Consigli di lettura #12: di droni, Medioriente e diritti umani

Nuovo appuntamento con i consigli di lettura. Questa settimana ci concentriamo su tre articoli tutti dedicati alla guerra, sotto tre diversi aspetti: tecnologico, storico ed umano.


Iniziamo da Il Tascabile, interessante rivista online legata alla Treccani, che ha recentemente pubblicato un interessante pezzo sui droni. La letteratura sull’argomenti sta crescendo a dismisura, alla luce dell’enorme utilizzo che questi strumenti ormai hanno in ambito bellico, ma Philip Di Salvo fa bene il punto sul tema. Dottorando presso l’Università della Svizzera italiana di Lugano, dove lavora anche come editor dell’European Journalism Observatory, Di Salvo riassume bene diversi dei nodi che l’impiego dei droni pone dal punto di vista strategico, legale e civile, con gli innumerevoli errori che spesso portano a vere e proprie stragi di civili, causate da errori nell’individuazione dei target da colpire. Ma c’è di più: i droni sono l’ennesima conferma di come ormai “gli attacchi sono di fatto operazioni di targeted-killing condotte in modo extragiudiziale e […] spesso hanno i contorni di pena di morte inflitta senza alcun processo”. Diverse le fonti ed i dati forniti a supporto dell’articolo, che permettono di rileggere con maggiore cognizione diversi aspetti della (presunta) strategia di Obama nelle sua presidenza. Un buon pezzo per tenersi aggiornati sul tema.

La seconda segnalazione ci porta in Medioriente e ci fa fare un viaggio lungo un secolo nel conflitto  curdo-turco. Sul sito di Rojava Resiste infatti (un gruppo di attivisti milanesi attento a quanto sta accadendo in Siria, Turchia e Kurdistan solidale con il popolo Kurdo e con il processo rivoluzionario che sta sostenendo) è stato pubblicato un lungo approfondimento in quattro puntate che ricostruisce dettagliatamente l’ultimo secolo di conflitto, da quando, “dopo la guerra di liberazione del 1920-22, con la fine del “Patto nazionale kemalista” i curdi sono stati espulsi dalla Grande Assemblea di Turchia e di fatto ridotti alla condizione di “turchi della montagna”, considerati arretrati economicamente e culturalmente”. Un lavoro molto curato e dettagliato, corredato da fonti e cronologie utili per chi vuole approfondire il tema da un punto di vista diverso da quanto si legge spesso sulla superficiale stampa italiana.

L’ultima segnalazione riguarda l’inchiesta con cui Amnesty International ha denunciato gli orrori, le torture e le uccisioni di massa operati dal governo siriano durante il conflitto nella prigione di Saydnaya. Si parla con ampia produzione di documenti e dati, di 13mila condanne a morte eseguite, per lo più per impiccagione e 75mila persone scomparse dai centri di detenzione non ufficiali. Un documento di cui potete trovare una sintesi sul sito di Amnesty Italia e che potete consultare nella sua versione originale e completa sul sito di Amnesty International.

La stanza dell’impiccagione a Saydnaya è stata ampliata dopo il giugno 2012” – si legge nell’articolo – “così da poter uccidere più persone in una sola volta. I cappi sono allineati al muro. Le vittime restano sempre bendate e non sanno che stanno per morire. Viene poi chiesto loro di presentare le proprie impronte digitali per documentare la loro morte. Infine, sono portati, ancora bendati, su piattaforme di cemento e impiccati. Non sanno come o quando l’esecuzione avverrà fino a che non si ritrovano con il cappio intorno al collo. I detenuti dei piani superiori hanno raccontato di aver sentito il rumore delle impiccagioni.

“Se appoggiavi un orecchio al pavimento, potevi sentire un suono simile a un gorgoglio. Durava circa 10 minuti. Dormivamo sopra alle persone che soffocavano a morte. Alla fine, era diventata una cosa normale” – Hamid, ex detenuto.

I corpi delle vittime sono poi caricati sui camion e sepolti nelle fosse comuni, fuori Damasco.”

Buona lettura.

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Aldo Giannuli

Aldo Giannuli

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Comments (6)

  • Su Saydnaya (e in generale Amnesty International) andiamoci piano. Nel report ufficiale vi sono diverse incongruenze ed assurdità, rilevabili anche senza la conoscenza dei fatti. Chi poi i fatti li conosce per esservi stato prigioniero rileva anche diverse altre cose che non vanno:
    http://angryarab.blogspot.fr/2017/02/amnesty-internation-report-on-syria.html

    Strano che di assurdità e incongruenze rilevabili anche senza la conoscenza dei fatti non si siano accorti gli estensori del rapporto. Ci fanno, o ci sono?

