Grande è la confusione sotto il cielo….

Grande è la confusione sotto il cielo….

Una massima molto citata di Mao diceva: “grande è la confusione sotto il cielo: la situazione è eccellente”. Perfetta per descrivere la situazione politica italiana, ma con qualche correzione.
Berlusconi sta gestendo la sua ultima stagione politica senza nessun particolare slancio in un mediocre tramonto illuminato solo dai festini di Villa Certosa. L’unica sostanziale novità sono gli affari con Putin: partita tutt’altro che trascurabile dal punto di vista degli equilibri di politica internazionale, ma che non sappiamo quanto sia farina del sacco del  Cavaliere, la cui adesione potrebbe essere motivata dai suoi privatissimi interessi. L’amico Vladimir di favori può farne tanti: si pensi soltanto alla collaborazione sul piano dell’ intelligence. Forse sbagliamo, ma da parte italiana questa strategia ci sembra che sia targata più Eni che Presidenza del Consiglio.
Per il resto Berlusconi è un uomo politico che declina anche dal punto di vista fisico ed ha occhi solo per le sue pendenze giudiziarie penali e civili.

Per ora questo non si traduce in uno sfaldamento della sua maggioranza e nulla lascia presagire un suo prossimo crack elettorale. Ma, nell’ombra, tutti manovrano per trovarsi in pole position al momento della successione (da Fini a Tremonti, dagli ex socialisti agli ex dc) e la Lega medita di fare il “colpo gobbo” conquistando la maggioranza relativa nelle regioni del nord. Anche se nulla lascia presagire la crisi di governo che, prima di Tartaglia, sembrava prossima.
Dal punto di vista elettorale i sondaggi non parlano di avanzate travolgenti (come l’anno scorso, quando poi furono clamorosamente smentiti dal massiccio astensionismo) e tutto lascia pensare ad un risultato più o meno al livello delle politiche. Anche se dovesse andare così, con una avanzata della Lega, la maggioranza andrebbe avanti solo di poco rispetto alle politiche. E tutto lascia immaginare tendenze ulteriormente divaricanti nei comportamenti quotidiani dei vari ministri.

L’Udc di Casini non riesce a far prendere quota al suo disegno di nuova Dc, se non per l’arrivo di un po’ di transfughi dal Pd. La “politica dei due forni” si è rivelato un maldestro espediente durato meno di qualche settimana. Andreotti aveva dietro un partito con più del 30% dei voti, Casini ne ha uno del 6% che non è determinante che in poche situazioni marginali ed a condizione che l’elettorato si sposti compatto. Senza Formigoni, Pisanu, Lombardo, Galan e Fioroni il progetto di nuova Dc non nasce, ma questi ex democristiani sono solo capaci di litigare fra loro e di rosicchiare qualche fettina di potere nei due poli.
E veniamo alla sinistra: il disastro fra i disastri.

Il Pd è un progetto ormai palesemente fallito e non scioglierlo è solo accanimento terapeutico. Ma questo sarebbe il meno: se ognuno riprendesse la sua strada, avendo qualche idea sul da farsi, si potrebbe ripartire. Il guaio è che il gruppo dirigente del Pd è fatto da berlusconiani di complemento che non sanno di esserlo e, come tali, non hanno mezza idea bucata in testa, che non sia quella di occupare più fette di potere possibili.
L’Idv, che sembrava essere il nuovo astro nascente della sinistra italiana, (ma chi scrive non l’ha mai ritenuta tale, sia per la carica populista sia per la scarsa credibilità del suo leader) è ormai in panne sia per le divisioni interne, sia per il crack di immagine del suo leader che non ha trovato di meglio che andarsi a votare a San Massimo D’Alema, accettando pure la candidatura di De Luca, aborrito sino a 24 ore prima.
E non è difficile prevedere un flop rispetto all’8% dell’anno scorso. Forse rallenterà la dèbacle elettorale del Pd ed, allo stato attuale, tutto lascia presagire un tramonto più o meno veloce.

Sinistra e Libertà ha messo a segno il colpo di Vendola che avrà un prevedibile impatto di immagine  nazionale, per cui, nonostante l’uscita di Verdi e Socialisti (che prenderanno qualche zero niente per cento), tornerà a valori analoghi a quelli delle europee. Ma, quanto a idee per ora non se ne vedono molte ed al massimo si sente una certa aspirazione a lanciare un’Opa sul morente Pd.
Quanto alla Federazione anticapitalista formata da Prc, Comunisti Italiani e Socialismo 2000 c’è poco da dire: sul piano della proposta politica semplicemente non esiste ed è prevedibile che perda una bella fetta dei pochi consensi che ancora gli restano.

