Fare storia per anniversari: che conseguenze ha?

Alcune settimane fa pubblicai la prima puntata di questo ragionamento sulla “Storia per anniversari”. Ecco la seconda ed ultima parte. Buona lettura!

Da una cinquantina di anni, e cioè da quando i mezzi di comunicazione di massa sono andati prevalendo sulla scuola, nei processi di acculturazione, la storia è andata via via seguendo la strada delle ricorrenze ed anniversari. Ormai si scopre un periodo storico, un personaggio, un movimento, quando cade un qualche anniversario. Il fenomeno è assai semplice da capire: editori, case cinematografiche, televisioni ecc., cercano le condizioni ambientali e temporali migliori per collocare i loro prodotti. Gli anniversari sono una sorta di appuntamento, cui tutti convengono, per alimentare l’attenzione su un determinato oggetto: la contemporanea comparsa di format televisivi, film, romanzi, saggi, mostre ecc. accende i riflettori su un certo argomento e ciascuno si avvantaggia di questo clima. Se io proponessi ad un editore un libro sul sessantotto oggi –fuori anniversario-, faticherei molto di più a convincerlo del se glielo proponessi alla vigilia del 2018 quando cadrà il cinquantenario.

Perché i librai ne ordinerebbero meno copie, convinti che il pubblico faticherebbe ad accorgersene. Di conseguenza, per imporre un titolo “fuori anniversario” ci vuole uno sforzo pubblicitario maggiore per “sfondare il muro del suono”. E’ la stessa ragione per cui, in letteratura, un autore “vende” meglio se quell’anno ha preso il Nobel o è il centenario della nascita o, in musica, è più probabile che la scala programmi opere di un autore in occasione dei suoi anniversari, come accadde per Verdi e Wagner nel 2013.

E sin qui tutto bene e nulla da ridire, se questo serve a far conoscere meglio un autore o un periodo storico. Solo che l’eccesso di questa tendenza ha poi una serie di conseguenze che passano inosservate, ma che sono poco auspicabili. In primo luogo, questo significa che il libro-anniversario toglie spazio agli altri, anche se magari di maggior valore. E’ uno dei maccanismi della subordinazione della ricerca all’industria culturale e, di conseguenza, al mercato: non sempre le ragioni della qualità scientifica coincidono con quelle del profitto, anzi, nella maggior parte dei casi, ne divergono.

Soprattutto, l’ ”anniversarismo” esalta al massimo i lavori divulgativi su quelli di ricerca innovativa, con una forte spinta al conformismo culturale. In parte, questo è colpa anche degli storici professionali che, in grande maggioranza, snobbano la divulgazione, preferendo scrivere per i loro pari e nel modo più involuto possibile (ma ci torneremo altre volte).

Tutte queste non sono cose nuove, ma il guaio peggiore è la tendenza dell’industria culturale a “sdraiarsi” sulla scelta più facile, togliendo spazio all’innovazione. La questione, se volete, è di ordine quantitativo; l’anniversarismo c’è sempre stato, ma, sino agli anni sessanta, era piuttosto contenuto: si celebravano solo le scadenze principali degli avvenimenti più importanti e, per il resto la programmazione editoriale, cinematografica o di altro media, seguiva i ritmi più ordinari, seguendo l’andamento del dibattito politico o il succedersi delle vague storiografiche. Insomma, c’era un “anno giubilare” ogni tanto, ma nella maggior parte degli anni non c’erano “anniversari” assorbenti. Le cose iniziarono a cambiare nei sessanta con l’eccezionale ciclo 1958-1973 in cui ci fu una folla di anniversari, cui seguì qualche anno di pausa, dopo di che, in particolare dalla fine degli anni ottanta,  c’è stata la ricerca spasmodica dell’anniversario da servire ogni anno e magari più di uno.

