Dalla seconda alla terza Repubblica.

Venti anni fa si consumava il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica sotto l’urto delle inchieste per corruzione. I pedanti sostengono che non di prima e seconda Repubblica bisogna parlare, ma di primo e secondo tempo della storia repubblicana, perché la Costituzione scritta è rimasta la stessa. Quello che essi non capiscono è che a mutare fu la costituzione materiale, mentre il referendum golpista di Segni, Occhetto e Pannella delegittimava la Costituzione riducendola al rango di “Costituzione provvisoria”. Non c’è stata una nuova Costituzione, è bastato rendere assai meno rigida la precedente trasformando la forma di governo da parlamentare pura in un para-presidenzialismo surrettizio. Nello stesso tempo si avviava il processo di destrutturazione dei partiti di massa sostituiti da partiti “leggeri”, carismatici e, spesso, a carattere personale.

Questo mutamento fu il prodotto della consunzione del precedente sistema politico, che pagava il prezzo del suo mancato rinnovamento negli anni settanta, cui fece seguito un decennio di involuzione ed ulteriore degenerazione partitocratica. Ma fu anche e soprattutto il prodotto dell’urto del mutamento internazionale: la fine del blocco sovietico scioglieva antichi patti (ma, singolarmente, non quello Atlantico) e rendeva superflui vecchi strumenti di mediazione sociale.  L’onda neoliberista si abbatteva sulla socialdemocrazia europea espugnandola e facendone una variante liberale, e travolgeva il patto lavorista del Welfare.

Tutto questo avanzava sugli scudi di un nuovo tipo di populismo (in gran parte alimentato dalla televisione) profondamente antipolitico, miscelato con la nuova ideologia dominante. In Italia questa ondata populista assunse la forma di un esasperato giustizialismo. La sacrosanta richiesta di legalità nella cosa pubblica e di lotta alla corruzione, venne strumentalizzata in favore di una restrizione brutale dello spazio politico  nella tenaglia fra mercati finanziari e “governo dei giudici” conforme alla nuova “lex mercatoria”.

Era il momento del trionfo del neo liberismo che si coniugava con l’aspettativa di un durevole ordine mondiale monopolare. Ed il progetto di una Unione europea a trazione monetaria fu la traduzione continentale di questa ondata: un po’ prosecuzione dell’obbedienza agli Usa, un po’ furbesco tentativo di insidiare “Re Dollaro”. E l’europeismo (o quel che si intendeva per esso), spopolava: salvo i soliti inglesi, assai perplessi sull’Europa e più attratti dal mare, francesi, tedeschi, olandesi, spagnoli ecc. facevano a gara a chi era più europeista, gli italiani, poi, nel 1989 plebiscitarono i trattati europei con un 88,9% in un referendum consultivo. Alle porte della Ue si accalcavano tutti i paesi dell’Est e Cipro, Turchia, Tunisia ecc. Persino il Kazakhstan –rivendicando il tratto rivierasco sul Caspio, mare chiuso europeo- poneva una sua improbabile candidatura alla Ue.

Venti anni sono passati e, in Italia,  siamo di nuovo alla crisi dell’ordine costituzionale, ed, ancora una volta, a mutare è la costituzione materiale: i partiti cambiano collocazione, identità, forme d’azione e di comunicazione, spinti da dinamiche socio politiche ben diverse da quelle che avevano accompagnato il passaggio alla seconda repubblica. Soprattutto siamo in presenza di una ondata di populismo di diversa qualità: il populismo degli anni ottanta-novanta era sostanzialmente  funzionale al disegno del nuovo blocco sociale dominante –a trazione finanziaria-, che postulava il totale ritiro dello Stato dall’economia e l’abbattimento del primato della politica.

Spesso i movimenti populisti si raccoglievano intorno a finanzieri, politici border line  o più banali brasseurs d’affaires  come Timinski in Polonia, Ross Perrot negli Usa, Collor de Mello in Brasile, Jordi Pujol in Spagna, Bernard Tapie in Francia, o il nostro Silvio Berlusconi. Pertanto, la critica alle ideologie era funzionale allo stemperamento delle identità e produceva dinamiche centripete nel sistema dei partiti. Le correnti classiche (Socialdemocratici, Democristiani, Liberali, con l’aggiunta di conservatori, gaullisti e simili)  riempivano praticamente per intero lo spettro politico, disegnando alternative tutte interne al sistema, mentre le opposizioni antisistema (i residui partiti comunisti o fascisti e i nazionalismi periferici) erano ridotte ai margini di esso ed erano essenzialmente ininfluenti o costrette in alleanze subalterne ai partiti maggiori.

Oggi, in tempo di crisi, siamo in presenza di un populismo ribellista, antisistema, antifinanziario non meno che antipolitico, pur se confusamente. Soprattutto, l’ostilità si indirizza contro l’Euro e, di conseguenza, l’Unione Europea individuate (non a torto) come articolazioni di quel potere finanziario contro cui si insorge.