Diciamocelo con franchezza: l’idea della Federazione è stata solo una modesta drittata di Ferrero per evitare che l’unificazione con il Pdci mettesse a rischio la sua sedia. Solo che, di questo passo, il suo ruolo di segretario ricorderà molto da vicino quello di un antico detto napoletano: ‘O gallo n’coppa a munnezza.
Insomma, molto movimento, molta “ammuina” (sempre per restare dalle parti di Napoli) ma nessuna alternativa credibile, mentre il paese va a rotoli.

Appunto: “grande è la confusione sotto il cielo: la situazione è uno schifo”.

Aldo Giannuli, 15 febbraio ’10

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Aldo Giannuli

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Comments (7)

  • Professor Giannuli, sulla grande confusione non si può non essere d’accordo con lei. Sulla scarsa qualità della politica in generale, e della politica della parte “progressista” in particolare, pure. Vorrei però soffermarmi sul fallimento del progetto “PD”. Il “nuovo” – uhm! – Partito Democratico, formato dalle classi dirigenti ex comuniste, ex pidiessine, ex diessine, ex democristiane, ex popolari, ex margheritiane, con una spolverata di ambientalismo, di socialismo, di radicalismo ecc, sulla base di un velleitario progetto maggioritario weltro-kennediano, nato nei loft, elitario e, insieme, fatto di grandi orizzonti ma di piccola politica, mi sembra non tanto padre, quanto figlio della confusione regnante. Un prodotto di consumo, che, andata male la vendita (le elezioni), è stato subito ritirato dagli scaffali, sostituito con i classici maccheroni, o, meglio, tortellini.
    Ma d’altro canto il PD è stato l’unico vero progetto, o, meglio abbozzo – detto anche in senso “edilizio” – di progetto politico dal 1992 ad oggi; l’unico tentativo di trovare altre vie alla stantia politica dei partiti italiani. Confuso, incoerente, liquido, ambiguo quanto si vuole, ma comunque è stato la sola novità di rilievo nella politica nostrana della seconda Repubblica. Andava progettato meglio, attorno a una meglio definita e concreta idea di società, e anche gestito meglio, magari riprendendo per esempio dai vecchi partiti non i dirigenti ma la loro formazione, e rivalutando l’idea di militanza in un senso più genuino di quello che le si dà oggi.
    Tenerlo in vita è “solo accanimento terapeutico”? Mah! Non ho risposta. Come lei, però, non vedo in giro nessuna alternativa credibile. E questa potrebbe già essere una risposta.

  • Sul super-attak che tiene saldamente incollati i politici alle poltrone, agli stipendi e ai vitalizi d’oro, ci vuole il potente solvente delle 2 legislature. La ripetitività non deve essere abbandonata.

  • In realtà la situazione è così “gelatinosa”(tanto per usare un termine di moda) proprio perchè i due grandi partiti italiani rappresentano delle anomalie, delle distorsioni all’interno di un sistema che non funziona. Io il modello di Veltroni l’ho capito, come l’hanno capito tutte le persone che seguono la politica con piglio critico e attento; non era affatto confusa l’idea veltroniana, anzi era chiarissima: fondare una terza Repubblica cambiando le regole del gioco disegnandone i contorni sul modello americano. Puntare su una sfida a due, cancellando e inglobando quel 20% di restante tra i partiti oggi seduti in parlamento, annacquare le distanze politico-programmatica tra due grandi colossi divisi solo dalla battaglia per il governo del paese. Due colossi vicini, protesi in uno sforzo di difesa del capitalismo, del lavoro flessibile, del liberismo. Le differenze in materie di temi sociali, con maggiore attenzione del PD rispetto al PDL, seppur minime, avrebbero retto in realtà il gioco dell’alternanza, diversificando i due contenitori. Da questo punto di vista il progetto veltroniano era chiaro e va dato atto a Veltroni di averlo sostenuto pubblicamente, senza equivoci. E, critiche a parte, il disegno di Veltroni era chiaro, non criptico. Poteva non piacere(a me faceva paura), ma era noto. Se Berlusconi non avesse cominciato dopo 3 giorni a fare le cose strane che solo lui sa fare e se la leadership di Veltroni non fosse crollata il giorno stesso della sconfitta elettorale, oggi probabilmente ci ritroveremmo già con un sistema semi-presidenzialista, magari modellato su quello delle regionali. Fuori da questo sistema sarebbero rimasti l’Udc, che poteva eventualmente accasarsi in un Pdl a guida Formigoni e la Lega, che avrebbe potuto beneficiare di una corsa solitaria al nord con percentuali in aumento e, in ogni caso, dedicarsi al governo del territorio che al nord è cospicuo. Il Pd di oggi è un punto di domanda, Bersani non ha la forza per procedere con coerenza sul sistema tedesco, Berlusconi non è interessato, quindi è molto probabile che nel 2013 si voti con questa legge. Ciò non toglie che l’idea di Pd che aveva Veltroni era chiara, o meglio era poco chiara perchè lo doveva essere per natura. Parole come “voto utile”, “vocazione maggioritaria”, “autonomia” del resto si iscrivevano in un contesto chiaro e non discutibile. Chi stava in quel partito e lo trattava con disprezzo (non faccio nomi, Massimo D’Alema) evidentemente puntava ad altro. Legittimo per carità, ma inutile dal punto di vista del consenso e della credibilità.

