Consigli di lettura #6: “I nemici della Repubblica”, una recensione critica

Data l’ampiezza della segnalazione, questa scheda  libraria prende in considerazione una sola opera. Dalla prossima settimana tornerò a segnalare  più libri. Buona lettura!

1.    V. SATTA “I nemici della  Repubblica. Storia degli anni di piombo” (Rizzoli, 2016)

Vladimiro Satta, autore di questo imponente volume di  867 pagine l’ho conosciuto come documentarista della commissione Stragi, fra il 1994 ed il 2001, dunque, ha potuto giovarsi della conoscenza di una massa ingentissima di documenti giudiziari. L’aspirazione, evidente sin dalla mole del libro, è quella di scrivere l’ “opera definitiva” sulla violenza politica negli anni settanta, un grande libro di storia che ponga termine alla serie dei “misteri d’Italia”.

sattaNon ci sono misteri da svelare, ci sono solo moltissime carte processuali da leggere per capire quale sia stata la verità: quell’ondata di violenza fu il prodotto dell’ubriacatura ideologica a destra ed a sinistra che armò la mani di fanatici estremisti. Fu un assolto alla democrazia condotto sui due lati del sistema che non potette mai giovarsi di complicità interne alle istituzioni e fallì miseramente. La democrazia riuscì a sconfiggere quell’assalto restando fedele a sé stessa ed uscendo, anzi, migliorata dalla prova.

Satta ha dimostrato molta abilità suggestiva, ma non ha colto l’obiettivo perché il suo non è un libro di storia, ma solo un voluminoso elenco.

Per essere un vero libro di storia, il libro avrebbe dovuto:

a-    avere un inquadramento internazionale, del tutto indispensabile per un argomento del genere, mentre l’autore trascura del tutto questo profilo, ignorando una parte decisiva del discorso come la teoria della “guerra rivoluzionaria”,  che fu dottrina ufficiale della Nato;

b-    curare una pur sintentica ricostruzione del contesto politico nazionale, di cui, invece, tratta per brevi e sommari cenni solo sulla base di una bibliografia assai succinta e  scontata;

c-    dedicare maggiore attenzione all’analisi delle culture politiche del tempo, qui divise fra conformi allo spirito della Repubblica ed ostili ad essa ed antisistema, senza alcuna percezione  del pluralismo interno alle une ed alle altre, e, ovviamente, senza  alcun senso della sfumatura;

d-    non basarsi su una sola tipologia di fonti, quelle giudiziarie, integrate da quelle parlamentari a loro volta basate prevalentemente su fonti giudiziarie;

e-    avere maggiore rigore metodologico nel trattare le fonti usate, in particolare nella loro verifica incrociata (questa sconosciuta!); in particolare, non ignorare le differenze ontologiche fra verità processuale e verità storica, così da ridurre questa ad una mera  registrazione delle sentenze di grado definitivo (salvo “opportune” eccezioni);

f-    tener conto anche di quanto smentisce il suo impianto interpretativo. Ad esempio, la sua affermazione sull’assenza di compromissioni interne agli apparati di sicurezza, dedica poca e distratta attenzione alle numerose condanne definitive di ufficiali e funzionari di polizia e dei servizi per depistaggi nelle inchieste per le stragi dell’estrema destra. Nell’appendice alla relazione finale che curai per conto del senatore Athos De Luca (poi pubblicata negli atti della Commissione e che Satta dovrebbe ben conoscere), elencai ben otto casi da Peteano a Piazza Fontana ecc.;

g-    prendere in considerazione altre patologie del sistema come la corruzione diffusa, le collusioni fra potere politico e criminalità organizzata, la presenza di una finanza corsara fra le più opache del continente ed indagare sui nessi reciproci fra questi fenomeni e lo stragismo; senza di che non si capisce nulla di pagine come “il golpe del gobbo”, il caso Cirillo, il contrabbando d’armi di Ordine Nuovo, il ruolo di Turatello e Buscetta nel caso Moro, il caso Occorsio ecc;

h-    inserire queste vicende nel quadro del conflitto sociale del tempo (cui è dedicata solo qualche considerazione un po’grossier).