Le dinamiche, all’opposto di 20 anni fa, da centripete che erano si sono fatte centrifughe e le famiglie classiche non esauriscono lo spettro politico. Lì dove il sistema elettorale proporzionale (Parlamento europeo o Germania, ad esempio) o il bicameralismo perfetto (Italia) non consegna la maggioranza assoluta dei seggi al partito con la maggioranza relativa, esse debbono allearsi in “grandi coalizioni” (che di grande ormai hanno il nome, più che i numeri) in difesa dell’Euro. Dove, invece, il sistema elettorale ed il presidenzialismo consegnano la maggioranza assoluta al partito più forte, questo non accade, ma quello che era il “secondo” partito del sistema, tende a diventare il terzo (conservatori in Inghilterra, socialisti in Francia e Spagna) e, per effetto delle stesse leggi elettorali maggioritarie, a marginalizzarsi.

Tuttavia, l’insorgenza populista è tutt’altro che compatta: da un lato, possiamo individuare una destra radicale dichiarata (Fn in Francia, Lega e FdI in Italia, Alba dorata in Grecia), una destra più moderata e “conciliabile” con il sistema (AfD in Germania, Ukip in Inghilterra), dall’altro ci sono partiti più dichiaratamente di sinistra ed alternativi al sistema (Podemos in Spagna, Kke in Grecia, Pcp in Portogallo) e partiti eurocritici ma più disposti a coalizzarsi con la sinistra tradizionale (gruppo Siriza in Grecia, Sel e Rifondazione in Italia, Izquierda Unida in Spagna, Sinistra Verde Nordica) mentre casi particolari rappresentano, per diverse ragioni, la Linke in Germania e M5s in Italia. Nel complesso queste dinamiche sono in buona parte influenzate dall’impatto della crisi internazionale e segnalano una marcata tendenza all’implosione del sistema politico europeo.

C’è da chiedersi, infatti, se la costruzione europea reggerebbe qualora uno dei partiti antisistema dovesse vincere le elezioni in uno dei maggiori paesi dell’Unione (per esempio la Francia). Per altri versi, anche i casi di Portogallo, Grecia ed Italia, con l’elevato rischio di default di ciascuno di essi, pongono seri interrogativi sulla capacità di resistere dell’attuale assetto istituzionale europeo.

Anche sul piano interno ai singoli stati si manifestano tendenze implosive non trascurabili, Infatti, le formazioni politiche populiste ed “eurocritiche”, nella maggior parte dei casi, non esprimono programmi politici organici: spessissimo la politica estera è semplicemente assente dal loro orizzonte, le ricette in materia di crisi economiche e finanziarie non di rado si mostrano assai semplicistiche, quasi mai esiste un discorso sulla ricerca e l’innovazione, ed anche i discorsi sull’assetto costituzionale sono spesso generici e fumosi. Peraltro, salvo, forse, il solo caso francese e greco, non sembra che nessuno di questi movimenti sia in grado –almeno per un tempo politicamente prevedibile- di andare oltre una certa soglia di consensi. In altri casi la contemporanea presenza di movimenti anti sistema collocati sui diversi versanti, toglie consensi ai partiti tradizionali ma divide il risultato fra forze non coalizzabili fra loro. Almeno per ora, i movimenti populisti sembrano in grado di mettere in crisi l’egemonia dei partiti tradizionali, ma non di costruirne una propria.

Ormai le ragioni di crisi interna ai singoli stati si intrecciano e confondono con quelle esterne ad essi e proprie dell’Unione, rilanciandosi a vicenda. Ma chi pensasse a questa nuova ventata di populismi come ad una nube passeggera, destinata a dissolversi in breve, farà bene a rivedere i suoi calcoli: può darsi che l’ondata passi, ma solo dopo aver portato il sistema al limite di rottura. E l’Italia potrebbe essere il test decisivo.

Aldo Giannuli

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Comments (3)

  • ma professore, secondo lei renzi cos’è? se non è populista renzi ho proprio sbagliato immagine profilo. quindi di che nuova ondata stiamo parlando? a me sembra che si stia nuotando nella merda da un pezzo, non è che ora non siamo populisti e dobbiamo temere il populismo, questo sconosciuto.

    certo, se il m5s regala a salvini tutti i suoi voti (è sulla buona strada), poi salvini si allea a sorpresa con berlusconi (è nel dna della lega) il populismo di destra sarebbe ancora più organizzato, ma non è che si diventerebbe più populisti di così, al massimo si aggiungerebbe quella connotazione di estrema destra che farebbe parlare di razzismo, tolleranza nei confronti della corruzione, imbecillità diffusa eccetera

  • ma questa assenza, in politica estera o economica, di una visione organica, non semplicistica, strutturata e propositiva nei partiti “populisti” o “antisistema” è dovuta ad una debolezza intrinseca a questa forma di movimento/partito, e quindi si tratta di un limite attualmente invalicabile, oppure si tratta una scelta deliberata, più o meno consapevolmente, a-ideologica, per poter mantenere una certa fluidità congeniale ai tempi che corrono?

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