  • come vede le “liste movimento 5 stelle”? possono essere davvero espressione di un modo nuovo e soprattutto efficace di fare politica? potranno diventare espressione della politica del fare?

  • A Marco: giustamente individui quello che è stato il limite/carenza più importante del “disegno” – “strategico” più che politico – di Veltroni, allorché scrivi: “Le differenze in materia di temi sociali, … , seppur minime, avrebbero retto in realtà il gioco dell’alternanza, diversificando i due contenitori”. Infatti dietro, o, se vuoi, alla base dell’ “idea” veltroniana “made in USA” di … politico (idea di società, economia, ecc.) c’era ben poco, a parte i “sogni” che Veltroni ci faceva fare durante i suoi comizi (in Sardegna quello della Solar Valley, tanto per fare un esempio), che proprio perché tali erano confusi, o, se vuoi, “brumosi”. Da qui una certa difficoltà ad identificarsi con quel programma.
    In più l’ “idea” di partito, di organizzazione politica, che a Veltroni era ovviamente chiara ma, ti assicuro, a tanti altri un po’ meno, s’è scontrata con una radicata tradizione di partito, diciamo così, “pesante”, senza riuscire ad arrivare ad un compromesso. E qui il discorso si farebbe lungo.
    Comunque continuo a pensare che il PD, che non è affatto un’idea del solo Veltroni, “è stato la sola novità di rilievo nella politica nostrana della seconda Repubblica”.

  • Non metto in discussione il fatto che l’idea di Partito democratico non fosse ad esclusivo appannaggio di Veltroni. Io sono stato per un anno e mezzo dirigente del partito sul territorio, ho visto quello che funzionava e quello che non funzionava. La campagna elettorale di Veltroni è stata oggettivamente buona dal punto di vista della comunicazione e della capacità di suggestionare il “popolo” del Pd e non solo. Il punto è che conteneva in nuce una sostanziale vacuità, una povertà di contenuti determinata anche e soprattutto dal fatto che la costruzione di un partito di quel tipo era affidata alla contingenza di una campagna elettorale estemporanea ed emotiva, imbastita in poco più di 2 mesi dopo la caduta annunciata ma improvvisa del governo Prodi. Ciò non toglie che quel modello di partito poteva essere sostenibile solo ed esclusivamente a condizione che fosse supportato dal consenso e dalla vittoria elettorale. Scemato l’entusiasmo della piazza e dei comizi, la questione veltroniana di apertura elastica a modelli sconosciuti all’elettorato e ai militanti classici della sinistra “ufficiale” si è sfarinata in un istante, proprio perchè vittima della sua vacuità e della sua labilità. Tornare a un modello di partito “popolare”, quello della trippa alle feste dell’unità è una scelta che contiene la sostanziale sconfitta del progetto veltroniano. Rimane il fatto che nè questo nuovo modello bersaniano, nè quello veltroniano avevano e hanno il potenziale per giocarsela con la concorrenza. Non credo che il pd abbia un futuro, probabilmente si ridurrà ad essere una “cosa 3”, un partito oscillante tra il modello socialdemocratico europeo(che mi pare stia avendo problemi significativi anche oltralpe) e qualche cosa che assimoglia vagamente all’ulivo di rutelliana memoria. Contenti loro…

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