Se si sfogliano i cataloghi delle case editrici (ma anche quelli delle mostre, delle serie televisive ecc) ci si accorgerà che nell’ultimo trentennio è stato un crescendo di anniversari –anche minori- e di porzioni di catalogo dedicati ad essi. Ad esempio, quest’ anno ci sono stati ben 24 libri su Berlinguer nel trentesimo della sua morte: con tutto il rispetto per Enrico Berlinguer, mi pare che 24 libri in un solo anno siano un po’ troppi. Soprattutto ove si consideri che l’editoria ha fortemente privilegiato Berlinguer, rispetto a Togliatti (di cui ricorre il cinquantesimo della morte), per giocare sull’effetto nostalgia di quei lettori ultraquarantenni che ricordano Berlinguer, ma non hanno ancora un’età tale per cui possa dirgli qualcosa il nome di Togliatti. Ma, non c’è dubbio che, al netto delle preferenze individuali e del giudizio di merito sull’operato di ciascuno, il rilievo storico di Togliatti è ben altro che quello di Berlinguer.

C’è poi un altro aspetto implicito da considerare: la storiografia per anniversari tende inevitabilmente a privilegiale la storia evenemenziale su quella processuale. Mi spiego meglio: gli anniversari, in genere, coincidono con la data di nascita o di morte di un personaggio, o di una dichiarazione di guerra, di una rivoluzione o un anno particolare come il sessantotto ecc., dunque singoli eventi. Ma se io voglio fare una storia del welfare in Italia, per capire cosa non ha funzionato e se sono vere le cose che si dicono intorno alla questione, o se voglio fare una storia della scuola pubblica in Europa o simili, a quale anniversario devo attaccarmi?

Questi temi possono rientrare nella “storia per anniversari” solo con molte forzature. Ad esempio: voglio fare una storia della globalizzazione e scelgo come “anniversario” la caduta del muro di Berlino, che presento come data di inizio del processo. E’ possibile, ma si tratta di una decisione molto arbitraria, per cui non è affatto sicuro che altri seguano l’esempio, per cui i titoli specifici sull’episodio in questione avranno la meglio su quelli che, via via, se ne allontanano per andare verso inquadramenti più generali (come “l’Europa dopo la caduta”…, poi la “fine del bipolarismo” infine la “storia della globalizzazione”). Oppure devo fare forzature sul titolo (per cui poi il lettore trova un contenuto molto diverso da quello che si attende) o per dare spazio all’evento rispetto ai dati che hanno preparato il processo.

Questo è tanto più dannoso in un momento storico, come quello presente, che ci impone di misurarci con il “tempo lungo”, quello che si muove nell’ordine dei decenni, se non dei secoli. Se voglio capire la logica di potenza dei cinesi, degli indiani o degli islamici, per comprendere le asimmetrie politiche del tempo presente (e, in definitiva, le caratteristiche del processo di globalizzazione in atto), devo scavare molto indietro nel tempo: posso prendere in considerazione le modalità del processo di decolonizzazione dopo la seconda guerra mondiale (e per la Cina, la rivoluzione del 1949), oppure scavare ancora più indietro, nel periodo coloniale, o ancora più indietro, studiando le caratteristiche proprie di ogni modello di civiltà. Molto dipenderà dalla prospettiva che voglio dare alla mia indagine, ma sicuramente un fenomeno come la globalizzazione non lo capisco se prendo in considerazione i singoli eventi degli ultimi 5, 10 o 20 anni.

E questo bisogno di scavare indietro nel tempo, che è il senso proprio della storia e della sua utilità, è proprio di tutti i momenti di passaggio da un’epoca storica ad un’altra come è oggi. E, dunque, questa attenzione al dato evenemenziale è doppiamente dannosa in un momento di questo tipo. Il problema è che la dimensione processuale della storia, quella che attraversa molti avvenimenti ma non coincide perfettamente con uno di essi, in questo modo, resta schiacciata in una dimensione specialistica che sottrae al dibattito politico e culturale l’aspetto più importante dell’esame del passato.

E, strettamente connesso a questo aspetto è il carattere rapsodico e frammentario con il quale si diffonde la conoscenza storica. Mi spiego meglio: il fare storia in questa maniera tende ad isolare il personaggio, l’evento o l’oggetto dal suo contesto storico, come sospeso nel vuoto e non sempre il libro, il film o il format televisivo hanno cura di collocarlo adeguatamente fra il prima ed il dopo (ma anche questo è fenomeno ricorrente). Ovviamente, l’industria editoriale (non meno di quella cinematografica o televisiva) non può seguire la programmazione di un corso universitario (nessuno lo pretende), ma questo determina comunque una percezione “a chiazze” del sapere storico nell’opinione pubblica, che spesso è peggio della totale ignoranza della storia, perché ha effetti “falsificanti” anche maggiori.