Insomma, questo non è un libro di storia, e nemmeno lo vuol  essere. Ma, dichiaratamente, un testo a tesi: demolire un certo canone storiografico, formatosi in questi anni, che parla di “strage di Stato”, “doppio Stato”, degradandolo a mera “dietrologia da sfatare”, (Mieli “Corriere della Sera” 1 marzo 2016).

Dunque, secondo il libro, non c’è stata alcuna strategia della tensione o eversione interna alle istituzioni e che le teorie del doppio stato sono solo il prodotto di una mitologia dietrologica smentita dalle risultanze processuali.

Per giungere a questi risultati, Satta, nelle 867 pagine di testo, compie una delicatissima operazione di chirurgia estetica che è il vero pregio del libro per il quale mi congratulo con il suo autore. Le tecniche cui egli fa ricorso sono essenzialmente quelle di tipo chiaroscurale, per cui si “ritocca” il quadro dando un po’ più di nero in un angolo e schiarendo un grigio in altra parte, accentuando un contrasto o smorzandone un altro, per approssimazioni successive, partendo da un condizionale che, man mano, diventa un indicativo, cercando, però, di non incorrere mai in affermazioni direttamente falsificabili. Una superba tattica suggestiva che trascura, omette o marginalizza di dati opposti alle proprie tesi ed  enfatizza quelli a sostegno, minando la credibilità dei testi “scomodi” e accreditandone altri decisamente più impresentabili, sciogliendo ogni convergenza di indizi trattati separatamente uno dall’altro, in modo da neutralizzarne l’effetto di riscontro e di concatenazione logica. Soprattutto, ironizzando su qualche istruttoria e dando spazio alle sentenze assolutorie che non le hanno confermate. Satta “sceglie” le sentenze che più gli aggradano, alludendo, sfumando, glissando su tutto il resto. Abile, disinvolto, persino elegante in certi passaggi, ma non è così che si scrivono i libri di storia.

Aldo Giannuli

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Aldo Giannuli

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Comments (3)

  • Professore, buongiorno! Concordo pienamente, ovviamente nella critica di metodo non avendo letto il testo. La teoria degli “opposti estremismi” come strategia di conservazione e perpetuazione del potere nei periodi di stabilità, se non come strategia di acquisizione del consenso popolare sul progetto politico di dittatura dell’uomo solo al comando, l’unico in grado di “riportare ordine” e garantire “l’aurea mediocritas”, è uno schema riuscitissimo, quindi vecchio come il mondo, quasi un archetipo junghiano: da Catilina nel caso di Giulio Cesare, all’idea confuciana di Zhongyong (il “giusto mezzo”) nel caso del Figlio del Cielo cinese, ai “revisionisti” e ai “trotzkisti” in quello di Stalin, agli stessi (trapiantati sic et impliciter, anche su persone – la maggioranza – del tutto inconsapevoli di esserlo) nel caso di Mao, fino ai gruppi di estrema destra e di estrema sinistra nostrani. Un caro saluto.
    Paolo

  • Professore, mi perdoni un PS post timbratura del cartellino (la bicicletta aiuta a pensare, come lavare i piatti…). In effetti, quella degli opposti estremisti è una “mossa” che, nel gergo scacchistico, si chiama “forchetta”: una azione con due effetti. Da un lato legittimo la conservazione del potere e la sua riproduzione, anche sotto una sua forma normalmente “estrema”, ma in quel momento più che “logica”, “razionale”, “di buon senso”, “l’unica possibile”, quale la dittatura; dall’altro, derubrico, marginalizzo, sposto il baricentro e confino agli estremi, quindi delegittimo la posizione avversaria; posizione che, fino a poco prima, se la giocava alla pari nell’agone politico, meglio, giocava in attacco, e che ora è costretta a chiudersi in difesa, e quindi ha già un piede nella fossa. Mi ricordo ancora i siparietti di un Bertinotti, costretto in difesa negli anni Novanta dalle accuse di estremismo, di irresponsabilità, di avventurismo dei diessini, a citare Jospin, Keynes, il papa, e quant’altro… in altre parole a cercare di spostare dialetticamente il baricentro sulla sua posizione. Perdoni ancora il PS e ancora una buona giornata!
    Paolo

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