Adam Smith e il marginalismo, usciamo da un equivoco.

Cerchiamo oggi di sgomberare il dibattito economico da un errore di fondo comune commesso da molti commentatori che si cimentano all’interno del dibattito economico: il presunto accostamento tra l’economia classica e l’economia neoclassica (o marginalista, o neoliberista). Si leggono spesso articoli che fanno riferimento principalmente ad Adam Smith che viene definito come il fondatore o precursore delle teorie economiche che hanno come dogma la concorrenza e la “mano invisibile del mercato” che tenderebbe a portare tutta l’economia in equilibrio.
Intendiamoci, è stato veramente Adam Smith a parlare di mano invisibile del mercato, ma è la moderna interpretazione delle sue parole che è completamente travisata rispetto a quello che pensava Smith. Ma partiamo dall’inizio.

All’interno della teoria economica, possiamo definire, circa, due grandi filoni e mezzo di pensiero, tralasciando l’eterogeneità interna ad ognuno di questi filoni. Questi sono: la teoria classica, la teoria marginalista e la teoria Keynesiana. Perché ho scritto che sono due filoni e mezzo? Perché le più grandi differenze sono tra la teoria marginalista (Jevons, Walras, von Hayek, Friedman, ecc) e la teoria classica (Smith, Ricardo, Marx, ecc); le idee Keynesiane – per quanto rivoluzionarie – non mostrano fondamentali differenze metodologiche (e teoriche) con la teoria marginalista. Infatti, si presteranno successivamente alla cosiddetta “sintesi neoclassica”, cioè il riassorbimento delle teorie keynesiane all’interno della teoria marginalista come caso particolare della stessa.

Tra la teoria classica e quella marginalista esistono importanti differenze di struttura teorica, la principale e fondamentale differenza è quello che riguarda la determinazione dei prezzi attraverso la teoria del valore-lavoro che assumerà un ruolo centrale in Ricardo e Marx con anche differenze importanti tra le due visioni. All’interno di questo pensiero il punto centrale (oltre al valore-lavoro) rimane quello della divisione del lavoro all’interno della società ossia la redistribuzione del sovrappiù (ereditato dai fisiocratici Petty, Cantillon e Quesnay) tra lavoro, rendite e profitti. Mentre l’economia marginalista si basa sulla teoria soggettiva del valore, cioè il concetto soggettivo di utilità (il cui precursore sarà Bentham con il suo utilitarismo), declinata poi nelle varie curve di preferenza che tutti gli studenti di economia conoscono e da cui si deriva l’utilità marginale – che darà il nome alla teoria stessa – che servirà a strutturare le curve di domanda per l’individuazione dei prezzi assieme alle curve di offerta.

La teoria e mezzo è quella Keynesiana che introduce importanti elementi innovatori, come la possibilità di disoccupazione persistente, le aspettative, l’incertezza ecc. Keynes però, che pubblica queste innovazioni nelle Teoria Generale nel 1936, utilizza gli strumenti metodologici della teoria marginalista del suo maestro Alfred Marshall (catene causali brevi) e accettando poi nelle sue teorie aspetti fondamentali quali la sensibilità degli investimenti al tasso di interesse. Questo farà si che fin da subito un folto gruppo di economisti (tra cui Tobin, Modigliani e Samuelson) riporterà le teorie keynesiane nell’alveo di quelle marginaliste, dando vita alla “sintesi neoclassica”. Esponendo poi la sintesi alle critiche di Friedman e di Lucas che tenteranno di sgretolare ogni residuo Keynesiano.

Come possiamo vedere le differenze sono importanti, anche se in molti hanno cercato di stiracchiare le teorie classiche per adattarle e farle diventare le precorritrici della teoria attualmente dominante. E sembra che la cosa sia perfettamente riuscita, infatti, come accennavo prima, molti pensano che il più grande sostenitore della concorrenza fosse Adam Smith grazie alla famosa citazione sulla “mano invisibile”. Purtroppo, chi cita Adam Smith non lo ha mai letto, non lo ha contestualizzato e non conosce l’esistenza di un libro di Smith dal nome “Teoria dei sentimenti morali”, dove egli stesso considera nelle sue tesi l’uomo come individualista (ciascuno conosce meglio degli altri i propri interessi) ma inserito all’interno della società e alla ricerca di approvazione e rispetto altrui a differenza della concezione neoclassica di un homo oeconomicus perfettamente razionale e perfettamente egoista. Questa differenza all’interno delle due teorie è assolutamente rilevante, infatti, “Il concetto di mano invisibile è utilizzato da Smith in contesti diversi, ma non per sostenere l’ottimalità di un mercato concorrenziale basato sul meccanismo della domanda e dell’offerta”, utilizzando le chiarissime parole di Alessandro Roncaglia.

