Quirinale: grandi manovre in corso (e una solidarietà dovuta a Storace).

Nonostante i media ne parlino poco, la battaglia per il Quirinale è già in pieno svolgimento. Anzi, di battaglie ce ne sono due: la seconda per chi succederà a Napolitano, ma la prima è per il momento in cui avverranno le dimissioni. E cominciamo di qui.

Renzi, lo ha fatto chiaramente intendere, preferirebbe che le dimissioni giungessero dopo il 1° maggio. Simboli a parte, vorrebbe giungerci avendo concluso il percorso delle riforme istituzionali (legge elettorale e riforma del Senato), il jobs act e, possibilmente, dopo le elezioni regionali. Segno che paventa l’elezione di un Presidente ostile (Prodi?) che potrebbe scombinargli i giochi. Senza contare che una sconfitta sulle presidenziali avrebbe un effetto sfavorevole anche sulle regionali. Anche un risultato da 0 a 0 fra Nazareni ed Anti-Nazareni (l’elezione di un istituzionale come il Presidente della Corte Costituzionale o simili), apparirebbe prima di tutto come a sconfitta di un Capo del Governo e segretario del Pd che, sulla carta, dispone di circa 650 voti (Pd+Centro+Fi+Svp), cioè 150 voti in più del quorum, ma non riesce lo stesso ad eleggere il suo candidato.

Le votazioni per i membri della consulta sono stati un campanello d’allarme troppo chiaro per aver dubbi: dei gruppi parlamentari di Pd e Fi c’è poco da fidarsi.

Di qui la volontà di rinviare la partita del Quirinale, mettendo prima al sicuro la partita delle riforme e quella delle regionali. La cosa però non sembra condivisa da Napolitano che, sin qui, non ha né smentito né confermato ufficialmente tanto la data di Capodanno quanto quella di maggio. Ha solo lasciato intendere che vuole andarsene.

Ma la visita al Papa della settimana scorsa, da tutti presentata come una visita di congedo, come quella che fece a Ratzinger due anni fa, lascia capire che non è a maggio che sta pensando. Una visita di congedo sei mesi prima sembra un po’ troppo anticipata. Dunque, dobbiamo dedurre che il segnale va nel senso di dimissioni a dicembre-gennaio.

Resta da capire per quali motivi Napolitano non intenda accontentare Renzi: antipatia personale? Motivi di salute? Scetticismo nella sorte delle “riforme”? Pressioni esterne? Stanchezza? Forse di tutto un po’, ma forse anche il calcolo che sia il momento migliore per piazzare il successore più gradito.

Nello stesso tempo, i vari candidati si avvicinano ai nastri di partenza giurando di non avere alcuna intenzione di correre ed, a sorpresa, spunta qualche nome inaspettato. Ad esempio quello di Paolo Gentiloni,  di cui parla il corriere della sera domenica 23 novembre. Nome interessante che farebbe capire meglio anche come è andata la partita per la Farnesina. Nel pezzo dedicato alla questione, avanzavo l’ipotesi che quello fosse il nome pensato dal primo momento da Renzi e che gli altri fossero stati mandati avanti come “nebbia di guerra” per confondere le idee ed evitare imboscate interne al partito. O forse per vincere le resistenze di Napolitano, facendogli bruciare qualche nome di paglia per poi stingerlo sul vero candidato. Vedo che ora anche il quotidiano on line “Formiche” avanza la stessa ipotesi.

Al solito ci mancano informazioni per capire cosa sia successo e cosa stia per succedere. Forse è stata proprio la nomina, in qualche modo “strappata”, di Gentiloni a provocare le dimissioni di Napolitano? O forse sul suo nome è stato stretto l’accordo fra i due Presidenti per mettere in pista un candidato forte per la successione?