    Ricordiamo anche il precedente caso “Caesar”, quello delle 40.000 fotografie di morti e pestati in una prigione, che ad una disamina più approfondita fatta da un’altra organizzazione ha rivelato doppioni e foto che non avevano niente a che fare con quel luogo.
    Ma la cosa più eclatante con quel caso è che non hanno mai voluto rivelare nulla sull’identità di Caesar per proteggere lui e la sua famiglia da ritorsioni, ma hanno tranquillamente rivelato che si trattava di un ufficiale dell’esercito siriano addetto a fare fotografie in quel posto e in quell’epoca. Informazioni che non permettono a noi di identificarlo, certamente, ma che sono più che sufficienti all’esercito stesso per identificare il soggetto.
    La stessa cosa avviene con questo report.
    Da notare il vomitevole cattivo gusto della pagina di Amnesty, dove si fa uso di cartoni animati e disegni a fumetto, spettacolarizzazione che mostra l’evidente intento propagandistico.
    Che rapporti ci sono tra Soros e Amnesty?

  • Martino ciao!

    Mi ritrovo per problemi di connessione a riscriverti stasera… meglio, così evito di ripetermi con i due interventi precedenti! 🙂 Anch’io, infatti, sul “rapporto” di Amnesty andrei molto più cauto, per non fare la fine delle false fosse comuni trovate nel Kossovo (http://news.bbc.co.uk/2/hi/world/monitoring/324403.stm, errore su cui, peraltro Amnesty insiste – e perseverare è diabolico).

    Voglio però entrare nel merito di questo rapporto, che mi sono letto in originale. Già si muove sulla base di “testimonianze” e non di fatti: 84 persone intervistate senza alcun riscontro su quanto affermano (solo in “two or more interviews” (p. 9) si sono cercati riscontri… un po’ pochino). Poi (p.6), la stima delle vittime fatta parla di una forbice inaccettabile per la troppa, troppa, approssimazione – between 5,000 and 13,000 people were extrajudicially executed at Saydnaya between September 2011 and December 2015). Ammesso che fossero “solo” 5000 (praticamente il mio paese), il cimitero a p. 30 mi sembra un po’ piccolino per tenerli tutti, anche ammassati uno sull’altro. Ma la vera perla è sempre alla pagina citata: “Former prison guards and a former prison official from Saydnaya also provided Amnesty International with the names of 36 detainees who had been extrajudicially executed in Saydnaya since 2011”. Ma come, parliamo di 5-13000 persone e poi, su 84 interviste, che elencano con dovizia di dettagli le procedure di questo mattatoio umano (human slaughterhouse, e che vanno ben oltre quanto da te citato), ivi compresi i nomi di 87 guardie carcerarie (ibidem … non è quindi un problema di memoria!) riusciamo a tirare fuori solo 36 nomi di presunte vittime, presunti loro compagni di cella??? In 5 anni???

    Impressionanti le foto del prima e dopo (p. 34). Interessante sarebbe sapere, con precisione, a quanto risale questo “dopo”, visto che le interviste son state condotte in Turchia e lì i campi profughi turchi non brillano certo per approvvigionamenti e trattamenti umani. Ma non importa, visto che il lavoro è tanto dovizioso di dettagli orrorifici quanto pecca per fatti accertati.

