’infanzia-adolescenza o nacquero dopo.
Fu l’ultima generazione a non aver vissuto la crisi dei ruoli sociali, allevata nella supina accettazione delle gerarchie date: quando scoppiò il sessantotto solo le ultime classi (i nati dal 1942 in poi) vi furono coinvolte. Quelli che avevano frequentato prima  l’Università, si erano formati alla pestilenziale esperienza dei parlamentini goliardici.
Dunque, i nati negli anni trenta restarono fuori dai due momenti di scontro più acuto e si formò negli anni della “grande bonaccia” (come li definì Calvino). Nata dopo la guerra e prima della grande ribellione, fu la prima generazione post-eroica.

Le classi d’età precedenti avevano sempre partecipato a qualche guerra lasciandovi morti ed invalidi. E, in qualche modo, i conti venivano fatti tornare con la fede religiosa o con la morale eroica del “sacrificio per la Patria”.
I “post-eroici” vissero il rifiuto della guerra (comprensibilissimo, peraltro) soprattutto come rimozione della morte. Il “sacrificio per la Patria” aveva perso ogni persuasività e, per la prima volta, prevalevano orientamenti atei o agnostici in materia religiosa, sopravvivendo al massimo una fede assai tiepida. Quel che restava era solo l’attaccamento alla vita individuale e la prospettiva dell’ascesa sociale come unico metro di giudizio del valore di un uomo.
L’ “alta febbre del fare” (come dice Ingrao) coprì con il frastuono delle sue mille attività ogni altra considerazione negli anni della Ricostruzione.
Molti riempirono la vita con un frenetico carrierismo conformista. Quando giunse il sessantotto, che osò rimettere in discussione ruoli e gerarchie, lo odiarono di un odio pieno e cieco: quella carica anticonformista e protestataria  –pur con i suoi limiti- era lo specchio insopportabile in cui leggere la propria immagine. Quel che metteva in pericolo l’ordinata carriera di stava in fila attendendo di essere cooptato.
E i cooptati furono regolarmente i peggiori, i più avidi, corrotti, cinici. Spesso i meno dotati professionalmente.
Installatisi al potere verso la metà degli anni settanta, affondarono la Repubblica nel fango di Tangentopoli. Ma dalle loro fila vennero anche i protagonisti di questa climaterica Seconda Repubblica.

E’ stata una generazione di cattivi padri, peggiori maestri e pessimi politici che, nei rispettivi ruoli di potere, ha portato alla voragine del debito pubblico, al tracollo della Giustizia, al disastro delle partecipazioni statali, al naufragio dell’Alitalia, alla disintegrazione dell’Università pubblica. Quella che ha trovato un paese in crescita e lo lascia in totale decadenza.
Oggi il “nucleo d’acciaio” (i nati dei “ruggenti anni trenta”) deve apprestarsi a lasciare le adorate poltrone, ma non ha nessuna intenzione di farlo e di passare il testimone a chicchesia.
I segnali si infittiscono: i magistrati di Cassazione hanno ottenuto che la pensione per loro sia posticipata sino ai 78 anni, e già qualcuno pensa di estendere la norma ai professori ordinari mentre i rettori strappano la promessa di restare in carica senza limiti d’età. La classe politica invecchia a vista d’occhio. I dirigenti aziendali si danno da fare per ottenere contratti in deroga per rimandare di qualche anno l’aborrita pensione.  I Prefetti e i Questori  ottengono  le più improbabili commissioni dopo il collocamento a riposo. La generazione del disastro non vuol sapere di andarsene.

Nella maggior parte dei casi si tratta di persone logoratissime, spesso depresse, alle quali non interessa assolutamente nulla del loro lavoro che non hanno nessuna voglia di fare. Quello per cui brigano è “restare nel giro”, rimuovere il baratro psicologico della “pensione”, la cui stessa parola provoca un brivido di ripulsa. Avendo consumato una intera vita a “far carriera” secondo le regole comandate, non riescono ad inventarsi nulla per il futuro e l’horror vacui del “tempo immobile” della quiescienza, appare solo una lugubre anticamera della fine.
E qui torna quella rimozione della morte, di cui dicevamo, che lascia questa generazione impreparata ad accettarne la naturale ineluttabilità. Le depressione di molti, l’impazzimento sessuale di altri, l’attaccamento patologico al potere avuto, o almeno ai suoi simboli esteriori, sono solo i sintomi di questa sindrome di “fuga dalla morte” (dunque, dalla realtà) che ha colpito queste persone.