Possiamo solo fare ipotesi: il tasso di opacità raggiunto dalla politica nella seconda repubblica non ha precedenti. Si capisce solo che è un groviglio di intrighi, manovre sleali, tradimenti, intrallazzi ed ogni sorta di porcherie e che il ceto politico del Pd (cui appartengono entrambi i Presidenti), ci guazza che è un piacere. Ditemi voi se questa è democrazia…

A proposito di democrazia e di Quirinale, non possiamo non commentare la sentenza che ha condannato a sei mesi di reclusione il leader della Destra Storace, per aver vilipeso il Presidente della Repubblica Napolitano, definendolo “indegno”.

Come è facile capire, Storace è quanto di più distante da quello che in cui credo e non avrei mai pensato di dovermi dire solidale con lui, ma le questioni di principio non ammettono eccezioni. Storace è fascista? Si, ma lo è anche di più chi si copre dietro il codice Rocco. Di quell’articolo e degli altri riguardanti reati d’opinione, Magistratura Democratica, nel 1971 chiese l’abrogazione referendaria, con l’appoggio del Psiup, della sinistra lombardiana del Psi e del Manifesto; ma non del Pci che fece mancare le firme necessarie. Botteghe Oscure si giustificò dicendo che, pur ritenendo la norma fascista, non riteneva opportuno il ricorso al referendum, preferendo il negoziato parlamentare (erano i tempi in cui la destra cattolica voleva il referendum sul divorzio, per evitare il quale il Pci era pronto ad ogni cedimento). Si sa, il Pci non ha mai avuto una spiccata sensibilità democratica per i diritti civili, più che la democrazia ha difeso sé stesso dalle aggressioni della controparte, ma ha sempre dato la precedenza alle esigenze tattiche della sua manovra di avvicinamento al potere.

Nel mio piccolo, contribuii alla raccolta delle firme per quel referendum e, con il collettivo di giurisprudenza di cui facevo parte, promossi varie iniziative per l’abrogazione dei reati d’opinione. Non ho cambiato idea e se qualcuno è condannato per una norma fascista come quella, non mi interessa sapere come la pensa, per esprimergli la mia solidarietà.

Peraltro, la sentenza appare criticabile anche nel merito: il termine usato da Storace non è un insulto, ma una critica politica. Indegno, significa “non degno” e, pertanto io posso dire di non ritenere una determinata persona degna del posto che ricopre, perché inadatta, o poco capace, o non corretta o, comunque non all’altezza dei compiti che deve svolgere. Ora, non c’è dubbio che un Presidente della Repubblica, esattamente come un ministro, il Presidente di una corte di giustizia, l’arbitro di una partita di calcio o l’amministratore di un condominio possa rivelarsi non all’altezza del suo compito ed essere criticato per questo. Peraltro, il vilipendio, per sua natura, è l’ apprezzamento diffamatorio o svilente di una istituzione, non di una persona; per cui, oggetto della tutela è la Presidenza della Repubblica in quanto istituzione, non la persona che occasionalmente si trovi ad occupare la carica. Ora è palese che l’accusa d’indegnità, proprio per  il suo significato, non può riguardare l’istituzione in sé: che senso avrebbe dire che “La presidenza della Repubblica non è degna di se stessa”? E il fatto che la carica sia monocratica, non dovrebbe indurre ad identificare la persona con la carica. Il fatto è che, sin dai tempi di Cossiga (altro Presidente regalatoci dai voti del Pci) si è andata facendo strada una idea sacrale della dignità del Capo dello Stato che sfocia, di fatto, nell’insindacabilità.

Insomma, il Presidente della Repubblica è come i morti: non se ne può dire altro che bene. Ma ci ricordiamo di cosa scrivevano i giornali della sinistra –ad esempio l’Unità- di Gronchi, Segni, Saragat, Leone? Mi pare che con lo stesso metro, altro che di vilipendio si trattava! Ma all’epoca, i Presidenti erano assai più cauti ed avevano altro senso della democrazia, per cui scoraggiavano il Ministro Guardasigilli (sui spetta procedere in questo caso) dal promuovere azione penale per il reato di vilipendio.

Ma non erano Presidenti formatisi nel Pci… significherà pure qualcosa. Quanto all’operato dei giudici: ma cosa vi aspettate da una magistratura che fa sentenze come quelle per il caso Eternit?

Aldo Giannuli

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