A dare una visione di insieme dei processi storici, ricucendo gli effetti di questa “divulgazione storica pret a porter”, dovrebbero essere le istituzioni scolastiche ed universitarie, ma qui il discorso si fa ancora più lamentevole, perché i guasti dell’anniversarismo toccano da vicino anche la formazione degli insegnanti, spesso indotti a seguire la scia ed a “conformarsi” alla vulgata di passaggio. Ma non è con la storia per anniversari che si spiega il tempo presente e la storia è spiegazione del tempo presente o non è.

Aldo Giannuli

Leggi anche “La storia per anniversari: il ciclo 1958-1973”

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Comments (7)

  • Interessante riflessione, da tempo si parla di una ricerca stretta fra l’incudine del mercato e il martello dell’oblio (per gli amici curricolo) scientifico. Concordo su un punto in particolare, la responsabilità degli accademici italiani (non so per gli storici, ma conosco i filosofi e gli storici della filosofia) che snobbando la divulgazione pubblicano testi scientifici che si rivolgono ai colleghi e spesso nemmeno più a loro.
    Il carattere autoreferenziale della ricerca accademica di cui spesso si sente parlare arriva a questi estremi dell’autocitazione come fondamento della ricerca.
    Ci sono storici della filosofia che pubblicano articoli in cui non si dice niente di nuovo, ma pieni di rimandi a una serie infinita di studi passati (possibilmente, tutto ciò che è stato scritto: ma che bisogno c’è di recensirlo ogni volta?). Sarebbe almeno utile metterli in fondo all’articolo, i riferimenti bibliografici. Invece, si vedono articoli così fatti: nelle prime due o tre pagine il testo consta di due o tre righe per pagina, perché subito sotto, nelle note a piè pagina, ci sono intere bibliografie, da usarsi come corazzate. Con l’intento di scoraggiare qualunque assalto o intenzione critica, sortiscono l’effetto (tutto sommato accettabile) di spegnere qualunque interesse nel lettore. Ormai, in maggior parte, gli articoli ‘scientifici’ non devono interessare il lettore, sia un collega o studente: non sono rivolti ad alcun lettore, la loro unica funzione è esistere, sia per fare curriculum, sia per poter dire, magari fra 50 anni, che questo era stato scritto o almeno ventilato.
    Sarebbe dispendioso ragionare sulle cause di questa tendenza ormai dominante, una srta di burocratizzazione della ricerca. Credo che un modo per contrastarla sia fare della buona divulgazione, che non si limiti a rimasticare il trito, ma che cerchi di innovare proprio mentre cerca di comunicare dei contenuti alle nuove generazioni, o almeno di rivolgersi a qualche lettore, anziché di pesare sulla bilancia di qualche concorso, o di riempire qualche archivio da compulsare fra mezzo secolo.

  • Grazie Prof. Come sempre molto interessante. A me sembra che quanto lei dice rientri tutto in un quadro ideologico ben definito tendente a marginalizzare, se non proprio ad azzerare, il valore della conoscenza storica per la lettura del presente. Isolare il fatto storico, decontestualizzarlo, valorizzando così il suo carattere determinato ma fuori dal suo contesto culturale, senza un prima ne un dopo, è come dire che la storia altro non è che un insieme di fatti scollegati l’uno dall’altro dai quali non si può averne alcuna lezione o insegnamento, buoni al più, per trarne un “utile” d’altro tipo. Se, come ben evidenziato, è l’interesse privato a dettare i tempi e i modi del fare storia, è giusto dire che la storia, così fatta, è storia dei vincitori, nel senso che assolve ad uno scopo ben preciso. Quello e solo quello.

  • Quando qualcuno ti schiude nuovi concetti, e con essi nuovi orizzonti, si è aperto nei suoi confronti un debito intellettuale senza pari. Grazie di cuore Professor Giannuli.

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