Berlusconi è stato il simbolo vivente di questa generazione che si è fatta strada con cinismo e spregiudicatezza,   culturalmente e politicamente indifferente, sensibile solo al proprio successo. Ed oggi la riflette ancora in questo furibondo rifiuto dello scorrere del tempo. Il Cavaliere si illude di eternizzare la propria posizione facendo stagnare il paese. Ha dietro di sè molti suoi coetanei, anche quelli che non lo votano, ma che fanno del “berlusconismo oggettivo” attraverso questa opera di ibernazione sociale.
Questo “non è un paese per giovani”: e sino a quando resterà tale il berlusconismo ha poco da temere.

Aldo Giannuli, 16 novembre ’09

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Aldo Giannuli

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Comments (4)

  • Inquietante!Specialmente perchè questa è una di quelle riflessioni(forse più uno studio vero e proprio)che non avendo ancora affrontato mi lasciano a bocca aperta.Ho sempre creduto che le persone che si sono occupate del “bene” del nostro paese avessero impegnato molte delle loro energie per annullare,o comunque ridurre al minimo,la nascita di una nuova VERA generazione politica che potesse spodestarli.Ritengo oltretutto che ci siano riusciti benissimo, sfido tutti quanti ad intraprendere una conversazione politica con i “figli degli 80”,giovani Sì ma giovani uomini e giovani donne!Scoprirete che TROPPO spesso le loro menti sono piene di retorica e di bugie oltre a chiari, lampanti e talvolta orgogliosi impeti di razzismo che DOVREBBERO appartenere al passato e che invece sono tristemente attuali,punto..null’altro.
    Un lavoro a regola d’arte dunque;questo pensavo io che degli 80 sono comunque figlio.Ma pensare che ci sia anche un fattore psicologico dietro a tutto questo è disarmante…Se ai nostri predecessori sono mancate le basi storico-sociali per essere adatti ai compiti che si sono trovati a svolgere e se a loro volta i loro successori hanno patito le mancanze dei “propri padri” QUANTO da lavorare avremo NOI per elevarci dal nostro stadio di rane!!!

  • si,vero.
    Però,a chi lasceresti il paese:alla NON-GENERAZIONE,cioè la mia:quella dei 30enni.
    Diciamo quelli nati da metà anni 60 fino ad oggi.Cosa c’è di peggio?Cresciuti nel riflusso,nel consumismo,nella videocrazia dei televotanti.Quelli che ,mentre altri ripensando alla loro gioventù fanno riferimento alla resistenza o al 68 /77, hanno nostalgia dei cartoni animati,del pop cecchettiano,della girella?

    Quelli di Moccia,del grande fratello ecc..ecc..Sopratutto di bassissima memoria del prima.Quelli che se si impegnano un po’ eccedono nel democretinismo?
    Parlo di una maggioranza della quale ho fatto parte ,ne sono uscito a fatica,ma continuo a cercare un “centro di gravità permanente” o qualcosa di simile
    Anche loro son solidissima base del berlusconismo-da non confondere Berlusconi con il berlusconismo,così come ogni capo regime con i suoi ismi.L’ismo è la fogna civile che ne forma una base,una radice,una rappresentazione di estremismo e conservazione,superando anche i temibili originali.

    Il giovanilismo ,il nuovismo , in questo paese,con queste persone non salverebbe alcunchè.
    Non facciamoci illusioni

  • le persone logoratissime non sono i 70enni che son ben contenti di prolungare la loro vita lavorativa, specie se con in mano un qualsiasi potere o privilegio e ritardare all’infinito la pensione – sono i 40/50-enni ad esserlo, che non ne possono piu’ di continuare a vedersi la strada transennata da un blocco anacronistico e ammuffito di persone che cerca con tutte le forze di mantenere uno status quo pre 68ino, pietrificando in effetti il progresso del paese a prima di quel periodo. Credo che il ricambio generazionale non e’ avvenuto perche’ la subcitata generazione 40/50 non ha avuto abbastanza avidita’ di potere e ferocia per strapparla dalle grinfie della precedente, vuoi per una infanzia di benessere e rincoglionimento catodico, vuoi per l’eccessiva ingordigia e scarsa lungimiranza sempre della precedente generazione.

  • Professore, mi inchino al Suo genio: io ho iniziato a lavorare, quasi 40 anni fa, alle dipendenze di uno di quei gerontosauri privi di qualunque interesse che non sia potere e/o viagra. Fra poco, spero, andrò in pensione io e Lui resterà in sella. Temo chiuda la strada a qualcun altro, poveretto.

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