    Ora, però, permettimi di parlare d’altro, e non per rispondere ad accusa con accusa, ma giusto per valutare anche queste organizzazioni per i diritti umani nel merito. Ci sono, infatti, stragi dimenticate e in essere su cui Amnesty e altre similari organizzazioni “stranamente” non solo non “perseverano”, ma girano la testa dall’altra parte. Una un po’ più in là, per esempio (giusto per non parlare di Donbass, dove civili sono colpiti da circa un migliaio di tiri d’artiglieria al giorno da uno stato terrorista foraggiato da Nato, UE e di cui, inspiegabilmente, non si occupano queste organizzazioni). A Deir Ez-zor 100.000 civili sono circondati da anni da tutte le parti dal sedicente esercito islamico. Sopravvivono alla quotidiana mattanza dei loro assalti grazie ai rifornimenti via aerea e al fatto che, fino a poco tempo fa, l’area metropolitana era ben difesa. Ebbene, da sei mesi non lo è più. Grazie a un “incidente”, il 17 settembre quattro F-16 “sbadatamente” bombardavano e rastrellavano l’altura strategica denominata Sarda-2, avamposto della linea difensiva dell’esercito siriano, bombardando prima e finendo a mitragliate poi 54 soldati siriani (e 11 feriti), oltre ad annientare pezzi d’artiglieria pesante e carri armati (che come sappiamo non è proprio così semplice rimpiazzare via aerea… dalla loro parte occorrerebbe scomodare un Antonov An-124 Ruslan). Neanche cinque minuti dopo questa terra bruciata, l’altura veniva occupata dai terroristi ISIS, posizione grazie alla quale ora controllano la zona del cimitero, particolarmente importante per tenere sotto tiro chi passa fra le due parti di Dejr-Ez-Zor separate il 17 gennaio scorso (http://colonelcassad.livejournal.com/3230992.html). Ma non è tutto, il 6 dicembre, dopo averci messo due mesi per ammettere l’“errore”, altri quattro F-16 replicavano lo spettacolo, sempre “per sbaglio”, sulla linea difensiva a nord di Deir Ez-zor, Ayash per la precisione. Risultato, dopo l’offensiva di migliaia di terroristi giunti alle sue porte grazie a trasferimenti di massa dall’Iraq (di cui, come a Palmyra, nessuno degli assedianti “alleati” ha dato notizia ai comandi siriano o russo), datata 17 gennaio, oggi aeroporto e città sono ancora tagliate nelle comunicazioni e 100.000 (centomila) persone si trovano in piena catastrofe umanitaria (http://www.anna-news.info/%D0%B4%D0%B5%D0%B9%D1%80-%D1%8D%D0%B7-%D0%B7%D0%BE%D1%80-%D0%BE%D0%B4%D0%B8%D0%BD-%D1%88%D0%B0%D0%B3-%D0%B4%D0%BE-%D0%BAD0%B0%D1%82%D0%B0%D1%81%D1%82%D1%80%D0%BE%D1%84%D1%8B/): gente alla fame, magra come se non più di quelle foto, centomila nomi e cognomi reali e immediatamente tangibili, un reportage, quest’ultimo citato qui sopra, che nessuna “luciagoracci” nostrana mai farà, visto che racconterebbe, sul campo, di come funziona e cosa ha prodotto finora la cosiddetta “alleanza” occidentale contro il sedicente stato islamico.

    Un caro saluto.

    Paolo

  • Colgo l’occasione del mancato encomio da parte delle autorità politiche tedesche ai due poliziotti che a Sesto San Giovanni che uccisero l’autore della strage dei mercatini di Natale in Germania, a causa dei loro profili social “nostalgici”, per fare qualche riflessione di politica estera. Le tendenze politiche dei due poliziotti in Italia erano note già all’indomani del fatto, ragion per cui è lecito pensare che c’è stato un difetto di comunicazione da parte della diplomazia tedesca in Italia verso il proprio ministero, onde risparmiare alla Germania il dietrofront rispetto al doppio riconoscimento solenne.
    Al di là del fatto cronachistico, è interessante notare come possa atteggiarsi il rapporto con la (propria) storia da Paese a Paese.
    La Germania ha fatto i conti con il proprio passato, lo condanna senza mezzi termini e va avanti per la strada della sua democrazia.
    In Italia il Ministro degli Interni si è trovato all’indomani della diffusione del contenuto dei social dei due agenti a barcamenarsi tra opposte esigenze provenienti dall’interno del Corpo di Polizia e lealtà democratica delle forze dell’ordine, lasciando sostanzialmente ogni cosa al proprio posto, preferendo concentrarsi sugli equilibri del presente, piuttosto che sulle responsabilità storiche dell’Italia e degli italiani.
    Chi ha avuto la pazienza di leggermi in passato, sa che pur non essendo uno storico, ritengo che la Prima guerra mondiale sia stata più determinate della seconda.
    Inghilterra, Francia e Stati Uniti non hanno nulla di nulla da meditare circa il mancato rispetto del Trattato di Londra, circa il doppio gioco con italiani e balcanici nello contempo, circa la vittoria mutilata e l’avvento del fascismo. Della mancata chiusura politico- militare di quel che fu il Golfo di Venezia e del caos balcanico non è certo responsabile l’Italia, così come non lo è dell’accordo anglo francese Sykes Picot e delle sue conseguenze spartitorie in medio oriente.
    Di quelli si è alleati solo sui campi di battaglia per guerre che non ci appartengono, che sono solo loro e non nostre; che fanno combattere ad altri salvo sentirsi dire a guerra finita che l’altrui intervento bellico (italiano) è stato tardivo e ininfluente.
    Con certa gente i migliori accordi sono quelli non sottoscritti, perchè sono inaffidabili: di sicuro non certo amici, se non nella convenienza del buon tempo.

  • Per favore rettifichi su amnesty, notizia totalmente infondata, quei numeri di esecuzioni non le fa nemmeno la cina, Amnesty e’ finanziato da Soros, non si dovrebbe nemmeno perdere tempo ad analizzare le balle che dice, non e’ da lei un rilancio cosi acritico

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