Smith utilizza il termine “mano invisibile” solo tre volte nei suoi testi, e comunque mai accostandolo alla parola mercato. Anzi una volta lo utilizza per ironizzare su questo concetto (quando nella “Storia dell’astronomia” si riferisce agli antichi che quando non riuscivano a spiegare i tuoni e i fulmini davano la colpa alla mano invisibile di Giove) e l’unica volta in cui lo utilizza in riferimento ad un tema economico è quando parla degli investimenti internazionali dove dice che gli imprenditori tendono a investire nel proprio paese piuttosto che all’estero, come se li guidasse una mano invisibile tendono a fare gli interessi del proprio paese, che rigorosamente parlando sarebbe una violazione della legge della concorrenza.

La concezione di mano invisibile a cui ci riferiamo ora piuttosto sarà l’ipotesi di Leon Walras, fondatore della scuola di Losanna, che svilupperà le tesi dell’equilibrio economico generale, un complesso sistema di equazioni interconnesse che secondo Walras dovrebbero rappresentare la realtà di un sistema economico, in cui ogni sua parte tende simultaneamente all’equilibrio tra domanda e offerta (anche questo spasmodicamente studiato in tutti i corsi di economia).

La cosa peggiore è che quasi ogni laureato in economia queste differenze non le conosce, perché nei programmi ministeriali i corsi di economia politica sono scomparsi e quindi non vengono nemmeno studiate.

Quanti danni sono stati fatti alla ricchezza del pensiero economico.

Ivan Giovi

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Ivan Giovi

Ivan Giovi

Ivan Giovi, classe 1994, laureato in Economia e Management alla Statale di Milano e Laureando magistrale all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano in Economia e politiche del settore pubblico. Laureato in triennale con una tesi di politica economica sul Divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia; collabora con il sito di Aldo Giannuli dal luglio 2017.

Comments (5)

  • Sono commosso! Finalmente la conferma da parte di “uno che ne capisce” di quello che ho sempre pensato dopo aver letto con entusiasmo “Teorie dei sentimenti morali” di cui basterebbe l’incipit a negare l’interpretazione volgare di A.S..Nello stesso testo, ma non saprei indicare il punto, si dice che ci sono casi in cui si può utilizzare un intervento pubblico per riequilibrare le ricchezze. Spesso A.S. sostiene che la ricchezza dei pochi, la diseguaglianza, torna utile più di una uguaglianza mortificante dell’iniziativa e quindi alla lunga creatrice di povertà, perché chi è ricco dovrà pur godersi la vita e così dare lavoro agli altri. Se applicassimo questo principio oggi, potremmo capire la necessità di correggere la sua “naturalità” non più sufficiente per la natura globale e finanziaria dei capitali, per esempio, o per una concentrazione così alta di ricchezze patrimoniali da non potersi credere che si possano tradurre in lavoro per gli altri. Spero di non aver detto sciocchezze.

  • La mano sarebbe invisibile perchè Provvidenzialmente Divina, non spiegabile in termini analitici, ma (secondo me) A. S. aveva più che il sospetto che finisse nelle tasche dei masters.
    Diversi corsi di economia non prevedono l’esame di Storia del Pensiero Economico, quindi non si può pretendere molto.
    Se devo però scegliere un classico che mi parli, preferisco Antonio Genovesi.

  • Ogni volta che leggo un articolo di questo tipo ho l’impressione che qualcosa mi stia sfuggendo, per cui faccio una domanda per capire se capisco bene il punto o se il problema e’ che parliamo lingue diverse.

    Per come lo leggo io, l’articolo cerca di passare l’idea che quanto oggi e’ economia “mainstream” soffre di un allontanamento dai classici, ai quali in qualche maniera bisognerebbe tornare, e vive schiava di stupide e rozze semplificazioni che si possono riassumere nella figura dell’uomo economico.

    Prendo ad esempio il seguente tratto:
    ”Purtroppo, chi cita Adam Smith non lo ha mai letto, […] non conosce l’esistenza di un libro […] dove egli stesso considera nelle sue tesi l’uomo come individualista (ciascuno conosce meglio degli altri i propri interessi) ma inserito all’interno della società e alla ricerca di approvazione e rispetto altrui a differenza della concezione neoclassica di un homo oeconomicus perfettamente razionale e perfettamente egoista.”

    Esercizio/Gioco: trovare al seguente link quanti degli articoli in bibliografia provengano dalle piu’ importanti riviste di economia (American Economic Review, Econometrica, Quarterly Journal of Economics, Games and Economic Behavior, Journal of Economic Theory), dato che non saprei come altro definire cosa sia oggi il mainstream economico.

    https://plato.stanford.edu/entries/social-norms/

    Notare che gli articoli vanno indietro fino agli anni settanta, non si tratta solo di sviluppi recenti e minoritari… ci sono premi Nobel tra gli autori!

    Chiaramente questi sono solo alcuni esempi, la letteratura e’ parecchio piu’ vasta, se fosse utile posso postare diversi riferimenti.

    Come si accorda questo con quanto scritto sopra secondo l’autore?

    Grazie,
    Tommaso

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